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Empatia al gratin: La sensibilità di Delia Casalone, introversa socievole ai fornelli.

Delia Casalone è un’aspirante chef che incarna nell’animo lo stile placido della sua Torino, tanto discreta quanto elegante.
Il suo entusiasmo per la cucina nasce dalla curiosità di conoscere quel che ci attraversa e di maneggiarlo come un bene prezioso, da offrire in dono a papille trepidanti di accogliere un incontro: quello nostro con ciò che ci piace e con il suo artefice.

Il cuoco, in tal caso, è un autore della delizia. La sua attenzione consiste nell’equilibrio, nella comprensione dei contrasti e della loro possibile attenuazione. Incarna un atto di piacere condivisibile, la pazienza richiesta dal tempo che un frutto diventi maturo e che ogni ricetta conquisti con lentezza le sue fasi successive, affinchè tutto sia finalmente pronto per renderci soddisfatti.

Tra semi di orchidea e grani di pepe, Delia dimostra non solo di avere grandi passioni minuscole ma soprattutto una speciale indulgenza che realizza nella catarsi una condizione di pace; è nella disponibilità al cambiamento, infatti, che la nudità recupera il suo valore essenziale ed è allora che accumulare esperienza diviene il lievieto di quel che sappiamo. Un’espansione, in vissuto, della nostra identità.

Delia cresce da introversa che ama arredare il suo spazio privato di riflessioni e piccoli dolori innaffiati come germogli di cactus. La passione per il giardinaggio la insegna la qualità delle cose che necessitano di attesa e quanto ogni fioritura s’incastoni entro un inizio e una fine, consecutivamente.
In maniera simile, la dedizione per la cucina ribadisce quel voto di temperanza rivolto al corso progressivo di ogni creazione.

Scegliere ingredienti di stagione e lasciare andare a fuoco lento sono i presupposti di un patto tra ciclicità e desiderio, il compromesso perchè ogni piatto arrivi puntuale all’appuntamento con il suo essere squisito.

La solitudine, da sempre, è il pentolone in cui mettere in ebollizione traumi ed intuizioni, quel tanto che basta perchè il vapore che ne proviene acquisisca profumo o almeno un odore familiare riconducibile a “casa”. In quella scia, allenare lo sguardo alla bellezza e il gusto a riconoscere il giusto grado di sapidità diventa la gavetta per portare alla luce un talento meraviglioso: saper coniugare il bello col buono, come una cornice col suo quadro o un sentimento col suo effetto rasserenante, mai lesivo.

C’è una dolcezza fibrosa nel modo che Delia ha di raccontarsi, nutriente per chi l’ascolta eppure mai stucchevole. Imparare ad amarsi, per lei, è stata una missione di avanscoperta pilotata dallo spirito critico, che però non ha mai perso l’abitudine di rifocillarsi in angoli di quiete che non fossero spigoli. Nella natura umana e in quella variopinta dei vivai, regni ricchi di profondità e splendidi di senso, in cui si avvera – gentilissima – la fotosintesi del passato che cede il posto a un respiro di un altro sapore.

Il proprio, diverso (un passo per volta migliore).

Che ricordo hai dell’infanzia? Sei stata una bambina vivace oppure mansueta?

“Timidissima. Molto molto introversa…Passavo ore a disegnare e stavo anche molto sola, un po’ perché mi piaceva, un po’ perché mi sono abituata presto a non sentirmi sempre in sintonia con gli altri.”

Qual era la tua fiaba preferita e in quale personaggio ti piaceva immedesimarti?

“Assolutamente nessuno! Ho guardato pochissimi cartoni della Disney e non ho avuto un’infanzia particolarmente creativa da questo punto di vista. Ricordo che avevo solo un grande libro sulle fate e che nel tempo libero mi mettevo a sfogliarlo e rimanevo incantata a guardare le immagini.”

Quali interessi hanno accompagnato il tuo percorso di crescita? Sei sempre stata curiosa o lo sei diventata?

“Lo sono sempre stata. Se c’è una cosa che mi contraddistingue sin da quando sono bambina è il fatto di chiedere di continuo <<perché?>>, quasi per ogni affermazione pronunciata in mia presenza!
Nel mio percorso di crescita l’autocritica è stata una costante, a tratti eccessiva, a tratti superflua, che però mi ha portato a mettermi spesso in discussione. E poi l’arte, in senso lato, è stata un’altra compagna che ho sempre cercato intorno a me.”

Cosa cattura di solito la tua attenzione, nella realtà che ti circonda? Quali sono le cose che ti calmano e quelle che ti fanno agitare?

