15 49.0138 8.38624 1 0 4000 1 https://www.navelmagazine.it 300 0
theme-sticky-logo-alt
theme-logo-alt

Sanremo 2011. Apologia di un boomer.

Sanremo sì, Sanremo no, Sanremo bam. Alla fine Sanremo fu e una vocetta malefica nell’orecchio suggerirebbe, ripensando a qualche passaggio ben poco oleato, che forse ma forse era meglio evitare. Io però non sono d’accordo e non lo sono per qualche ragione che non enumererò perché non le ho contate.

In primis, non me la sento di bistrattare questa edizione perché la nave non si abbandona, anche quando c’è mareggiata, e in questo caso specifico altro che mareggiata. Il Festival ha tentato di essere una crociera 5 stelle alla secca, arrancando, è vero, ma con un equipaggio di tutto rispetto. Madame, Maneskin, Coma_Cose, imposizioni del contemporaneo in sound e ossa, senza però rinunciare alle laringi d’oro di Ermal Meta, Annalisa e Noemi. Checchè se ne dica il cast ha offerto una proposta di pezzi diversissimi tra loro, alcuni innovativi, altri canonici. Tutti esibiti con l’emozione di chi questo lavoro l’ha scelto come ragione di vita e non come velleità.

Possiamo dire che questo Festival, più che per il pubblico, ha avuto un ruolo prezioso per gli artisti (e le maestranze) e se per chi vive di musica e spettacolo ne è valsa la pena allora valga per tutti.
Accantonando il senno di poi e i difetti dello show, difendo l’idea che sia stato sacrosanto tutelare Sanremo, perché garantire un oasi di ricreazione ha rappresentato per gli artisti un’occasione di sfogo e dignità, e questo va al di là dei pezzi che singolarmente ci piacciono, di quelli che skipperemo, di Aiello che s’incazza e Fiorello che non si placa. Quindi mettiamola che questo Sanremo è stato più per loro che per noi, che abbiamo assistito a una grande prova generale e per una settimana abbiamo fatto nottata a commentare inutilità, performance e vestiti.

Evento a parte, quel che conta è che quella fame di palco io l’ho sentita, cantante dopo cantante, e mi ha commosso pensare che ad accoglierli in tutta la loro urgenza sia stato un teatro vuoto. È un paradosso così romantico che rimarrà nella storia, indipendentemente dai numeri dello share. Veniamo quindi al contorno… e qui dovrò impegnarmi molto per salvare il salvabile ma voglio farlo.

Dunque, dicevamo, questo Sanremo non è andato come avrebbe voluto: questo è il presupposto.

I due presentatori non sono stati all’altezza di mitigare la depressione generale di quelli che non hanno guardato il Festival per sintonizzarsi su altri canale a fare la conta dei malati/morti/guariti/vaccinati, né a conquistare la grande fetta di spettatori social (quindi giovanissimi e – si presuppone – moderni), soprattutto se lo stile è quello di sempre, da Peter Pan con i capelli brizzolati

Il secondo punto, infatti, riguarda il tipo di conduzione di Amadeus e Fiorello, di sicuro datata e un po’ sfiancante, un po’ tanto lo ammetto, inspiegabilmente più dell’anno scorso.

Sarà che non si sente la platea che ride, l’attenzione ai protocolli è un guinzaglio costantemente tirato ma soprattutto la goliardia cameratesca è un agguato all’esercito di attivist* che tenta di abbattere il patriarcato, il sessismo, l’egemonia MBE. E allora ecco che non solo la presenza di un maschio Alpha come Ibrahimovic ma persino porgere i fiori alle ospiti donne appare anacronistico, un gesto del tutto insensato. È sembrato che tutto fosse superfluo, tranne le polemiche sulla presenza secondaria delle donne (a mio avviso pretestuosa perché Matilda De Angelis e Elodie le avete viste? Ecco appunto…)

Insomma, certo è che Amadeus e Fiorello sono due care persone ma non hanno aggiornato il repertorio come forse sarebbe opportuno per coprire una platea ampia di telespettatori sempre più esigenti.

