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Dalla crisalide alla ballroom: La metamorfosi di Lucy Cantiello, nello sfavillante revival delle icone anni 80.

Chi ripensa agli anni 80, di solito, ne ricorda con leggero imbarazzo il trend degli scaldamuscoli sui fuseaux fluo e l’ossessione per la permanente. In realtà, però, quella decade così controversa ha seminato lungo il suo corso il seme di una spregiudicatezza sino a quel momento impensabile, capace di dare una scossa all’encefalogramma impigrito della società.

La musica, la moda e lo showbiz si riempiono di modelli sopra le righe che insinuano nell’opinione pubblica il desiderio di straripare oltre gli argini del politicamente corretto. Essere se stessi, fuori da ogni schema, diventa l’habitat naturale di ogni spirito libero, stanco di sentirsi frenato dai lacci della convenzione.

L’emancipazione femminile, la fluidità di genere e il coraggio di esibire una personalità istrionica che si rifiuti di passare inosservata diventano gli ingredienti di un decennio che aggiunge pepe alla storia aprendo la strada alla riformulazione delle libertà individuali.
Ecco allora che l’edonismo diventa un capriccio legittimo e l’apparenza uno strumento di espressione impattante, tutt’altro che vuoto. E questo Lucy lo sa… Lo ha imparato crescendo tra quei mostri sacri di stravaganza che non le appartengono tanto da anagrafe quanto per un’attitudine comune a valorizzare il proprio estro, come se la propria permanenza su questo pianeta fosse uno spettacolo di varietà.

Incantato sin dall’infanzia da idoli come Madonna, Loredana Bertè e Gianni Versace, coltiva la fede per la diversità e s’innamora ogni giorno di più della natura eccentrica di certe personalità, che appaiono ai suoi occhi molto più che belle: iconiche! Vere muse d’ispirazione con le quali imparare il linguaggio della spregiudicatezza e l’incontenibile potenziale dell’arte, al punto di intraprendere la strada della direzione artistica in Accademia di Costume e Moda.

I lustrini dello spettacolo illuminano lo sguardo di Luca di un’irrefrenabile voglia di brillare. La sua visione del mondo, infatti, non ammette restrizioni ma il diritto a mostrarsi in tutto l’eccesso delle proprie idee. Nel suo percorso creativo e non solo, sente il bisogno di rilanciare lo scintillio di un’era che non temeva il clamore ma ne faceva un mezzo di affermazione per diffondere messaggi imprevisti, portatori di una rinnovata autenticità.

La straordinarietà, d’altronde, è un superlativo di ciò che è ordinario, non la sua negazione. E cosa può essere considerato più naturale che appartenere a se stessi e scegliersi una forma che non ci costringa?

La vita di Luca segue il processo evolutivo di una farfalla che accompagna la sua metamorfosi senza mai rinnegare il passato senza le ali. Se si guarda allo specchio oggi non può che amare quel riflesso come un capolavoro, il ritratto di un cambiamento che è il suo orgoglio e la sua predestinazione. L’ambiguità, infatti – a dispetto di quanto si creda ogni volta che ci si sente in dovere di dare una definizione alle cose – prende il nome di chi la vive e meravigliosamente la indossa. Nel suo abito su misura Lucy sfila al passo coi tempi e trascina a centro pista il peso di un mondo noioso che non sa più ballare.

“Express yourself, please”, ed è ancora revival.

Come hai scoperto la tua vena creativa? Quale consideri il tuo canale espressivo per eccellenza?

“Ritengo la creatività qualcosa di innato. Non puoi cercarla se non ce l’hai ma puoi trovare il canale giusto che ti permetta di esprimerla, in base alle tue attitudini e alle tue passioni. Nel mio caso, credo sia attraverso lavori di styling e art direction.”

Qual è la tua prima voglia appena ti svegli e cosa non potrebbe mai mancare nel tuo outfit?

