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Macigni e brecciolini: Come uscire salvi dalla dicotomia tra buoni e cattivi.

Questo clima di totale accettazione di sé con tutti i difetti, i limiti, gli eccessi, le debolezze ci renderà davvero persone libere o ci trasformerà in una banda di intoccabili senza la minima autocritica, col dito puntato al sistema sempre e comunque? Chissà..

Mi sento brutale a formulare questo pensiero ma vedo sempre più bistrattato il concetto di responsabilità personale, surclassato dall’individuazione di un aguzzino, e questo fatto mi lascia perplessa. Ma forse sono solo retrograda io. Tengo sempre in contro questa possibilità.

Il fatto è che non mi convince questa necessità di normalizzare il conflitto tra buoni e cattivi perché la verità è che esistono storie di emarginazione che vanno ben oltre la capacità di scegliere un neologismo con cui specificare le cose, di saperle raccontare, di essere consapevoli di operare nel giusto. La medaglia dello stigma è un must have di ultima generazione che mi fa una certa impressione, specie se ostentata come un massimo grado di comando nei vari, proliferanti e quotidiani cori d’indignazione contro i soliti noti. La politica, il patriarcato, i boomer, la stampa quella meno addomesticata ai protocolli del politicamente corretto, i canoni imposti dall’estetica pubblicitaria, ai social.

Assisto talvolta incerta a questo bisogno imperante di riconoscersi vittime, di affiliarsi a una minoranza o addirittura di istituirla, di proclamarsi puntualmente come eccezione e rinnegare le regole, quasi che questo bastasse per sentirci legittimati ad esprimere un’opinione più autorevole, in grado di zittire l’interlocutore su una corsia preferenziale.

Quello che penso  – e che orbita anni luce dall’atto osceno di victim blaming di cui pure spesso si parla – è che questa’ondata di insofferenza alla  ”normalità ” possa sconfinare in un altro fenomeno parimenti rischioso che è il victim making. Un processo di appiattimento su temi delicati come la discriminazione o la violenza che finisce suo malgrado per calpestare i confini tra questioni di rilievo sociale universalmente impellenti ed esempi personali, tutto sommato ammissibili all’interno di una qualsiasi esistenza umana che preveda lungo il suo corso fragilità e traumi.

Quello che intendo è che imbarcare sul transatlantico del dibattito pubblico ogni episodio in cui ci siamo sentiti vulnerabili non ha sempre a che fare con i massimi sistemi ma spesso si sposa con quella che è la natura di esseri senzienti. Pur abitando nell’Era del Post-Umano (dimensione digitale in cui l’Io diventa digitale e ogni suo pensiero/impegno/umore direttamente mediato) non possiamo dimenticarci che certe sensazioni, certi conflitti, certi riti di passaggio non ha senso catalogarli con prontezza in un database di hashtag e gridi di battaglia, perché ci appartengono da prima che le cose avessero un nome. Fanno parte di quel kit di sopravvivenza per gestire identità e relazioni che precede di secoli l’avvento delle teleocmunicazioni. Non basta relegarli in fascicoli per neutralizzarli, ma occorre passarci attraverso per affermarci come individui maturi, ogni volta più consapevoli.

Ovvio che ci siano infinite sfumature (tutte legittime) nella percezione che ognuno ha del proprio malessere ma spesso si tratta di zone d’ombra necessarie per assestare il baricentro e prendere confidenza con lo spazio e con i suoi ospiti, sia quelli cari sia quelli urtanti. E questo ha a che fare con la nostra crescita, con gli inciampi che la rendono saltuariamente drammatica ma del tutto propedeutica ad una nostra versione aggiornata. Invece viviamo come se tutto quello che ci capita fosse ascrivibile a un “caso” quando forse, semplicemente, non è un caso che degli avvenimenti ci scuotano, che delle emozioni impreviste ci turbino, che l’incontro con l’altro sia tumultuoso o determinante.

Altra cosa è il vittimismo dalla testimonianza diretta che chiunque può avere del tessuto emotivo ma non è nemmeno questo il punto. E provo a spiegarmi…

Ciò che mi permetto di giudicare è la sterilità con cui molti discorsi sulle piaghe del nostro tempo (ce le metto tutte: sessismo, omotransfobia, razzismo, body-shaming, relazioni tossiche…) non vadano oltre la ricerca di un bersaglio. Si acuisce il numero delle vittime dichiarate e con esso la fisionomia del colpevole ma poi nel racconto del dramma ci si arresta su questa dicotomia senza sviscerarla. Interpretare dei fenomeni, invece, richiede tempo e distacco, quel tanto che basta per leggere tra le righe di ogni ruolo, anche di quello non incarnato. Andando a fondo, recuperando le cause di ogni effetto, stabilendo un metodo per porre rimedio laddove finora esiste solo il coraggio di esibire una ferita.

Il dialogo è sano sempre e che si parli di tutto, incluso il dolore, è un dato auspicabile, tanto nella funzione di trapasso catartico quanto in vista di una società più solidale, capace di barattare antichi taboo con dei costanti esercizi di comunione empatica.

Il problema è che spesso il valore di per sé inestimabile della complessità vive un’inflazione rispetto al prezzo che paga chi prende parte a questo meltin pot di brecciolini e macigni, fusi insieme nello stesso calderone. E il risultato è che il colloquio si banalizza, si confondono i piani, si mischiano gravità e fastidio, si confonde la preferenza con la priorità. E questo confonde chi di quel racconto ha più necessità, ovvero chi non lo sta formulando, chi forse non è in grado nemmeno di concepirlo. Gli ignoranti, i colpevoli, i cattivi.