“Il profumo. Nonostante la mia sinusite (!), sono ipersensibile agli odori e mi basta incrociare una scia per strada per creare un collegamento con ricordi di dieci o vent’anni fa. Ma non solo…mi colpiscono anche i colori, le linee. Sono un’esteta quindi sono alla continua ricerca dell’armonia e ho un’inclinazione naturale ad individuare il bello, ovunque si trovi. Trovo la pace nel profumo dell’aria d’autunno, nell’odore dei pini marittimi di Roma e in quello del pane. Mi agitano, invece, i luoghi affollati e di conseguenza caotici.”

Ai tempi della scuola eri quella che si può definire un’alternativa? Cosa pensavi degli adulti e come tentavi di emanciparti?

“Se devo stereotiparmi, diciamo di sì. Tra colori di capelli e tatuaggi vari ero il tipo di persona che poteva essere definita come alternativa, nonostante il mio carattere sia all’opposto di quella etichetta. Con il mondo degli adulti, in realtà, mi sono sentita molto più a mio agio che con i ragazzi della mia età, per questo non ho mai vissuto contrasti con l’autorità, genitoriale o no. Negli ambienti popolati da adulti mi sono sempre ambientata bene perché paradossalmente mi sembrava di essere meno incompresa e di riuscire a farmi capire con più facilità.”

Che cos’è per te la libertà?

“Quando si riesce a coesistere con il mondo esterno, senza perdere l’integrità che appartiene al singolo. Significa mantenere la propria autenticità nonostante quel che ci circonda.”

Che cos’è l’empatia?

“La capacità di sentire ciò che sentono gli altri, ed è un concetto che personalmente non riferisco soltanto agli esseri umani ma agli animali in genere. L’empatia consiste nella proprietà della compassione, che è un termine oggi frainteso ma che etimologicamente vuol dire <<patire insieme>>. È qualcosa che va oltre la sensazione istintiva che si può provare per qualcosa o qualcuno ma mira a capire, per riuscire a sintonizzarsi su quella stessa emozione.”

A cosa associ, in generale, l’idea di bellezza? È qualcosa che si vede o che si percepisce?

“È una percezione. Ho sempre dato più importanza alla seconda cosa che alla prima, il che vuol dire che reputo bello ciò che è vero e a sé stante, molto più di ciò che è bello esteriormente. Quel che conta per me è l’identità, non tanto l’aspetto.”

Che rapporto hai tu con lo specchio? Ti sei sempre sentita a tuo agio nel tuo corpo o hai dovuto attraversare fasi di conflitto?

“Mi sono sempre talmente arrovellata su me stessa che, in realtà, con lo specchio ho sviluppato un rapporto strano. Non ho mai cercato qualcosa di bello guardandomici, né mi sono mai sentita particolarmente sensuale o attraente. So che quella è la mia faccia, tutto qua, mentre con il corpo il discorso è diverso…

Sarà che i disturbi alimentari sono una delle cose più variamente declinabili possibile ma se non altro al momento posso dire di accettarmi, il che non è sempre facile ma in passato è stato tragico. Ho capito che il problema non l’ho mai avuto con il mangiare ma con me stessa e che di quei problemi interiori il cibo era solo un mezzo, non la causa.”

Imparare ad amare te stessa è stato un processo graduale: più doloroso o più sorprendente?

“La seconda. Nonostante ci siano momenti in cui senti di essere arrivato ad un punto definitivo, non appena volti l’angolo ti rendi conto che c’è ancora una buona parte di perimetro da esplorare. Credo si tratti di acquisire una forma mentis il cui risvolto sia essere sempre disposti a conoscere qualcosa in più di se stessi, per riuscire ad apprezzarsi completamente.
Imparare ad amarmi è un gran bel viaggio, di sicuro il maggiore che io abbia mai fatto da quando sono al mondo.”

Descrivi la tua personalità con un insetto, un odore e un succo di frutta.

“Allora: ape, bosco, mirtillo.”

Che rapporto hai con il tempo? Ne dedichi abbastanza a quello che ti piace?

“Sì, sono riuscita negli anni a gestirlo piuttosto bene dal momento che ho imparato a distinguere ciò che è piacere da ciò che è dovere. Non appartengo alla categoria di quelli che vorrebbero le giornate di almeno 60 ore. Mi trovo a mio agio con le 24 che sono state stabilite!”

Che rapporto hai invece con la memoria? Se ti guardi indietro qual è un ricordo che vorresti cancellare e quello che di sicuro salveresti?

“Vorrei cancellare i ricordi nei quali ho avuto a che fare con relazioni malsane, lesive per me stessa e legate a un modo sbagliato di scegliere quali persone avere vicino. Quello che salverei invece è la decisione di essere qui adesso, a Parma, per fare questo corso. È stato un passo profondamente importante che ha significato per me andare via da casa, stare a lungo da sola, intraprendere un percorso impegnativo ma per il quale è valsa la pena mettermi in gioco.”