“Nel mio outfit non potrebbero mai mancare gli occhiali da sole. Li indosso giorno e notte, dentro e fuori casa. Sono imprescindibili, assolutamente. Ho una passione per quelli in stile anni ‘80: squadrati, neri, eccessivi come sono io. La prima cosa che ho voglia di fare appena sveglia è…mettere la musica!”

Che ricordo hai dell’infanzia? Qual era la tua posa più frequente nelle foto da bambino?

“Non ho vissuto un’infanzia normalissima, ma nemmeno traumatica. Diciamo che fin da subito mi sono accorta (o meglio gli altri mi hanno fatto accorgere) che quello che cercavo era sbagliato. Da piccolo mi piaceva giocare con le altre bambine, amavo le bambole e i cartoni animati come Cenerentola…La mia infanzia è stata travagliata nel senso di poco serena, perché quello che volevo non mi veniva dato.

Quanto alle foto, mia madre ha una grande passione per le cornici, quindi in casa ho tantissime foto mie dell’epoca e sono tutte con il sorriso! Nonostante qualche difficoltà posso dire che sorridevo sempre.”

Ai tempi della scuola che temperamento mostravi? Eri già l’anima della festa o preferivi stare in disparte?

“Sono sempre stata super-vivace ed energica. Fa proprio parte del mio carattere non stare un attimo ferma! Anche a scuola mi facevo notare sotto ogni punto di vista. A differenza di tante altre storie che ho sentito, non ho mai vissuto una tensione scolastica per cui dovessi sentirmi esclusa o starmene in disparte. Mi sono sempre mostrata liberamente per quella che ero, e ancora oggi per quella che sono.”

Quali interessi hanno accompagnato il tuo percorso di crescita e quando la moda si è trasformata in una vera e propria aspirazione?

“Sono cresciuta con un grandissimo amore per la musica, in particolare per icone come Madonna, Mariah Carey, Britney Spears, ma anche Mina e Raffaella Carrà. Ero estasiata dai loro look e dai loro videoclip! Tramite loro ho conosciuto meglio il mondo della moda e il gradissimo lavoro d’immagine che sta dietro ogni celebrità. Non esiste solo lo stilista ma ci sono diverse figure che ruotano attorno allo stile di un personaggio e che sanno utilizzare l’enorme potere comunicativo dell’abito. Quando ho capito questo, ho pensato che specializzarmi nel costume, studiando da art director, potesse diventare la mia strada.”

Nella realtà di tutti i giorni, cosa cattura la tua attenzione? Quali sono le cose che ti emozionano e quelle che ti fanno arrabbiare?

“Mi cattura l’attenzione tutto ciò che reputo bello o che comunque mi fa soffermare per capire meglio che cosa sia. La bellezza, per quanto sia ovviamente un concetto soggettivo, è la cosa che mi emoziona di più.

Quello che mi fa arrabbiare, invece, è non solo l’ignoranza, ma soprattutto l’omologazione perché la ritengo il vero limite mentale, che non fa rendere conto di tante cose. Viviamo nel 2020, in una società così misogina, omofobica e transfobica che sembra di stare negli anni ‘50. Certe manifestazioni retrograde all’ordine del giorno ormai non mi fanno nemmeno più tanto arrabbiare. Io rimango sconcertata, davvero.”

Quali sono stati i riferimenti che più hanno influenzato la tua sensibilità estetica (arte, cinema, spettacolo, moda)?

“Ci sono diversi ambiti che comunicano tra loro. Come dicevo, sono molto legata a tutte quelle icone musicali che hanno fatto la storia, donne spesso anticonformiste che all’estetica hanno accompagnato un contenuto che smuovesse le masse. Il mio interesse non si ferma mai solo alla superficie, ma è indirizzato proprio al messaggio che sta dietro certe espressioni artistiche. Un’altra mia passione, infatti, è la fotografia, in particolare quella forte e diretta di Helmut Newton. In quello che mi piace, poi, c’è sempre una componente sensuale perché, a mio avviso, l’erotismo è una chiave unica per riuscire a trasmettere qualcosa.

