15 49.0138 8.38624 1 0 4000 1 https://www.navelmagazine.it 300 0
theme-sticky-logo-alt
theme-logo-alt

L’estetica del flow: I virtuosisimi di Will Bloom, dalla black music al conscious rap.

Ogni skater, in fondo, è un elegantone in borghese. E la musica…la musica spesso è una corsia preferenziale per l’espressione, che fa scivolare i pensieri rapidi come rotelle sull’asfalto.

Ivano, nome d’arte Will Bloom, è un rapper di Ladispoli che definire sinteticamente “rapper” suona quasi stonato. Scrivere, per lui, non rappresenta una mitragliatrice arrabbiata di barre ma risponde ad un’urgenza virtuosa di comunicare la propria diffidenza, senza mai rinunciare all’alleanza del sound. Se non fa ballare, d’altronde, tanto vale scrivere una poesia ma sull’onda del beat ogni moto di energia è già un contagio.

La grana musicale dei suoi pezzi mantiene tutte le striatuture degli ascolti che hanno allenato il suo orecchio al groove: RnB, funky, jazz e, ovviamente, hip hop. Sono queste solo alcune delle influenze che riecheggiano in uno stile che mixa in maniera tutt’altro che banale la scena underground ad una ricerca sofisticata di incastri verbali e sonorità.

Eclettico, accattivante, riflessivo. Will Bloom restituisce una sua versione di quel rap conscious che è stata la sua scuola. Percezioni attente si spezzano tra le rime e trasmettono tutto l’amore non corrisposto per il mondo, ma sempre cavalcando i rollercoaster del flow.

Respirare la strada sul tappeto volante dello skateboard è l’occasione per puntare la lente d’ingrandimento sulle piccole sensazioni di giorni qualsiasi e farle diventare giganti. Le parole descrivono sensazioni insofferenti che s’insinuano nella melodia, pilotate da un ritmo imprevedibile, denso di citazioni black.

Se la ribellione è un sentimento tacito, l’analisi critica della realtà dondola a tempo e trasforma il canto in una valvola di sfogo e euforia. Sfrecciando rasoterra, Will Bloom mette a punto un esercizio controllato del proprio equilibrio per destreggiarsi tra le contraddizioni che falsificano il comportamento umano fino a renderlo un terreno arido. Ma cantarlo equivale a masticare la speranza che magari, presto o tardi, “rifiorirà”.

Will Bloom: è questo che significa dare voce a un bisogno per un cinico controvoglia, con gli ideali in cattività.

Com’è cominciata la tua passione per la musica? Quando hai capito che i tuoi pensieri avevano bisogno di poggiarsi una melodia?

“La mia passione per la musica dura da tutta la vita, ricordo infatti che sin da piccolo mi mettevo davanti allo stereo per cantare sulle canzoni che mi piacevano. A 18 anni finalemente ho acquisito la consapevolezza che avrei potuto farla anch’io, tramite il rap. Con un gruppo di amici abbiamo messo su un gruppo e abbiamo cominciato così, per gioco, finchè non ci siamo resi conto che stavamo imparando, e a quel punto ci è voluto davvero poco perchè quel divertimento diventasse il mezzo per soddisfare un bisogno di espressione.

Dal rap si è accresciuto il mio interesse per il canto, quindi ho iniziato a prendere lezioni e da un annetto a questa parte ho inserito anche il piano, oltre allo studio della produzione.”

Qual è stato il motore della tua esigenza creativa? Ti è venuto più istintivo scrivere o suonare?

“Se mi guardo a ritroso cantare è venuto prima, invece scrivere è uscito fuori con il tempo man mano che sentivo l’esigenza di creare qualcosa di mio. La scrittura è arrivata dopo ma è diventata una necessità primaria, il motore principale di tutto ciò che faccio.”

Con quale repertorio hai allenato l’orecchio prima di cimentarti in una produzione musicale tutta tua?

“Con un repertorio hip hop e r’n’b. In generale mi ha sempre attirato tutto ciò che riguarda la black music: gospel, jazz, blues, funk…Mi piace la musica ritmata, con groove, ma sono molto legato anche al rap italiano vecchia scuola, quello dei Colle der Fomento e del primo Coez.”

Cosa attira la tua attenzione nella vita di tutti i giorni? Quali sono le cose che t’infastidiscono e quelle che ti rendono curioso?

“Sono una persona abbastanza eclettica quindi mi colpiscono molte cose. La musica è la valvola di sfogo per esprimere ciò che penso e infatti considero il rap più che un mezzo di denuncia sociale un modo personale di descrivere certe piccolezze del quotidiano. Mi concentro sui contrasti che vedo tra quello ci hanno insegnato e quello che ritroviamo nella vita di tutti i giorni o su concetti fasulli, di cui tanti si riempiono la bocca. In generale m’infastidiscono il fanatismo e la prepotenza, non solo quella palese ma i dettagli che la incarnano nel modo di fare.