In linea di massima sei una persona socievole o che ama stare in disparte? Come è evoluto, negli anni, il tuo approccio alla solitudine?

“Mi son sempre descritta come un’introversa socievole, che può suonare come un ossimoro ma giuro che non lo è. Mi piace stare con le persone se le persone mi piacciono, altrimenti non ricerco la compagnia solo per paura di restare da sola. Sarà che sono stata forgiata alla solitudine sin dall’infanzia, per cui ora ci sguazzo. Amo avere i miei spazi, le mie libertà ma recentemente ho cominciato a sentire anche il bisogno di socialità. Posso dire di aver raggiunto finalmente un mio equilibrio, con un numero raccolto di amici con i quali però ho un reale piacere di passare il mio tempo. Stare in gruppo, comunque, non lo preferisco alla vita solitaria: mi piacciono entrambi in egual modo.”

Chi/cosa immagini di essere stata in una vita precedente e in cosa ti piacerebbe rinascere?

“Non mi sono mai posta questa domanda ma potendo scegliere, visto che amo moltissimo la Francia, mi piacerebbe aver vissuto a corte, nell’opulenza di Versailles, immersa nello sfarzo assoluto. Nella prossima vita, invece, mi piacerebbe essere un’aquila.”

In cosa ti assomiglia Torino e dove ti piacerebbe abitare?

“Sogno Parigi, da sempre. O anche Roma, se non fosse invivibile per mille ragioni. A Torino mi sento molto legata perché dico sempre che è rimasta un po’ sabauda. Non ha una gran multiculturalità, è silenziosa, ordinata, con molto verde a disposizione. È un posto in cui riesco a sentirmi a casa.”

Nell’ultimo periodo hai attraversato una sorta di catarsi che ti ha portato a liberarti di tutti gli orpelli inutili, per ricongiungerti quanto possibile alla tua vera essenza. Che cosa hai riscoperto? Se potessi tornare indietro cancelleresti anche i tatuaggi?

“No, perché sono parte di me, anzi in futuro penso di farne anche altri. La mia risposta a chiunque, negli anni, mi abbia chiesto se non avessi paura di pentirmi, prima o poi, è sempre stata: <<questo è solo un corpo!>>. E questa è esattamente la ragione per cui non ho avuto problemi a tagliarmi i capelli cortissimi o levare i piercing che avevo ai lati della bocca (per questioni di igiene, dovendo stare in cucina). Penso arrivi per tutti – ognuno all’età che vuole – un puntp in cui ci si dovrebbe spogliare il più possibile di tutto ciò che è in più. È un atto molto sottovalutato.”

Credi che la disponibilità al cambiamento sia un’indole o una necessità?

“Un’indole, come dimostrano le tantissime persone che avrebbero bisogno di modificarsi e invece non ci riescono, nonostante sarebbe un modo di star meglio. Nel mio caso la disponibilità al cambiamento credo sia legata all’autocritica, che di per sé pone nella condizione di leggere i propri comportamenti e analizzare i momenti di sconforto. Se sai in cosa manchi, è più facile cambiare.”

Nella tua esperienza personale hai mai avuto a che fare con vizi o relazioni tossiche? Se sì, come ne sei uscita?

“Vizi mai, perchè sono sempre stata abbastanza portata per il vivere con il minimo indispensabile. Relazioni tossiche sì ma ci è voluto del tempo a identificarle come tali. Mi ripeto sempre che non è stata colpa mia ma una mia responsabilità averne fatto parte. Ne ho avute più di una ma l’esperienza mi ha dato modo di impegnarmi a non averne più, grazie alla capacità che ho acquisito di individuare quali comportamenti, sia dell’altro che miei, valutare come dannosi.”

Qual è secondo te il più grande limite dell’essere umano? Qual è la sua maggiore risorsa?

“La più grande risorsa è la curiosità, che ti aiuta a non fermarti a ciò che hai. È la più luminosa spinta verso il mondo esterno, verso gli altri ma in generale verso ciò che non conosci, con tutta la sensibilità che ne consegue. Il limite è l’ottusità, che è sinonimo di ignoranza.  L’incapacità di mettersi in dubbio negando a se stessi la possibilità di migliorare e agli altri di non sentirsi frustrati dal nostro modo di agire.”

Come declini su te stessa il carattere della femminilità? Ritieni che al giorno d’oggi il tema del femminismo sia abusato o doveroso?

“Doveroso ma dipende come se ne parla. È un tema che racchiude al suo interno moltissime cose: politica, lavoro, corpo, uso dell’immagine a scopo commerciale, sessualità. Argomenti delicati che si scontrano con dogmi che sono radicati nella nostra società. Ultimamente di sicuro c’è una sensibilizzazione maggiore ma la strada è tanta, per questo è essenziale fare qualcosa, altrimenti non ce la faremo mai.