Anche nella moda i miei maggiori riferimenti sono Thierry Mugler, Jean Paul Gaultier, Gianni Versace e John Galliano per Dior, designer che hanno creato collezioni per donne diverse dal comune, sicure di sé. In generale ho cercato di rubare ispirazione da vari settori e questo ha influito tantissimo non solo sul mio gusto personale ma soprattutto sulla mia identità.”

A cosa associ, in generale, l’idea di bellezza? Che cosa resta immortale, oltre la forma?

“La bellezza, oltre ad essere un concetto soggettivo, ha la capacità di rompere i confini con il passato. I modelli di oggi non sono quelli di ieri e c’è un continuo cambiamento legato all’idea di corpo e di stile. Da nostalgica, io la vedo incarnata nelle supermodels anni ’90. Loro, a mio avviso, sono bellezza vivente: non una statua o un dipinto ma la bellezza fatta donna.”

Nella tua esperienza personale, come si riflettono aspetto e personalità?

“Sarà scontato ma sono dell’opinione che l’aspetto sia lo specchio della personalità. È un modo di rappresentarsi all’esterno per come si è interiormente. Nel mio caso, in particolare, non c’è discordanza. Sono solo due facce della stessa medaglia.”      

Che cosa s’intende per attitude? È un’indole innata o un atteggiamento di scena?

“Come per la creatività è qualcosa con cui nasci: o ce l’hai di tuo o non c’è modo di impararlo dopo. Significa innanzitutto essere se stessi senza nessun tipo di filtro o di vincolo e, in questa totale naturalezza, apparire sicuri.”

Spesso la frivolezza viene definita come difetto ma nel tuo caso sembra piuttosto una modalità di espressione. Quali input è più facile mediare attraverso il linguaggio della vanità e dell’ironia?

“La frivolezza, per me, non ha un significato negativo, anzi…Bisogna essere frivoli, in alcuni casi, perché aiuta a superare tutti quegli ostacoli e periodi bui che fanno parte della vita. È un po’ come la chiave vincente per trovare sempre una via d’uscita, da ogni situazione. Fa parte di me e mi piace anche esserlo! Non ho paura di mostrarmi allegra ed ironica, né credo che questo tipo di atteggiamento sia un sinonimo di stupidità. Al contrario, saper essere leggeri è una dimostrazione di grande intelligenza.”

Si parla sempre più spesso di una società che paga lo scotto di una matrice profondamente maschilista. Come ti piace declinare la femminilità sulla tua pelle e come ti piace vederla rappresentata?

“È assolutamente come dici: viviamo dentro una società che si rivela ogni giorno più maschilista, machista e etero-normativa. Questa è la ragione per cui esistono ancora oggi stereotipi molto forti, tipo che ad un ragazzo debba piacere il calcio piuttosto che il tennis o la danza, solo perché è quello che ci si aspetta da lui.

La femminilità è il cuore della mia anima. Sono io, è il mio nucleo. Si tratta di un concetto che ha preso diverse sfumature rispetto al passato, quindi oggi si può esserlo comunque, anche con i pantaloni e i capelli corti. Io, ad esempio, amo truccarmi, indossare il tacco 12 e sfoggiare un modo di fare esageratamente femminile, perché sono proprio io ad essere così…eccessiva!
In generale, però, chiunque dovrebbe avere il coraggio di esprimersi come vuole e uscire dai clichè. L’importante è, prima di tutto, sentirsi a proprio agio con se stessi.”

Che rapporto hai con lo specchio: Ti piaci? Da quando? Perché?

“Ho un bel rapporto, quello che vedo mi piace, ma ho iniziato ad apprezzarlo in toto solo negli ultimi tre anni. Frequentare l’Accademia mi ha aiutato moltissimo a trovare un equilibrio prima interiore e poi esteriore. Non ho mai avuto un rapporto davvero problematico con il mio corpo ma non mi sentivo al 100% io. Solo ora ho raggiunto la consapevolezza di essere me stessa a pieno.”

