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Dandy di velluto: Lo stile di Alessandro Amico, dalla fotografia di moda verso il reportage.

Alessandro Amico comunica per immagini. Figlio di un papà prestigiatore e di una mamma sputafuoco, cresce nell’atmosfera fantasmagorica della creatività. Il suo entusiasmo per l’arte e la dedizione con cui coltiva il proprio estro sono impulsi a cui si abbandona con totale spontaneità, non rinunciando mai neanche per un attimo a salvaguardare quella natura stravagante di chi lascia coincidere estetica e carattere.

Una sensibilità libera e riflessiva converge nelle grandi passioni della sua vita: la fotografia, il viaggio, la spiritualità. Mondi emotivamente ricchi di intimismo e generosità. Indugiare nello sguardo sull’altro, infatti, è un mezzo di comunione profonda, capace di espandere i confini dell’individualismo e lucidare la nostra prospettiva del mondo.

L’Africa, in particolare, è il luogo incantato in cui Alessandro impara l’inestimabile potere del sorriso, quale contrappeso della povertà. Un paradosso incredibile per cui tanto più si conosce la sofferenza quando più l’esercizio della gioia appare come un appiglio di salvezza.

In Alessandro convivono pacificamente impegno e leggerezza, come due coinquilini complementari. Se la preghiera scalda il suo animo, è la simpatia a renderlo un animale da social. Fanatico di moda e autore di contenuti stimolanti, il suo è un dandismo attento a cogliere i dettagli non solo nello stile ma nell’interazione quotidiana con l’altro.

Il suo passatempo del cuore consiste nel trascorrere ore sui mezzi pubblici per il piacere di immergersi in quell’incrocio di vite sconosciute che è la società. Sono le persone a strofinare dentro di lui la lampada del genio creativo, che altro non è un desiderio di immortalare la verità umana al suo punto zero. Ascoltare il silenzio dell’altro e ritrarne l’eco in un’immagine.

Se la sua musa d’ispirazione è la gente, c’è un faro ben più abbagliante che illumina la sua dedizione alla diversità. È il sentire cristiano che permea di significato ogni incontro e rende grazia alla curiosità come forma di contatto disinteressata a qualsiasi giudizio.

Alessandro, per questo, abbraccia le infinite possibilità di mettere la sua personalità istrionica al servizio della condivisione, consapevole che quella sia la più incredibile risorsa per dare spessore al tempo. Uno spettacolo di magia in pellicola ed ossa da realizzare progetto dopo progetto, per inseguire l’unico, puro, vintage obiettivo che conti. La felicità.

Come hai scoperto la tua vena creativa? Quando l‘obiettivo fotografico è divenuto la tua lente d’ingrandimento sul mondo?

“Ci sono due linee di pensiero riguardo la creatività: una per cui le velleità del singolo subiscono l’influenza della società, l’altra per cui esistono caratteristiche pre-esistenti in ogni individuo, che poi si riversano in quello che farà. Da che ho memoria, ho sempre avuto un’indole creativa, ma è stata l’esperienza a portarla a galla in maniera più evidente. Sono nato e cresciuto in un contesto particolare, quindi è stato quasi naturale per me avere confidenza con un certo tipo di espressione artistica. Mio padre è un prestigiatore e quando ha conosciuto mia madre hanno cominciato a fare spettacoli insieme, in cui lei si esibiva come mangiafuoco!

Per quel che riguarda la fotografia, mi sono reso conto che ragionavo molto più facilmente per immagini. Essendo dislessico, le parole mi piace tanto leggerle ma sono lento nel recepirle rispetto alla media. Parlare tramite immagini, invece, è semplice. Mi è venuto automatico provarci e ho visto che mi piaceva, così ho continuato.”

Sei sempre stato un bambino curioso? Qual è il ricordo più nitido che hai della tua infanzia?

“Sì, lo sono sempre stato. Ho tantissimi ricordi di quand’ero bambino, anche perché ho avuto un’infanzia molto bella – sono stato fortunato. Il più nitido, quello più presente, sono i viaggi in macchina con i miei genitori, quando ci spostavamo da una città all’altra per portare in giro gli spettacoli. Non ero mai annoiato, quello per me era un momento bellissimo per stare insieme. In un certo senso era come se la macchina diventasse casa nostra per un po’.”

Che tipo di adolescente sei stato: ribelle o introspettivo? Quali erano i tuoi pensieri frequenti al tempo della scuola?

“Ho sempre avuto un carattere estroverso, più estroso forse che estroverso. Questa è stata la ragione per cui alle medie, di base, ero visto come lo “strano” e, di conseguenza, ero il soggetto da prendere di mira più facilmente. Nonostante ciò, quella sensibilità che mi rendeva diverso dagli altri non ho mai voluto abbandonarla.