Non dico che sia da rivedere tutto e nemmeno che sia facile, ma per divertire il pubblico contemporaneo, fatto di loro coetanei cresciuti a pane e facilismi ma anche di giovani impegnati (e impegnativi), è necessario, sì. La gag fine a sé stessa, la leggerezza con cui si sfotte tutto ciò che è ritenuto politicamente corretto senza distinzione né prospettiva, la rigidità dei ruoli in cui c’è sempre un buono, il bello e la peste sono topoi di un intrattenimento che oggi irrompe sulla scena come un elefante in una cristalleria. E poi i tempi comici troppo lenti e poco comici, il linguaggio 2.0, la gestione degli ospiti…insomma stavolta è andata così ma, pazienza, può capitare.

Il web poi è un giudice spietato nei confronti della normalità, guai a pronunciarla, figuriamoci a proporla. Vive di gaffe e di icone. Si schiera dalla parte degli outsider indistintamente. Idolatra Achille Lauro un anno e Orietta Berti quello dopo come se fosse del tutto coerente, ma trova insignificante Francesco Renga solo perché un comune essere normale, quindi insipido, sciapo, non è più buono manco a cantare.
Va sorpreso obbligatoriamente, altrimenti si annoia e per lui sei già out.

Se mi sono dilungata nella lista dei difetti è proprio per concludere che, pur avendo notato tutto quello che non ha funzionato nella coppia Fiorello-Amadesus, non me la sento neanche di liquidare la loro professionalità con un verdetto letale che in questi giorni ho sentito, letto, addirittura pensato in qualche caso, allo sfinimento: BOOMER.

Vengo allo scoperto: io provo un’infinita tenerezza nei confronti dei boomer. Credo che il gap generazionale non possa essere trattato alla stregua di una colpa qualunque per il semplice fatto che nessuno è responsabile della propria data di nascita e nemmeno si può pensare che, stando al passo coi tempi, ogni cinquantenne debba tempestivamente ricalibrare tutti i riferimenti, i gusti e le lezioni che lo hanno nutrito per una vita. Credo che sarebbe auspicabile che proprio i giovani, anziché ridicolizzare la leva dei loro genitori, si prendano la briga di accompagnarli in questo nuovo mondo che stiamo ricostruendo, fatto di tempi rapidi e attitudini sensibili al nuovo, al morbido, al diverso. Di spiegarglielo anziché pretendere un pre-pensionamento e mortificarli per la loro antichità.

Non mi piace il coro di chi ogni volta, quale che sia il frangente, invoca un cambiamento drastico, persino irrispettoso, quasi che dopo i 50 anni non si abbia più niente da dare. E questo è un discorso complesso perché, posto che anch’io tifo per un Festival condotto da Alex Cattelan e Ema Stockolma, non ci sarà mai un ricambio fluido finchè non smetteremo di essere così severi e impietosi con l’altro, un atteggiamento questo che ci tornerà indietro come un boomerang di ansie e/o supponenza. Perché per dare il benservito al vecchio c’è bisogno di buttarsi e investire sul rischio di fallire, che è sempre complementare alla possibilità di avere successo, e quel rischio lì non fa sconti né ai soliti quattro matusalemme, né ai brillantoni under 30. Non è l’età il punto. È la capacità di elasticizzare i parametri, non dico di gradimento ma se non altro di merito, e di non svalutare in toto il lavoro degli altri con giudizi trancianti e aspettative inflessibili.

Non tutte le ciambelle escono col buco e lo stesso vale con gli show. Ma non trasformiamoci nel professore sadico che al liceo, invece di apprezzare l’impegno, a fine anno ci abbassava la media senza pietà. Pensavamo le peggiori cose di lui…

Ultimo argomento a difesa di questa 71° edizione del Festival è il tipo di comunicazione a cui ci ha assuefatti questa pagina così unica e totalizzante della storia che stiamo vivendo.