Cosa ti affascina della moda? Quali sono le emozioni o i messaggi che l’abbigliamento è capace di trasmettere?

“Della moda mi ha sempre attirato l’incredibile potere comunicativo che ha di smuovere le masse e modificare l’opinione generale. In un certo senso, contribuisce a cambiare la società. Un esempio che mi viene in mente è il lavoro di Alessandro Michele per Gucci, che proprio negli ultimi tempi con la sua visione è riuscito a influenzare positivamente la società, proponendo un nuovo modello di mascolinità. Ma la moda si è posta, nel corso degli anni, anche obiettivi politici: penso, ad esempio, all’attenzione di Vogue, sotto la direzione di Franca Sozzani, per temi delicati come il razzismo o la tutela dell’ambiente, o ancora l’ossessione della chirurgia estetica e la fluidità di genere.”

Quali sono i designer, nel panorama del fashion contemporaneo, che sposano la tua stessa idea di look?

“La figura del designer oramai è stata sostituita da quella del direttore creativo, che guida un team grandissimo per soddisfare sia le esigenze della società che i ritmi della moda, uscendo con più sfilate e collezioni all’anno. Tra i miei preferiti ci sono Alessandro Michele per Gucci, il quale è stato capace di riportare in auge quella stessa estetica androgina che era già appartenuta a David Bowie e Renato Zero, spostandola però dall’ambito della performance artistica alla persona comune. Poi mi piacciono Anthony Vaccarello per Saint Laurent, e due talenti emergenti che sono Palomo Spain (specializzato nello stile queer) e Ludovic de Saint Sernin.”

Cosa ti ha insegnato il percorso in Accademia, oltre alla preparazione professionale? Ti è servito a definire la tua idea di gusto?

“È stato fondamentale sia a livello professionale, perché sono finalmente riuscita a catalizzare la mia creatività in un ruolo preciso, sia a livello identitario, perché è stato il percorso che ha accompagnato il mio cambiamento come persona. In Accademia ho preso coscienza di me stessa e questo mi è servito a definire anche la mia idea di gusto, certo. Ora so cosa mi piace e cosa no, rispetto a parametri che sono solo miei.”

Se pensi ad un tuo progetto di styling quali sono le caratteristiche che non potrebbero mancare?

“Di sicuro cercherei modelli rappresentativi della modernità. Sarebbe un casting multi-gender, multi-etnico, che si tiene al passo coi tempi. Ho sempre pensato che la moda è la realtà, quindi non può rimanere attaccata agli stereotipi di epoche passate. Io stessa adoro il mito delle top model anni 90, eppure per un mio lavoro non le sceglierei: sono a favore di quel tipo di bellezza pura ma sostengo, nello stesso modo, la diversità.

Un altro ingrediente che non potrebbe mancare è l’erotismo, la sensualità del corpo intesa non come ostacolo ma come espressione di libertà. Credo che, nel mondo dell’arte, ogni creativo cerchi in qualche modo di portare sul set il proprio vissuto, per cui in un qualsiasi mio progetto sarà sempre presente l’intenzione di rompere le barriere e superare i preconcetti.”

Descrivi la tua personalità con un viaggio, uno stuzzichino da aperitivo e una colonna sonora.

“Per il viaggio direi Londra: è un posto assurdo, con un’apertura mentale assoluta e grandissimo rispetto per tutto e tutti. È una città viva, dinamica, proprio come me, forse per questo adorerei viverci. Come stuzzichino vado per la patatina Rustica S.Carlo e la colonna sonora è senza dubbio Express Yourself di Madonna.”

Nella tua galleria di Instagram hai catalogato un archivio di icone tra moda e spettacolo. Qual è il filo conduttore tra le tue muse?