Proseguendo nella fase dell’adolescenza, infatti, mi sono ritrovato in un contesto ottimo per crescere. Le scuole superiori mi hanno salvato, perché sono state un ambiente che mi ha permesso di essere me stesso al 100%. Lì ho avuto modo di studiare le varie scienze sociali, materie che mi hanno aperto la mente, sia su me stesso che sulla società. È stata un’esperienza assolutamente positiva, dove ho imparato tanto non sono da un punto di vista nozionistico, ma anche personale. Davvero il posto ideale in cui formarsi…”

Cosa attira la tua attenzione nella vita di tutti i giorni? Quali sono le cose che entusiasmano e quelle che ti commuovono?

“Potrei riassumere tutto in una risposta: le persone. Sono costantemente affascinate dal loro atteggiamento, dalle storie, dalle facce. Uno dei miei passatempi preferiti è prendere i mezzi pubblici solo per osservare la gente. Sono la cosa che più mi entusiasma e mi stimola, in assoluto.”

Quali riferimenti hanno alimentato la tua sensibilità estetica, durante il tuo percorso di crescita (arte, musica, cinema, letteratura)?

“Sono molto legato agli scrittori francesi di inizio ‘900, al modo che avevano di descrivere ogni singola cosa, perchè mi è sempre sembrato fosse la versione in parole di ciò che percepivo anch’io. Per la fotografia un grande maestro è stato Henri Cartier-Bresson, non tanto per la street photography che l’ha reso famoso quanto per i ritratti, meno conosciuti ma in cui emerge tutta la sua estetica del punto zero, quell’idea per cui attraverso una foto si riesce ad ascoltare il silenzio della persona raffigurata.

Nel mondo della musica mi viene in mente Enzo Jannacci. Cantante, attore e comico insieme, con una mente geniale e un umorismo capace di raccontare la realtà. Per il cinema, invece, mi rifaccio alle atmosfere di Woody Allen, molto diluite ma sempre molto piene, ecco. Sono questi i miei maggiori punti di riferimento.”

Il tuo approccio alla fotografia è stato guidato per lo più dalla sperimentazione tecnica o da un’esigenza emotiva?

“Opto per la seconda. Avevo più un’esigenza emotiva di raccontare quello che vivevo e che vedevo (che poi sono in parte la stessa cosa). I tecnicismi non mi sono mai piaciuti più di tanto, forse perché hanno rappresentato un fattore di crisi nel mio percorso. Dopo aver seguito un corso di fotografia durato sei mesi, ai tempi dell’università, ho compreso quanto fare foto ben fatte e fare fotografia siano in realtà mondi lontani tra loro. Da quella consapevolezza, per un periodo ho smesso di scattare fin quando non ho trovato un modo di inserire nell’immagine anche una componente emotiva.”

Quali sono stati i primi soggetti sui quali hai rivolto l’obiettivo, all’inizio della tua avventura creativa?

“Gli amici. Ho iniziato a utilizzarli come cavie, spesso con risultati terribili!”

Quando ti decidi a scattare, di solito, sei più colpito dal dettaglio o dall’armonia dell’insieme?

“Non escludo di poter essere colpito da entrambi. In genere, forse, parto dall’immagine generale per soffermarmi poi sul dettaglio.”

Qual è stata la foto decisiva che ha trasformato un hobby in un’aspirazione professionale?

“A interrompere quel periodo di stasi a cui accennavo prima è stato l’incontro con un ragazzo che mi chiese di raccontare in un servizio fotografico la sua storia.  Si trattava di un ragazzo con un trascorso allucinante, e lavorare insieme è stata un’esperienza incredibile. Se riguardo quelle foto, a distanza di anni, mi piacciono ancora tantissimo e le sento mie come allora. Ai miei occhi quello è stato il progetto che ha rappresentato il mio vero inizio.”

Il tuo ideale di fotografia si accosta più spontaneamente al concept dei progetti personali o al glam dell’editoriale?

“Finora ho lavorato come fotografo editoriale ma negli ultimi mesi sento che c’è una trasformazione in corso. Ho sempre cercato di portare un tocco personale nei miei progetti, anche quando si trattava di editoriali, ma l’industria della moda in questo senso non lascia molto spazio. A fatica ci ho sempre provato e mi è stato riconosciuto, ma ad oggi sento di volermi spingere ancora oltre.”

Sei un appassionato di moda e sposi a pieno l’etica del second hand. Quale valore aggiunto riconosci al vintage, rispetto alle produzioni seriali?

