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La legittimazione dell’hater. Effetti collaterali del dibattito polarizzato.

Eviterei anche di entrare nel merito della questione Striscia la Notizia & gag con gli occhi a mandorla perchè francamente la trovo meno incisiva di altre sul piano della tutela delle minoranze – credo semplicemente che quel tipo di humour nel 2021 non faccia più ridere e che si necessiti senz’altro di un adeguamento del linguaggio al millennio corrente, senza però farla troppo grossa sui rischi di ledere il prossimo, tirando in ballo razzismo e chissà quale goliardia dissacrante. Una comicità vecchia, tutto qua, anacronistica e mezza ammuffita ma tutto sommato innocua nelle intenzioni, che semmai rischia di risultare inefficace sul piano del gradimento.

La genesi della polemica però, come da copione, riflette alla perfezione il solito climax di scalpore che ogni volta si ripete, identico, e che mi fa disperare sulle possibilià di instaurare un dialogo costruttivo tra ciò che potrebbe/dovrebbe cambiare nel linguaggio moderno (mediatico e/o politico) e i radicali del politicamente corretto.

Piccolissima premessa: io non sono fan della provocazione ad ogni costo, non credo ci sia particolare bisogno di ostentare maleducazione e volgarità per esorcizzare il lato più torbido del sentire umano, ma allo stesso tempo ritengo che spesso alcune battaglie che gridano allo scandalo siano più pretestuose che necessarie a trainare il progresso. Detto questo, mi chiedo come possa sopravvivere la credibilità di discussioni che nascono, spopolano e muoiono sempre con lo stesso ritmo e con lo stesso arrugginitissimo ingranaggio fatto di gogne schifate e subito dopo pacche solidali che annullano quasi totalmente, per una logica di compensazione, la portata dell’argomento dibattuto.

Posto che viviamo in un mondo in cui si scatenano polemiche per questioni più o meno futili all’ordine del giorno, sempre polarizzate e tra interlocutori che dispongono di un account social, arriva puntuale il momento in cui se qualcuno accende la miccia la bomba poi scoppia sui social, coinvolgendo orde di followers schierate e, sempre tramite social, arrivano a mitraglia gli echi della stampa internazionale, i tweet di quella italiana, le shitstorm dei pazzi esagitati che delirano a suon di offese agghiaccianti, oltre allo sdegno dei commentatori più moderati ma comunque in dissenso.

Ecco allora che arriva il momento in cui l’imputato esausto, dopo essersi parato goffamente dietro lo scudo delle scuse pubbliche (siano esse sincere o strategiche poco importa tanto raramente verranno credute), chiede tregua giocandosi un jolly che io con tutta onestà fatico a comprendere: “Sto ricevendo minacce di morte”. A quel punto la caciara si placa. Epilogo tragico, per carità, ma ormai un classico e soprattutto – mi domando – da un punto di vista personale è così rilevante? Cioè, davvero si può convivere con la paura che qualcuno pianifichi di farci del male per un’opinione o una gaffe? Prima perplessità, perchè se sono realmente questi i rischi del mestiere c’è da riflettere sull’atmosfera viziata che stiamo respirando, in cui ad ogni espressione corrisponde subito una reazione empatica o contraria, nella peggiore delle ipotesi rabbiosa, nella migliore comunque giudicante

Mi domando innanzitutto come sia stato possibile arrivare a questa tirannia dell’ego in cui le posizioni si assumono col coltello tra i denti e se non sia paradossale il fatto che, in questo clima, quello di essere TUTTI COSTANTEMENTE vittime di hate speech al suo grado più feroce possa bastare per sedare istantaneamente la discussione e capovolgere le parti?

Il mio dubbio più grande è che a questo meccanismo possa partecipare anche l’attenzione alle libertà individuali (SACROSANTA) che purtroppo spesso assume toni troppo impietosi con la cultura dalla quale, volente o nolente, proveniamo. E così accade che, ad ogni controversia su temi caldi come -ismi vari e inclusività, quelli che prima erano retrogradi ignoranti allo sbando diventano martiri e i missionari del “cchiu diritti pi’ tutti” dei tediosissimi bastion contrari dello stile comico/pensiero dominante.

Tutto questo mi chiedo se arriverà mai al punto di essere utile e non solo l’esempio di una dicotomia militante tra chi difende la vecchia guardia e chi vuole fare bella figura col nuovo che avanza dimenticando che abitiamo tutti lo stesso spazio-tempo in transizione. Non serve combattersi, basterebbe educare a una più matura sensibilità, valida sia per quelli che senza rendersene conto offendono sia per quegli altri che in nessuna maniera devono sentirsi offesi, proprio in virtù delle consapevolezze identitarie conquistate.

Porre dei problemi è sano se ci si rende disponibili a condividere le proprie ragioni fidelizzando con l’altro, non portandolo ogni due per tre sotto processo. Si può creare un moto di riflessione sincronizzato che non esclude ma espande, che non bacchetta ma insegna, che non si compromette ma nemmeno ha bisogno di un assept da arena per sentirsi motivato a prendersi (troppo) sul serio, antipaticamente al di sopra della controparte.

Sono molto scoraggiata dalla previdibilità di certe dinamiche, dalla ridondanza dei circuiti di condanna e assoluzione compassionevole mediati dall’irruzione della violenza che alla fine mette tutti d’accordo che sia il caso di darsi una calmata e non avvalorare le proprie tesi sulla pelle di un emblematico nemico. Scoraggiata sì, ma ciononostante m’incalza nel profondo l’idea che si possano ampliare i confini di ciò che finalmente entra a far parte dell’agenda delle priorità, almeno in linea di principio, perchè se non altro lascia presagire una spinta evolutiva che ci condurrà man mano (e magari con metodi meno dittatoriali) a modificare dei vizi di lunga data, tanto nella lingua quanto nella condotta. Quel marchio di fabbrica che ci portiamo dietro tutti noi che siamo il frutto di una storia per certi versi vergognosa, è vero – sicuramente peggiore di come ci sentiamo adesso – ma che non merita in alcun modo di essere negata 1) perché sarebbe una perdita di tempo (se posso permettermi anche un filino spocchiosa) e 2) perché ogni epoca semina lasciti e mostri e sono sicura che anche l’umanità del 3000 qualcosa per cui disconoscersi ce la potrà rinfacciare. Non vorremo mica essere così irresponsabili da continuare a dare la colpa al Medioevo vita natural durante?

Quello che credo fermamente è che non disprezzare la tradizione non escluda che non possiamo accrescerla però, facendo la differenza e smettendola di voler mandare a casa tutti quelli che non hanno i nostri stessi strumenti di lettura. Prestiamoglieli, facciamogli vedere come funzionano, cosa fa ridere e cosa non più, cosa disgusta, quello che conta per sentirsi protagonisti e integrati.

Magari a quel punto pure gli haters dovranno cambiare lavoro e per estinguere un incendio basterà costruirci un camino. Siamo troppo svegli per continuare a soffiare.

A cura di Naomi Giudice

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Categoria:Basilico, Life
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