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Ti ricordi la DAD?: Cosa si racconteranno gli adolescenti di oggi alle rimpatriate del liceo.

Stavo pensando che forse io un’adolescenza senza la scuola non la saprei immaginare. Almeno la mia farei fatica a ricordarla perchè, pur non essendo mai stata un’allieva eccellente, tutto ciò che mi ha segnata lo ricolloco da quelle parti. Sia le illusioni che i disastri hanno orbitato attorno al liceo, come ad un nucleo raggiante di possibilità fortuite e imprevedibili che di fatto hanno fatto la differenza.

Lo studio, le amicizie, la sfida con il professore sadico e la saggezza di quello preferito diventano esercitazioni per imparare prima a fallire e poi di quali strumenti equipaggiarsi per non farlo. Ma non solo. La scuola, oltre ad essere una palestra di impegno, per molti ragazzi può rivelarsi un rifugio. Una rampa di salvezza per spiccare il volo da condizionamenti familiari asfissianti o da nidi vuoti di ascolto, rispetto ai quali scoprire di avere un’alternativa diventa decisivo per prendere coraggio e abbozzare un disegno audace della propria personalità.

Penso ai ragazzi segregati nei paesini di provincia che macinano km di autobus per affrontare la città, penso ai repressi, agli ambiziosi, ai timidi. Penso ai figli di nessuno e ai figli di papà che si ritrovano vicini di banco e lì capiscono che siamo molto più simili ai nostri opposti di quanto crediamo e che l’inconciliabilità è un pregiudizio. Penso alle cotte non corrisposte, alle figuracce presunte, agli appostamenti in incognita che tutto sommato ti spronano ad intuire che aspettare è romantico ma buttarsi è adrenalina pura.

Penso alle sigarette fumate da “grandi” e a quelle tossicchiate per emulazione. Penso agli scioperi, alle assenze strategiche, alle tele mezz’ora prima della campanella, pretesti di fuga che ti presentano a quei due diavoli tentatori che ti strizzeranno l’occhio vita natural durante: la vigliaccheria della scappatoia e il viziaccio della procrastinazione. Penso alle interrogazioni sabotate quanto a quelle sudate, al colpo di fortuna e alla tigna, alla distrazione e al divertimento. Al potere della condivisione prima che diventasse virtuale, quando suo emblema erano la fila al distributore delle merendine e il cortile brulicante di gente con lo stesso paio di jeans, le stesse incertezze e lo stesso subbuglio ormonale.

In quella rotatoria gigante di incontri, esperienze e emozioni scalpitanti, la scuola rappresenta l’aiuola centrale. Lo snodo attorno al quale ogni individuo intraprende il proprio percorso verso la maturità e, passo dopo passo, inciampo dopo inciampo, riscuote il raccolto, tra errori perdonabili e prime volte indimenticabili (che spesso sono anche sinonimi, ma non per forza).

Quel labirinto di aule e corridoi si afferma come territorio di avanscoperta in cui prendere coscienza dei propri limiti e delle proprie qualità. I gusti si scambiano e il pensiero si arricchisce di prospettive laterali grazie al confronto, dimostrando che nessuno può dirsi completo senza schiudere i propri confini alla curiosità.

È lì che si apprende un presupposto fondamentale, sia nel giudizio di merito che nelle relazioni: la necessità della presenza. Lì che la rabbia, le insicurezza, la competizione trovano un laboratorio creativo per sperimentare reazioni nuove, per tentativi. L’habitat naturale dove addomesticare le belve emotive e educarle al rispetto per sé e per gli altri, prima di tutto. Sempre lì che si apprende che la paura non fa così paura ma l’emarginazione terrorizza e l’indifferenza è una degna complice di quell’orrore. Lì che il bullo e il bullizzato si attirano per antitesi ma col senno di poi capovolgeranno il loro gioco di forze perchè chi aggredisce è schiavo di un’indole ma chi incassa il colpo allena l’animo alla resistenza.

E nella vita portare quella cicatrice si rivelerà un asso.

Ci stavo pensando perchè oggi che è tutto chiuso (le scuole superiori perlopiù ma tanto io a quelle mi riferivo), lo sviluppo di milioni di giovani sta subendo una battuta d’arresto imponderabile, che non significa rimanere piccoli fino a data da destinarsi ma perdersi una porzione considerevole di vissuto. Vuol dire relegare nella solitudine il periodo più ingestibile della propria evoluzione, perdersi lo scazzo della routine e il suo valore pedagogico. Non avere un’occasione quotidiana di smezzarsi il senso di incomprensione che in quegli anni ti si appiccica addosso più dell’odore del fumo o delle Fonzies e ritrovarsi soli a lottare con quell’ombra gigantesca che gli adulti oramai non temono più, o perlomeno non con la stessa agitazione.

Fa strano perchè questo incidente capita a una generazione che la storia pareva aver facilitato in tutto e per tutto ad aggirare l’ostacolo della distanza, ma in fondo chi ci aveva creduto che questo potesse bastare come pasto sostitutivo del contatto fisico (quindi umano)?

Crescere però, ora come allora, comporta un compromesso: accettare la responsabilità come moneta di scambio tra quello che dai e quel che ne ritorna. Solo che adesso non lo si può scoprire facendo tardi all’entrata ma col portone chiuso e l’Eastpak in riserva. La priorità oggi è la rinuncia ad un passaggio determinante e deve valerne la pena perchè non c’è scelta e questo deve bastarci.

Di sicuro, questo sacrificio varrà una lezione (e stavolta epocale), visto che in tutte le cose c’è uno stimolo utile,  ma non smetto di chiedermi che importanza avrebbe avuto questo tempo perso nella vita dei ragazzi segregati nella piccola provincia, dei repressi, degli ambiziosi, dei timidi, dei figli di case difficili o povere di ascolto…. Perchè aspettare è romantico ma buttarsi insieme nella baraonda, tenendosi il fianco, è adrenalina pura.

A cura di Naomi Giudice

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Categoria:Basilico, Life
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