“Sono circa 4 anni che non compro più capi di fast fashion e se devo dire la verità è stata una scelta piuttosto facile per me. Sono molto radicale: nel momento in cui ho preso coscienza degli orrori del sistema di produzione in serie non ho avuto dubbi! Mi rendo conto che non per tutti è un passaggio automatico e molti si stupiscono della mia decisione, ma sul mio canale ne parlo spesso proprio perché è un valore che – anche se in maniera divertente – spero di trasmettere alle persone che mi seguono.”

Come comunicano, nel tuo look, estetica e personalità? Qual è (se c’è) un accessorio per cui hai una vera e propria ossessione?

“Comunicano molto, ma non tutto. Quello che facciamo vedere, in fondo, è solo una parte di noi che decidiamo di mostrare al mondo. Nel mio caso, aggiungerei il fatto che ho dovuto lottare per anni per sentirmi finalmente libero di vestirmi come meglio credo. Tuttora so di risultare eccentrico ma è un aspetto di me che non mi va di nascondere. Credo che sia importante raggiungere una propria identità anche stilistica, è importante per se stessi ma anche per come ci percepiscono gli altri.”

Che cosa significa “hipster”? Personalmente lo consideri un’etichetta o una qualità?

“Avevo più o meno 14 anni quando arrivò in Italia questo termine e il mio pensiero fu: <<Ah, finalmente un’etichetta in cui posso identificarmi>>. Sono sempre stato dell’idea che le etichette non siano per forza qualcosa di malvagio, anzi… La possibilità di potermi associare ad un gruppo che condividesse il mio stesso stile, mi faceva sentire più tranquillo. Credo che forse il rispetto per la diversità di cui tanto si parla oggi corra il rischio di sconfinare nell’appiattimento delle identità particolari. Accettare il diverso, però, non significa annullare le etichette, quanto piuttosto valorizzarle.”

Quant’è importante, oggi, il carattere dell’originalità? Per distinguersi dalla massa è fondamentale dimostrarsi audaci o basta sentirsi in sintonia con la propria unicità?

“Il mio pensiero è che nulla mai dovrebbe essere forzato. Se l’essere audace ti appartiene in maniera naturale perché non mostrarlo? Ma dev’esserci innanzitutto un fattore di spontaneità alla base di tutto. Trovo fastidioso quando si ostenta una personalità non vera; al contrario l’audacia di per sé non la ritengo un atteggiamento negativo, purchè sia reale.”

Definisci la tua personalità con un suono, una bibita e un tessuto.

“Per la bibita dico subito Sanbitter rosso: mi piace da morire ma, oltre al fatto che ne berrei a quintali, ha un sapore che non è affatto scontato, quasi amarognolo. Non piace a tutti ma a chi piace, piace tanto! Come suono scelgo quello della stufetta, mi rilassa al punto che oramai non uso più il phon e mi ci asciugo anche i capelli! Quanto al tessuto, assolutamente velluto.”

A cosa associ, in generale, la tua idea di bellezza? È qualcosa che si vede o che si percepisce?

“Credo di essere quasi sicuro che si percepisca. La percezione ovviamente coinvolge tutti i sensi, quindi anche la vista…ma non solo quella.”

Hai mai avuto idoli o icone che ti ispirassero non solo nell’arte ma anche nello stile di vita?

“Sono una persona molto spirituale e legata all’idea di cristianità. È sempre stata un punto di riferimento centrale per me: per la mia interiorità, per l’arte e per qualsiasi altro aspetto della mia vita. Se credo in quel che credo – e non potrei non farlo – significa che tutto intorno a me è stato creato da Dio, il più grande creativo di sempre. Quindi dovendo scegliere chi mi ha davvero ispirato non posso che pensare a Lui.”

La tua personalità sembra avere una doppia facciata: ironico e smart all’esterno, con un nucleo profondo e sensibile alla solidarietà. Come convivono, dentro di te, leggerezza e devozione e qual è stata l’esperienza che, in assoluto, ti ha fatto ridefinire le tue priorità?

“Convivono PER-FET-TA-MEN-TE! Ma alla grande proprio, un po’ come quando tra due coinquilini si crea quell’equilibrio per cui uno cucina e l’altro lava! Mi piace essere leggero ma mi piace anche essere profondo, non potrei escludere nessuno di questi aspetti di me perché mi appartengono entrambi.

Di sicuro, l’Africa ha rappresentato un punto centrale in quella che è stata la mia esperienza finora. È una medaglia a doppia facciata: da una parte c’è tanta sofferenza e povertà ma dall’altra c’è la gioia delle persone che incontri. Mai vista una gioia così ed è paradossale, eppure lì ti rendi conto che la loro è davvero reale, perché non rinunciano neanche a un momento alla felicità. Pur non vivendo una situazione idilliaca, l’Africa è la dimostrazione di come la leggerezza d’animo non vada ricercata nella perfezione ma che quel che conta è sentirla dentro, nonostante tutto.”