Spesso succede che si introducano delle novità nella condotta e che il giorno dopo invece di diffonderle con ulteriore chiarezza le si pretenda tout court. O che si raccomandino delle attenzioni e poi le si tacci di essere forzate/ritardatarie/impacciate. Succede che si esaminino le dichiarazioni degli altri con il bilancino e che s’inneschi tra gli interlocutori una dinamica di potere per cui chi è più oculato interroga l’altro che (vuoi per arretratezza effettiva, vuoi per ansia da prestazione) qualunque cosa dica già è certo che topperà. Quello che si genera a partire da ogni impulso di rivalsa è un tribunale infuriato che si scaglia recriminazioni contro senza mai ritenere l’altro degno di ulteriori argomentazioni, più pacate e disponibili a speigarsi, a riempire un vuoto d’apprendimento morale. Questo modo di comunicare per citazioni allegate a sfottò incentiva le stesse dinamiche polarizzate della politica o dello stadio. Ci si affronta per “asfaltare” la controparte, per sentenziare con un tweet dissacrante o uno sguardo schifato che “QUESTA È L’ITALIA, BENVENUTO 800”.

Questa la grande contraddizione di cui non mi fido: tutte vittime tra le Vittime, alcune delle quali militanti della sensibilizzazione con coltello tra i denti, in cerca di un colpevole stereotipato, dis-umano. Ma non siamo tutte vittime, e non siamo tutti colpevoli. Siamo (o siamo stati) perlopiù di tutto un po’. Siamo tutto o non siamo niente. Siamo normali e fallibili, tra le Vittime e i Colpevoli. Dobbiamo solo trovare il coraggio di avere fiducia nel dialogo, altrimenti non c’è progresso.

Aprire un discorso non significa andare in tribunale a contendersi un verdetto ma gettare le basi per introdurre un intervento correttivo su determinati comportamenti che fungono da freno all’avanzamento della civiltà. È una dinamica condivisa di scambio tra la segnalazione di un disagio e delle ipotesi di adeguamento a quel segnale. A volte non bastevoli, è vero, ma comunque un microscopico salto verso l’assimilazione del diverso.

Se all’ignoranza si risponde con il sarcasmo o la saccenteria si fa bella figura ma raramente la si educa. Così come con il pietismo non si fa squadra ma spesso ci si deresponsabilizza dal controllo che noi stessi dovremmo augurarci di mantenere sulle nostre stesse azioni. Occorre partecipare in maniera propositiva ad un reimpasto di preconcetti e riscoprirci non opposti ma uguali, non identici ma simili. Non nemici, ma complementari almeno fin quando non si realizzerà, nel futuro, una totale ristrutturazione della nostra cultura.

Non dico che la rabbia debba essere edulcorata a tutti i costi – ci mancherebbe – ma credo fermamente che le sue radici debbano essere rese comprensibili, oltre che roboanti. Trovo che servirebbe scambiarsi di prospettiva perché ogni messaggio che lanciamo non resti uno sfogo o un colpo ben assestato sul ring della retorica tra intellettuali e Neanderthal, ma ci consenta di indossare la condizione dell’altro, di afferrare le origini delle sue mancanza nelle sue abitudini ma anche di assolverlo nelle intenzioni. Non abbiamo bisogno di più vittime o di declinare su un’interminabile lista i carnefici, abbiamo bisogno di capirci. Di accompagnare ogni passo in avanti di chi parte più indietro, nella piramide della società civile.

Dove non arriva la famiglia o la scuola e dove non pone (ancora) rimedio la legge sarebbe opportuno convertire il modo di comunicare perché non è solo questione di linguaggio, a volte è questione di stile saper mediare un concetto, renderlo funzionale. Tanto più che i destinatari delle nostre invettive, i gretti con la mentalità chiusa, i maschilisti, gli analfabeti, spesso sono vittime quanto noi di un sistema di diseguaglianze in cui nessuno sceglie come e dove nascere, neanche quando si tratta di educazione. Crescere in contesti maleducati, con modelli tutt’altro che esemplari, senza mai ricevere una formazione adeguata, fa danno non solo per chi quel destino lo subisce ma anche per tutte le persone a cui quella pochezza di strumenti verrà inflitta.

Un atteggiamento che consiglio, quando andate a caccia di un colpevole, è immaginarvelo bambino e subito dopo immaginare i suoi eredi, che presumibilmente andranno in classe con i nostri. Anche loro, nel corso degli anni, si sentiranno vittime o non avranno idea di essere carnefici, ma forse meno di oggi se saremo capaci di raggiungere un traguardo comune che non è quello di arrivare primi nella gara a chi è moderno ma è quello – davvero imprescindibile – che a tutti vengano insegnate le stesse cose giuste.

Che poi sono quelle di cui stiamo parlando oggi ma con un tono diverso, che non divide ma estende la stessa visuale sul mondo. Perchè brutalizzare un cretino è brecciolina al confronto di provare a spostare il macigno che gli impedisce di essere uno di noi.

Non una vittima. Una persona sensibile ai diritti del prossimo, come noi.

A cura di Naomi Giudice

Illustrazioni di Mattia Labadessa

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Categoria:Uncategorized
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