“Il mio legame è con la musica e il varietà anni ’80. Credo che quella sia stata la decade della massima espressione di moda e intrattenimento. Adoro Aether Parisi, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente, così come amo la Carrà: i loro look rimarranno nella storia per sempre. Erano gli anni in cui si sono stretti matrimoni stilistici indimenticabili come quello tra Madonna e Jean Paul Gaultier o tra Patty Pravo e Gianni Versace.

Spesso le mie muse hanno mostrato di essere donne anche anticonformiste ma non è una caratteristica che ricerco forzatamente. Sono artiste che hanno fatto discutere perché non hanno avuto paura di esporsi, non si sono nascoste e questa, che dall’esterno potrebbe sembrare trasgressione, io la considero una grande dimostrazione di autenticità. Quello che ammiro di loro è il fatto di non essersi mai lasciate condizionare dal giudizio altrui.”

C’è un personaggio su tutti che apprezzi incondizionatamente e con cui sogneresti di collaborare?

“Mina. È il mio mito, il mio sogno! Diva in tutto e per tutto. Super-controcorrente sia quando usciva in copertina con la controfigura da uomo muscoloso, sia per la decisione di ritirarsi dalle scene nel pieno della carriera.”

Ballare, Cantare, Ridere e saper contagiare gli altri con la tua stessa euforia: hai mai pensato di imboccare la strada del musical?

“Quando avevo cinque o sei anni avrei voluto fare danza ma mi è stato negato. Non sarei diventato un ballerino forse ma comunque la strada del musical era esclusa anche perché non so cantare! Ballare e stare volentieri al centro dell’attenzione non li ho mai immaginati come un possibile lavoro, ma solo come uno svago. È il mio modo di divertirmi nel tempo libero.”

Il tuo modo di essere sembra sospeso tra due tempi: lo scintillio degli anni 80 e un presente ultramoderno. Cosa rimpiangi del passato e in cosa ti senti un abitante del III millennio?

“Dico di continuo che vorrei aver avuto la mia età negli anni ’80! Sono stati gli anni dell’eccesso, l’epoca dell’edonismo e della sfrontatezza, in cui non ci si facevano problemi a mostrare la bellezza o il lusso. Pur ammettendo che quella è stata la decade perfetta in cui avrei voluto vivere, però, resto legata al presente. Per carattere sono sì nostalgica, nel senso che mi lascio ispirare dalle icone del passato, ma sempre con un occhio puntato al futuro. Visto che non si può tornare indietro, bisogna guardare avanti! E infatti io mi sento in questa bolla meravigliosa, tra Cher e Madonna…solo con lo smartphone!”

Se gli anni 80 sono stati la decade della fluidità e della libertà di espressione, com’è possibile che nel 2020 siamo regrediti quasi?

“Eh, me lo chiedo spesso anch’io. Negli anni ’80 se eri alta 1.80 m e portavi la minigonna venivi acclamata, oggi vieni riempita di insulti. È vero anche che gli omosessuali sono stati a lungo osteggiati, ma avevano più coraggio a mostrarsi nella loro diversità. Siamo tornati indietro fondamentalmente per insicurezza.

C’è molta incertezza in giro da quando si affrontano nuovi temi riguardo la sessualità e non solo. Non è solo questione di cattiveria intrinseca se non si accetta l’altro, secondo me la paura più grande è guardarsi dentro. Il passato, in questo senso, dovrebbe diventare un’ancora di salvezza…seppur apparente.”

Quanto conta al giorno d’oggi poter vantare una propria originalità? Distinguersi è una dote o un rischio?

“Tutti e due. L’originalità magari non tutti la sviluppano da subito, ma se ce l’hai dentro arriva prima o poi un momento in cui la esprimi. È un rischio sicuramente, ma è anche un grande passo verso la rottura degli schemi. Questo ti può esporre a discriminazioni, a derisione, in qualche caso anche a dei pericoli ma è l’unico modo che hai per presentarti al mondo, così come sei, unico nel tuo genere.