Per quel che riguarda me, la femminilità mi appartiene in quanto femmina. La vivo come un carattere biologico che però non cerco di alimentare. Sono dell’idea che sia più femminile una camicia con un paio di bottoni aperti che una gonna molto corta. Un modo di muoversi o di gesticolare. Questo perché la sensualità non credo sia tanto qualcosa di estetico ma che abbia a che fare piuttosto con lo sguardo di chi ci si trova davanti, nella sua capacità di cogliere un indizio.”

Facendo un rapido inventario: Hai più speranze o paure? Fantasia o disincanto? Gonne o pantaloni?

“Speranze. Fantasia. Pantaloni.”

Quanto ti riconosci nella tua generazione? Ti capita più spesso di sentirti orgogliosa o imbarazzata per un tuo coetaneo?

“INADATTA! Questa è sempre stata la costante della mia vita e in passato mi ha dato anche molta sofferenza. Nonostante questo non ho mai perso fiducia nell’umanità, a prescindere dall’età. Quello che mi delude dei miei coetanei è l’apparenza e lo stile di vita creato dai social.”

Come si svolge una tua giornata tipo? Qual è il tuo primo desiderio al risveglio e con quale pensiero ricorrente ti metti a dormire?

“Non ho una vera routine. Il primo istinto banalmente è quello di sfamare i miei gatti prima che siano dilaniati dalla fame, mentre per me preparo un thè. Non ho rituali di bellezza e sono a lezione per dieci ore, cinque giorni su sette. Il pensiero che mi accompagna quando vado a dormire è che domani sia un altro giorno. Mi piace la ciclicità del tempo e sono convinta che, se ben impiegato, possa essere un grandissimo alleato. Mi tranquillizza l’idea che tutto abbia un inizio e una fine, e il giorno dopo si ricomincia da capo.”

Di recente ti sei iscritta ad un corso di cucina. Cosa ti ha avvicinato a questo mondo e qual è l’ingrediente che aggiungeresti in ogni piatto?

“Ho cominciato a cucinare ormai dieci anni fa, per necessità. All’inizio mi accontentavo di schiaffare la prima cosa che capitava in padella ma poi ho avuto un’illuminazione, ovvero che il cibo che ingeriamo ci attraversa. Alimentarsi è diventata una prassi ma non è affatto scontato farlo nel modo giusto, così negli anni è il mio interesse è cresciuto, l’ho approfondito e ho scoperto quanto sia felice la faccia degli altri quando assaggiano qualcosa di buono. La cucina, a suo modo, è una grande dimostrazione di altruismo, e ora che mi sono iscritta a questo corso sono davvero felicissima.

L’ingrediente che aggiungerei ad ogni piatto? Beh, sono un’amante del pepe di ogni colore e forma…e anche dello zabaione! I dolci sono l’unico vizio che mi sono sempre concessa.”

Coltivi, in tutti i sensi, l’hobby del giardinaggio! Cosa ti trasmette stare a contatto con la natura e quando senti il desiderio di comprare una nuova pianta?

“Quello che mi hanno insegnato le piante è non avere fretta. Io sono una persona impaziente ma se vuoi vedere una pianta fiorire non c’è modo di affrettare quel processo. Ci sono tempistiche da seguire, i movimenti del sole…La natura t’insegna che ci sono cose che non puoi modificare: puoi solo accettarle e lasciare che facciano il loro corso.

Quando sto male passo delle ore in un vivaio molto grande che si trova a Torino e spesso è capitato di decidermi a comprare una nuova pianta proprio nei giorni in cui mi sentivo più giù.”

A quale senso ti senti più legata tra i cinque che abbiamo in dotazione?

“Olfatto”

Qual è, in assoluto, il fiore con cui ti identifichi?

“L’orchidea è un fiore particolare che vive essenzialmente di ciò che l’ambiente crea. I suoi fiori durano mesi, poi cade tutto e si riparte di nuovo.”

Se pensi al futuro, qual è il tuo augurio più grande?

“Di non smettere mai di essere curiosa di tutto.”

Cos’è per te il talento? Quale credi sia il tuo?

“Penso che nessuno, tranne forse Michelangelo o Einstein, sia nato con un talento enorme. Mi viene più facile credere in un agglomerato di cose che si amalgamano, nel modo giusto al momento giusto. Ci sono sicuramente delle potenzialità di partenza ma hanno quasi sempre bisogno di essere sviluppate per venir fuori sotto forma di sensibilità o di praticità, e spesso succede senza neanche sapere in cosa dimostreremo quel talento. Il mio credo che sia saper coniugare le cose belle e quelle buone, un binomio per me imprescindibile.”

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Instagram: @calicanto_

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