Veniamo da mesi in cui, tra crisi di governo e saliscendi epidemiologico, il livello del dibattito si è fatto assordante e glaciale al punto che l’azzardo di scherzare leggermente prende le sembianze di un brutto vizio o perlomeno di un lusso che al momento l’Italia non può concedersi. È sempre così: qualcuno canta fuori dal balcone e qualcun altro tra i dirimpettai o gli fa il controcanto o abbassa le tapparelle in segno di biasimo perché preferisce adottare nei confronti della difficoltà un atteggiamento più devoto. Sono scelte, entrambe legittime, purchè non si salga sul ring del giusto vs sbagliato.

Ci siamo abituati a parlare di quarantene, di sintomi, di esercenti che soffrono e terapie intensive che scoppiano. Questo il menù del giorno di ogni giorno, da oltre un anno, e ne viene da sé un Festival della canzone piombi tra i nostri interessi come un dessert troppo stucchevole in mezzo a una dieta a sciroppi amari e pane azzimo. L’informazione, oramai, è già essa intrattenimento, con un monopolio pressochè incontrastato dei palinsesti, a cui fanno eccezione solo una percentuale risicatissima di sceneggiati Rai e sceneggiate Mediaset. Dopodichè virologi, ondate, zone rosse, chi dice “Aiuto!”, chi dice “Suvvia”… Dirigono l’orchestra i Maestri panico e sconforto.

Se fosse il caso o no giusto aprire l’Ariston visti i tempi che corrono è stato a lungo oggetto di dibattito, il Festival ce l’ha fatta a non marcare visita e la critica è stata quasi subito pronta a scatenarsi, senza rendersi conto che disprezzare le scelte di questa direzione artistica è come sparare sulla croce rossa. Si è deciso di  garantire uno spettacolo che non verrà ricordato per l’eccellenza ma per la follia di averci provato, coraggiosamente, nonostante la terra bruciata di appuntamenti sociali imposta dalla pandemia. Non è scritto da nessuna parte che la Rai abbia fatto bene o che tutto il pubblico ne avesse davvero bisogno ma il punto è proprio questo: la televisione non può fare sempre la cosa giusta. Forse dovrebbe utopicamente, ma consegnarle il ruolo di capofamiglia nazionale è un errore di valutazione in cui spesso noi acerrimi osservatori incappiamo, al netto del fatto poi che anche il più premuroso dei padri, in quanto umano, potrebbe sbagliare. La comunicazione, specie quella televisiva, vive di responsabilità, è vero, ma soprattutto di rischi. E molto spesso queste due componenti si fanno sinonimi.  

Per me questo Festival è stato un tentativo di preservare quello che banalmente ci fa divertire, ci appassiona, ci distrae. E noi sulle poltrone non abbiamo un’idea reale di cosa voglia dire organizzarlo, per questo forse a volte facciamo fatica a riconoscerlo. L’anno scorso acclamavamo Diodato, vincitore con una canzone che riempiva di passione l’innaturalezza del silenzio tra persone che vorrebbero starsi vicine ma non possono più. Quest’anno i Maneskin ci ha ricordato che il silenzio è solo un vuoto da riempire di fermento, di energia, di desiderio e che è più facile travolgerlo suonandoci sopra, insieme.

Io poi tifavo la Madame, capirai, ma poco importa. Per me Sanremo è Sanremo e guai chi me lo tocca (boomer inclusi).

Naomi Giudice

Condividi:
Categoria:Basilico, Flowers, Life, Woman
PREVIOUS POST
Ti ricordi la DAD?: Cosa si racconteranno gli adolescenti di oggi alle rimpatriate del liceo.
NEXT POST
“Non volevo fare la giornalista”: Riflessioni in retromarcia la gusto di utopia.

0 Comment

LEAVE A REPLY