Quello che m’incuriosisce, invece, sono le persone: osservare come modellano i temi che tengono banco nella mia testa, ad esempio la moralità, il posizionamento sociale e il concetto di normalità. Essendo il contesto a generare il comportamento, provo grande interesse anche per culture distanti dalla nostra, come quelle orientali, in cui s’insegna l’amore per la vita e il rispetto dimostrato attraverso il distacco. Cose che noi non riusciamo nemmeno a concepire abituati come siamo ad essere morbosi con ogni cosa che ci trasmetta un’emozione, e di conseguenza, a ritrovarci spesso come tossici alla ricerca di sensazioni già provate. Per riassumere, ciò che mi rende più curioso è proprio la felicità e le illusioni che ci creiamo pur di raggiungerla.“

Che ricordo hai dell’infanzia? Qual era il tuo gioco preferito da bambino e chi avresti voluto essere?

“Eh, è un periodo che mi ricorda tante cose felici. Da bambino avrei voluto essere un personaggio, non uno in particolare ma qualcuno con una storia diversa dalla mia che, per qualche ragione, mi fosse d’ispirazione. Ho attraversato fasi diverse: dal calciatore al cantante al protagonista di un cartone Disney… Già allora viaggiavo parecchio con la fantasia e di certo, se avessi potuto, avrei preferito vivere nella mia testa che nel mondo reale! I giochi che mi piacevano di più, invece, erano quelli all’aria aperta.”

Ai tempi della scuola eri un ribelle o un alternativo? Qual è stata la colonna sonora della tua adolescenza?

“Una via di mezzo. Sono cresciuto in una scuola di Ladispoli, in un ambiente paesano in cui non è stato difficile distinguermi, sia per come mi vestivo sia per come mi tenevo lontano da certi circuiti. La colonna sonora della mia adolescenza sono stati i Ramones, un’atmosfera punk che ha accompagnato gli anni in cui ho cominciato a fare skate e a sviluppare un mio stile. In effetti, posso dire di essere stato più alternativo che ribelle, perché in fondo sono sempre andato d’accordo con tutti. La ribellione è qualcosa di più tacito in me.”

Quali sono stati i riferimenti che hanno nutrito la tua sensibilità artistica (cinema, letteratura, sport)?

“Al quinto anno di superiore sviluppai un’affinità per il relativismo, Einstein incluso. Sono stato attratto dalla filosofia, al punto di iscrivermi all’università per un breve periodo, ma la mia passione per la corrente relativista era nata già leggendo Pirandello, autore di cui amo leggere gli scritti ancora oggi. Oltre a questo sono stato influenzato dalla realtà urbana più underground, dallo skate e dai riferimenti musicali che hanno accompagnato il mio percorso di crescita. Il conscious rap, in particolare, ha rappresentato per me una grande scuola per trovare sempre nuovi spunti di riflessione.”

Hai mai avuto un idolo?

“Un idolo no ma ci sono diverse persone da cui ho preso parecchia ispirazione nei vari contesti in cui mi sono impegnato. Skater, musicisti ma idoli reali penso proprio di no. Diciamo che nel corso degli anni mi sono allineato a personaggi che mi affascinavano per la loro bravura ma sempre restando distante, pur prendendone esempio.”

Quand’è stata la prima volta che ti sei esibito in pubblico? Ti sentivi in imbarazzo o gasato all’ennesima potenza?

“Lo ricordo molo bene. Avevo 18 anni ed ero con il mio gruppo rap di allora, qui a Ladispoli. Avevo davanti tutta gente che conoscevo e si dice che questo crei ancora più emozione in un artista che si esibisce in pubblico ma io ero così tanto concentrato che non ho neanche sentito la tensione. La preoccupazione di far bene è subentrata dopo, all’inizio c’era solo un’espressione onesta, uno sfogo del tutto naturale.”

Per chi fa rap come te il testo ha un ruolo fondamentale. È più importante che la scelta delle parole sia più musicale o efficace?

“Ovviamente è un compromesso. Il punto di partenza è sempre la musicalità, altrimenti si potrebbe scrivere bene rimanendo fuori dalla musica. È fondamentale il ritmo e incastrare il significato delle parole sulla linea melodica è il vero lavoro su cui concentrarsi. Io, ad esempio, gioco spesso con le contraddizioni e come succede nel conscious rap aggiungo riferimenti alla vita vissuta. Fare rap è un po’ come tirare fuori il coniglio dal cilindro: l’effetto arriva se sei capace di nascondere un concetto e farlo arrivare tutto insieme, alla fine. Ma la musicalità è alla base di tutto, altrimenti si potrebbe scrivere un romanzo o una poesia.”

