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“Non volevo fare la giornalista”: Riflessioni in retromarcia la gusto di utopia.

Capita che certe mattine il risveglio ci riservi impreviste considerazioni. Rese dei conti tout court, suggestionate da sottocutanee prese di coscienza che si alimentano giorno dopo giorno, in incognita. Stamattina, per esempio, riflettevo su un fatto…

Dalla crisi di governo scorsa mi sono appassionata di politica e non è raro che mi soffermi ad ascoltare con attenzione dichiarazioni ufficiali e opinioni spalmate ai microfoni delle varie tavole intellettuali in tv. Ieri sera, ad esempio, ho atteso e seguito dall’inizio alla fine la conferenza del premier Draghi, proprio per non affidare ad altre voci o altre orecchie la mediazione delle sue parole e concedermi un’analisi mia, quanto più aderente alla realtà. Ho indugiato poi sulle annunciazioni dei vari tg, sui dibattiti della prima serata e stamattina ancora, tra rassegna radio e titoli della carta stampata. Ma questa è solo la premessa. Non è il punto, o meglio non solo.

A questo laccio si annoda la mia esperienza personale che mi ha portato a stupirmi di un fatto, ovvero che la professione giornalistica non mi piace affatto. Più la conosco e meno mi convince ed è paradossale considerando che i miei studi tendenzialmente avrebbero dovuto condurmi a definirmi una di loro. Sono laureata in Scienze dell’Informazione, della Comunicazione e dell’Editoria e solo il nome a ripeterlo è tutto un programma. Ma sia chiaro, non rinnego niente, ho adorato ogni esame e li ripeterei domani, nessuno escluso.

Al discostamento, però, tra le mie aspirazioni passate e l’idea odierna che ho del giornalismo si sono legate due constatazioni, una pratica (con tutta l’amarezza che ne consegue) e la seconda del tutto idealista, quindi diciamo agrodolce.

Dunque, il primo pensiero è sulla professione. Mi rendo conto che i giornalisti inscenano per la maggior parte delle volte degli equivoci tendenziosi, volti a consolidare la faziosità che grava alla base delle linee editoriali per cui scrivono. Sono creature addestrate al compromesso, che contribuiscono a un ring di scazzottate per partito preso sul quale si combatte il condizionamento dell’opinione pubblica. Il modo che hanno di lavorare con le parole travisando quelle degli altri mi trasmette una diffidenza pressochè totale nella loro imparzialità di giudizio. Li trovo di frequente pretestuosi, viscidi, provocatori ad ogni costo solo per sostituire l’informazione con il pietismo o lo scandalo. Contribuiscono a tutto quel circuito dell’indignazione nei confronti dell’entourage politico di turno e abbattono, insinuazione dopo insinuazione, la credibilità delle istituzioni (cosa di per sé doverosa quando necessaria ma altrimenti disastrosa e eticamente raccapricciante). Un’operazione viscida. Chiaramente lungi da me incappare in generalizzazioni che sarebbero altrettanto impietose, è ovvio che esistano voci carismatiche e brillanti, ma perlopiù quello che mi capita di ascoltare sono accuse sferzanti o sentenze oltre ogni umana comprensione per cui, ad esempio, se Draghi ribadisce la priorità delle vaccinazioni per gli anziani prima degli psicologi (professionisti onestissimi e preziosi che operano a distanza, quindi in condizioni di sicurezza maggiore rispetto ad altri medici e infermieri) allora ce l’ha con gli psicologi, scredita la categoria, sottovaluta la salute mentale degli italiani. Ecco, questo solito giochetto di estrapolare dosi di veleno ovunque mostra una virtuosa abilità di sottendere ad ogni analisi un messaggio di sfiducia e generare un elettorato che si senta rabbioso o depresso. Ma sentirsi abbandonati o abbindolati è un attimo…L’assonanza in questo caso funziona come una bilancia insensibile.