Quali sono, secondo te, le manifestazioni quotidiane con cui si può mostrare apertura all’altro?

“Ho fatto un test sui 5 linguaggi con cui ognuno di noi è capace di trasmettere amore e al primo posto mi è uscito il contatto fisico. In tempo di quarantena, purtroppo, non si possono dare abbracci e io sto davvero patendo, perché sono un tipo parecchio affettuoso! In generale, credo che dedicare tempo consapevole alle cose sia il modo migliore per dimostrare quanta cura abbiamo per loro. Nel tempo c’è ascolto, c’è condivisione, c’è tutto… È una prova di amore a tutti gli effetti.”

Uganda, Israele, Armenia: il tuo repertorio di viaggi è tutt’altro che turistico. Su che base scegli di solito le destinazioni dei tuoi viaggi e quanto ti hanno arricchito le tue avventure di giramondo?

“Per me viaggiare è importantissimo. La scelta delle mete spesso è casuale e dipende dalle opportunità che mi si presentano. Ho avuto modo di vedere molti posti ‘strani’, ma è stata una coincidenza non cercata. Ogni volta che parto so solo che ciò che m’interessa è arricchirmi della cultura del posto. Non ragiono tanto sulle destinazioni ma mi aspetto di vivere un’esperienza intensa, a prescindere da dove mi trovo.”

Qual è stato l’incontro più strabiliante della tua vita?

“Sarò ridondante ma se penso alla mia vita non c’è nulla che l’abbia stravolta più di Dio. È stato un percorso personale, molto intimo, in cui a un certo punto potevo solo decidere se prendere atto della sua presenza e ignorarla, oppure viverla. Ho scelto la seconda ed è stata un’esplosione, sia da un punto di vista spirituale che per il mio cervello.”

Che rapporto hai con i social network? È un mezzo che usi per esprimerti o per interagire?

“Ah, mi diverto tanto con i social network io! È un modo per mostrare quello che sono ma se non ci fossero troverei comunque altri canali per esprimermi… Sono un mezzo che ti permette di aprire un dialogo col mondo e questo mi piace, quindi direi che il mio approccio è soprattutto interattivo.”

Ti sentiresti più a tuo agio come influencer (seppur di contenuto) o come reporter?

“Tutta la vita reporter! Sarebbe bellissimo…”

Quali vantaggi riconosci alla comunicazione virtuale? Quali consideri, invece, i gap incolmabili rispetto al face to face?

“Non demonizzo affatto la comunicazione digitale – sarei incoerente. Credo però che stia all’intelligenza di ognuno interagire sui social senza far trasparire necessariamente ogni aspetto della propria vita. Capita che chi mi incontra dal vivo si aspetti di ritrovare la stessa persona che vede nelle igstories, quando in realtà quello sono io ma non al 100%. Ci sono cose che è giusto mantenere al di fuori dello schermo, mentre altre è anche divertente condividerle. Bisognerebbe saper scindere in cosa coinvolgere l’altro e cosa invece merita di essere tenuto per sé.”

Quali sono i temi che ti stanno più a cuore e che conti di sviluppare in futuro? C’è già un progetto a breve termine al quale ti stai dedicando?

“SPOILER ALERT: Mi sto affacciando per la prima volta al mondo cinematografico. Lo scorso novembre ho preso parte alla produzione di un corto e quella modalità di linguaggio mi è piaciuto molto. Non abbandonerò mai la fotografia (perlomeno concettualmente), ma mi trovo in una fase di passaggio per cui mi andava di misurarmi anche con altro. Il cinema è un mondo affascinante, così per ora ho intrapreso questo nuovo percorso verso la regia e staremo a vedere cosa succederà.”

Se pensi ai prossimi vent’anni che traguardi speri di raggiungere, in ambito professionale e non solo?

“Ma sai che non me ne frega niente? Una volta mi sarei imparanoiato totalmente per cercare una risposta ma poi ho capito che guardare troppo avanti non fa per me. Non che sia sbagliato sognare ma, per come sono fatto io, finchè l’ho fatto mi rendeva solo frustato e sotto stress.

Se penso ai prossimi vent’anni voglio essere felice della mia vita, qualunque essa sia. Quindi punto in alto, sì, la sparo grossa e ti rispondo: la felicità!”

Cos è per te il talento?

“Indole studiata. Ci appartiene in modo naturale ma deve essere coltivato con un lavoro di ricerca approfondito. La fatica che ci metti è quella che te lo fa apprezzare e ti permette di non darlo mai per scontato.”

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Instagram: @amicoalessandro

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