Cosa ispira solitamente le tue canzoni? Sono getti di rabbia o un’analisi simbolica della realtà?

“La maggior parte nasce da un’esigenza interiore di esternare qualcosa. Un’analisi simbolica ma fredda avviene raramente…Tutto parte o da uno sfogo o dalla volontà di cimentarsi in un esercizio di stile. In linea di massima è la musica ad ispirare il tema della canzone e seguendo quella linea melodica si trova la chiave per concluderla.”

Definisci la tua personalità con un una giostra, un vizio e un paio di scarpe.

“Come giostra scelgo le montagne russe perché sono una persona lunatica e il mio umore è un continuo saliscendi. Il vizio è il fumo (insieme alla musica) e per le scarpe…beh, sicuramente da ginnastica, di quelle da skate ma che siano anche abbastanza eleganti. Lo skater è un esteta: fissato con lo stile ma allo stesso tempo pratico, che non ha paura di sporcarsi.“

Che cosa s’intende per flow? Che cos’è invece il groove?

“Il flow è il modo il cui il rap scorre, è un po’ come se fosse la batteria dei cantanti. Se il ritmo è un corso d’acqua, il flow è la capacità di starci dentro e percorrere le varie increspature, rendendole addirittura interessanti.

Il groove, invece, riguarda più che altro il musicista. Ha a che fare con l’espressione melodica e ritmica, che sia capace di farti muovere!”

Cosa distingue il rap da qualsiasi altra forma di espressione musicale? Si può essere rapper e cantautori contemporaneamente?

“Faccio fatica a descrivere che tipo di artista sono ma nella mia esperienza ho sempre creduto che la carriera da cantautore e da rapper potessero andare di pari passo. La differenza sta nel fatto che il cantautore arrangia i brani mentre il rapper lavora su basi registrate ed è più che altro un paroliere, senza essere necessariamente un musicista. Al giorno d’oggi però il rap ha assunto forme così varie di fusione con sonorità diverse che il divario tra generi non è più così enorme.”

A quando risale il primo brano che hai scritto? La scrivesti su un foglio o improvvisasti in freestyle?

“Lo scrissi su un foglio di carta straccia, non sono mai stato un grande freestyler. Ho la fissa di mettermi a tavolino e costruire il testo con il tempo che ci vuole. Mi serve cancellare, sbagliare, pensare alla parola giusta finchè non mi viene in mente… Nel freestyle c’è più approssimazione, invece mettersi a progettare esattamente quello che vuoi dire è un altro universo.

Il titolo non me lo ricordo perché era una prova così, tanto per imparare, ma il pezzo di cui mi sono sentito per la prima volta convinto e soddisfatto si chiamava Forte e Chiaro, dei Columbia Boys (il mio gruppo rap di allora).”

Da cosa deriva la scelta di Will Bloom come nome d’arte?

“Ho preso spunto da Big Fish. Will è il nome del figlio del protagonista, Edward Bloom, che è un uomo che ama raccontare storie incredibili, spesso esagerate. Will rimprovera il padre di essere un bugiardo ma la verità è che esiste un parallelismo tra menzogna e fantasia, perché attraverso l’immaginazione si può inventare un mondo migliore di quello reale. Sono molto legato a questo concetto e in più Will Bloom tradotto in italiano significa “fiorirà”, quindi mi piaceva anche per questo.”

La tua è una metrica tutt’altro che fitta, al contrario mantiene un andamento sinuoso e originale. Quanto studio c’è dietro lo schema delle tue rime?

“Parecchio. C’è stato un periodo in cui i tecnicismi mi affascinavano molto e mi piaceva sperimentare incastri di parole vari. È quello il compito dell’MC…Se il rapper fa la rima gatto-matto, l’MC ti sorprende con accostamenti complessi. Come dicevo, in primis è la musica a guidare la scelta delle parole ma quando la metrica riesce a mettersi al servizio della linea melodica in una maniera non scontata allora hai fatto centro.“

Rap, skateboard e petto tatuato: la tua è un’attitudine piuttosto underground. Che cosa significa vivere lo spirito della strada e quanto un certo stile di vita è stato strumentalizzato nel mondo della musica contemporanea?

“Quando sento parlare di vivere la strada mi sembra sempre che ci sia più fanatismo che verità. Quello che esiste è il legame con l’ambiente in cui cresci e con le logiche che lo costituiscono. Io sono cresciuto facendo skate, in mezzo a ragazzi che venivano dai centri sociali, ognuno con una propria espressione artistica/sportiva forte. Ho vissuto in mezzo a parecchi scoppiati che però hanno ampliato il mio senso di normalità, ma quello che più di tutto accomuna chi frequenta certi posti è il senso di appartenenza a una visione comune del contesto urbano e una maniera di vivere la vita liberamente.