Il secondo viaggio mentale ha circumnavigato il sistema universitario, luogo a cui si approda di solito quando si hanno pochi altri strumenti se non il sogno spiegazzato di diventare qualcosa da grande e delle inclinazioni importantissime, per carità, ma spesso non durature, o se non altro insufficienti alla realizzazione di quel sogno. Ho fantasticato su come si potrebbe riformulare tutto l’impianto consentendo, come fanno le piattaforme di streaming, un periodo di prova per capire se quel tipo di studio ti appassiona quanto ti saresti aspettato o se non fa per te e questo diluendo l’ansia di far spendere soldi a mamma e papà o di non essere sicuro/all’altezza. O ancora – ho fantasticato- di fare il primo anno di esplorazione libera, senza un piano di studi curriculare, optando per gli esami che più corrispondono alla nostra curiosità e solo in seconda battuta (dopo un periodo stabilito) prendere una direzione almeno più consapevole su quale sia l’Ateneo che rispecchia la nostra prospettiva. Insomma darsi il tempo di mettere a fuoco la nostra natura, di capire quale strada si vuole percorrere e di farsi accompagnare da un affiancamento costante da parte dell’istituto universitario, che ci metta in collegamento con il mondo del lavoro, ce lo faccia capire dall’interno e non solo immaginare. Mi sono impelagata a reinventare una nuova impostazione universitaria, più utopistica che mai, in cui gli interessi economici fanno un passo indietro per favorire un investimento mirato del talento. Per abbattere le aspettative sociali e rischiarare un’idea quanto più ospitale di occupazione che non sia né sinonimo di illusione né una leggenda mitologica ma solo una conseguente fioritura delle capacità del singolo, in rapporto sinergico con le realtà professionali storiche o nascenti. Se venisse preso sul serio il ruolo del tirocinio, per esempio, sarebbe più facile per i giovani misurarsi con quelle realtà, invece molto più spesso capita di addentrarsi in luoghi ostili, in cui non vengono insegnati dei compiti né raccontati dei principi con l’entusiasmo che fantascienticamente dovrebbe associarsi al concetto di lavoro ma piuttosto si ostenta stanchezza. L’obiettivo sembra la dissuasione, molto più che offrire una panoramica motivante a buttarsi nella mischia, a non vedere l’ora di entrarci e concretizzare l’ambizione in un progetto accessibile, che abbiamo tutto il diritto di sentire nostro. Invece non va così e tante volte ci si sente fuori luogo. Ci si accanisce a sudarsi un pezzo di carta quasi per inerzia o ancora, in qualche caso, ci si arrende, preferendo la rinuncia agli studi a un impegno così pesante eppure sconclusionato.

Ricalibrare tutto, in una società integrata e civile, sarebbe opportuno – forse – per procedere in sintonia con l’esterno ed evitarsi quell’effetto sorpresa per cui in un lampo ci si ritrova non più acerbi ma più che mai incompleti. Sperduti a trascinarsi senza meta il peso ingiustamente percepito dello spreco.

Ma che cosa ci elucubro a fare – mi chiedo – tanto, si sa, le ingerenze dell’economia nell’istruzione non consentiranno mai di allentare l’elastico della formazione per renderla più conforme alla malleabilità umana, con tutti i suoi dubbi e le sue mutevoli necessità… Quindi nella peggiore delle ipotesi succederà che stai al passo e un bel giorno, a colazione, mastichi la delusione di aver fatto male i conti su più o meno tutto: facoltà, proiezioni futire, logiche che regolano il nostro-spazio tempo da molto prima di noi. A prescindere da noi.

A quel punto, però, proprio nell’attimo prima di maledirti ripensi a quei 18 anni pieni di speranza e a quanto sarebbe disumano rimproverarti se allora gli occhi ce li avevi aperti al 60%, perché d’altronde è così che si sta in dormiveglia, in quel limbo che ti conduce dal surreale al cosciente. Solo che prima o poi arriva il momento di destarsi dall’idillio adolescenziale per cui ogni immaginazione è plausibile ed essere ambiziosi avviene in maniera naturale, quasi che non si possa far altro che seguire le proprie velleità… Con un allarme stridulo suona la sveglia: tocca spalancare la visuale e, sì, quel 40% mancante è micidiale.

Buongiorno, kAfFè?

A cura di Naomi Giudice

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Categoria:Basilico, Life, Woman
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