Lo skate, in particolare, per chi lo pratica non è solo uno sport, ma è da considerarsi una forma d’arte a tutti gli effetti. Chi lo fa seriamente ci pensa dalla mattina alla sera e sente la strada come uno strumento da usare per esprimersi nel suo talento.”

Attorno ai tuoi pezzi ruota un universo citazionale ipervariegato: disco music, sonorità folk e blues. Quanto conta in musica la contaminazione?

“Onestamente credo che a rendermi particolare sia il fatto che in Italia quello che faccio non sia stato tanto percorso, ma fuori c’è gente che ha avvicinato il rap a altri generi ed ha fatto di questo la sua fortuna. Penso a Mac Miller, Kendrick Lamar, PJ Morton…Io tento di unire tutto ciò che mi ispira e ho un’idea di rap aperto a qualsiasi altra musicalità. Non penso di essere originale ma solo di confondermi con la musica che amo, unendo insieme degli elementi in base al mio gusto personale. Credo che questo conti più di tutto, non tanto creare qualcosa di troppo innovativo ma saper rendere tuo ciò che già esiste. È la vera dimostrazione che ogni persona è un filtro e che il risultato delle sue scelte dà sempre origine a qualcosa di irreplicabile.”

In una tua canzone dichiari di non soffrire la solitudine: lupi senza branco si nasce o si diventa?

“Lo si diventa. Qualsiasi essere umano per natura cerca la condivisione. La mancanza di fiducia nasce da un’osservazione realistica e cinica della vita. Guardandoti intorno arriva quel momento in cui crolli dal castello immaginario frutto della tua fantasia in un mondo che non è per niente come lo avevi sognato. A percepire la solitudine ci si arriva col tempo, quando ti trovi a sviluppare un atteggiamento di risposta a certe dinamiche anche se finchè ne scrivi, in fondo, stai ancora tentando di esorcizzare quella delusione comunicandola a qualcuno, quindi il collegamento con l’altro rimane.

Il bambino che vuole continuare a chiedere di giocare insieme dentro sopravvive sempre, nonostante tutto… È come in Into the wild no? La felicità è reale solo se condivisa. E questo è anche il grande compito dell’arte: abbattere le barriere dell’incomunicabilità, raccontando il proprio punto di vista.”

In un’altra descrivi l’amore come una distrazione. Ti consideri più romantico o iperattivo?

“Più romantico, ma va detto che nella cultura occidentale siamo tutti un po’ romantici. Siamo possessivi in amore e viviamo i sentimenti idealizzando la persona che abbiamo davanti purtroppo, e la prova è che assistiamo a parecchie relazioni fallimentari…Il cinismo deriva propria dal rendersi conto che subiamo certe costruzioni. In compenso fare musica ti permette di avere inventiva e crearti una realtà migliore, alternativa, rispetto a quella a cui siamo abituati.”

Quali sono gli artisti che stimi di più e con chi ti piacerebbe duettare?

“C’è tutta la nuova scuola dei vari Anderson .Paak, Cory Henry, Jacob Collier, PJ Morton. Di italiani apprezzo tantissimo i Colle der Fomento, che hanno una concezione del rap molto vicina alla mia, aperta a collaborazioni con espressioni diverse del mondo musicale. Dei classici penso a Chet Baker, Billy Evans e Barry Harris.”

Se pensi al futuro quali sogni speri di avverare fuori dal cassetto? Quali sono i tuoi progetti a breve termine?

“Il sogno è quello di vivere di musica come unico impiego. Tra i progetti a breve termine, invece, ci sono le canzoni che ho registrato l’anno scorso più un paio a cui sto lavorando adesso. Poi ci sono i videoclip, che sono sì un modo di attirare l’attenzione ma mi permettono anche di dare ulteriore profondità alle parole attraverso l’immagine. E infine lo studio, visto che non bisogna smettere mai di fare ricerca.”

Che cos’è per te il talento?

“Il talento è una predisposizione ma può essere usato allo stesso modo come sinonimo di sensibilità. A volte può arrivare col tempo, com’è stato nel mio caso. È importante rendersi innanzitutto spettatore di se stesso e avere dedizione, in modo tale da crescere, imparare, imparare a fallire e migliorare. Il talento è descritto come un concetto astratto ma in fin dei conti non è altro che lavoro.”

CONTATTI
Instagram: @_yes_it_will
Youtube:

Condividi:
Categoria:Creativity, Curry, Life
PREVIOUS POST
Dandy di velluto: Lo stile di Alessandro Amico, dalla fotografia di moda verso il reportage.
NEXT POST
Empatia al gratin: La sensibilità di Delia Casalone, introversa socievole ai fornelli.

0 Comment

LEAVE A REPLY