Per la mia esperienza personale posso dire che la censura non è concepibile ma non nascondo che a volte ho paura che potrei subire delle conseguenze per la mia esuberanza. I commenti della gente sono all’ordine del giorno, ormai non li sento neanche più, ma sono cosciente che potrebbe succedere anche qualcosa di peggiore, specie se sei una persona che non sta zitta ma si difende. Conosco ragazzi che sono stati picchiati per la loro omosessualità e conosco la sensazione di non sentirsi al sicuro. La verità è che la diversità può non essere capita, e questo la rende un’arma a doppio taglio.”

Qual è il tuo giudizio sull’epoca che stiamo vivendo, in termini di integrazione e libertà individuale? Nella vita di tutti i giorni ti capita più spesso di sentirti a disagio per te stesso o per gli altri?

“Dei passi in avanti sono stati fatti in termini di integrazione e parità di diritti per la comunità LGBTQ+, ma certo la strada è ancora lunga. Credo che quella sensazione di essere un personaggio di Pose calato nel 2020 non mi abbandonerà mai. In un certo senso, so già che mi sentirò sempre come un estraneo in questa società, come se non riuscissi ad esserne completamente assimilato. Sono una specie di alieno qui! Ma nonostante questo vivo con vanto e ho tutta la determinazione di godermi la mia vita a pieno. Non è tanto disagio, è più la consapevolezza di non essere riconosciuto come simile.”

Ritieni che le manifestazioni collettive siano utili a vincere una battaglia comune come quella contro la discriminazione?

“Dico la verità: non sono mai stata a un gay pride. Qualsiasi tipo di manifestazione è importante – questo è chiaro – ma personalmente credo che sarebbe ancora più importante che la gente che sale sui carri con il viso truccato per quell’occasione lottasse contro l’ingiustizia ogni giorno, con lo stesso coraggio. Mi rendo conto che ci sono persone che aspettano quell’appuntamento per fare il circo, ma io il circo lo faccio tutti i giorni e non me ne vergogno!”

La lega LGBT+ è un codice di solidarietà tra membri di una stessa minoranza. A livello individuale, ti disturba mai doverti identificare con una “comunità”?

“A volte sì, anche perché all’interno della stessa comunità esistono forme di discriminazione interna. Io poi mi considero una persona normale, liberissima di fare quello che vuole ovunque. Non ho bisogno di frequentare un locale gay per scatenarmi a centro pista con le mie amiche, posso farlo in un locale etero e sarebbe uguale! Forse sono spericolata, è vero, ma non ho mai capito il bisogno di riunirsi tutti negli stessi posti e avere zone riservate. Esiste addirittura un pacchetto gay se vuoi prenotare un viaggio a Mykonos e il mio pensiero è che questo non vada a favore dell’integrazione, anzi, perché così si finisce per auto-ghettizzarsi. “

Parlandoti verrebbe spontaneo rivolgersi a te al femminile, eppure al momento delle strette di mano ti presenti come “Luca”. Hai mai valutato un percorso di transizione o ti senti completa nella tua ambiguità?

Mi rendo conto che è una domanda che viene spontanea ma personalmente no, non la sento come una necessità. Le definizioni spesso servono a dare un termine a qualcosa che altrimenti non esisterebbe ma, nel mio caso, definire me stessa sarebbe ambivalente. Mi sento una donna, da sempre, ma il mio nome è Luca e non ho problemi a presentarmi così. Paragonerei la mia evoluzione a quella di una farfalla, un percorso assolutamente naturale in cui la larva si trasforma in qualcosa di diverso e diventa quella che è, senza il bisogno di modificare se stessa con interventi esterni. Non giudico chi lo fa, ma io mi riconosco nel mio corpo così come sono. È stato un processo lungo di auto-consapevolezza, prima interiore e poi esteriore, per cui non riuscirei ad immaginare un riflesso differente (magari più formoso!) guardandomi allo specchio.”

Senza chi o che cosa non saresti stata la persona che sei? Come t’immagini tra vent’anni?

“Senza me stessa. Nessun altro può aiutarti se, in primis, non sei tu ad accettarti. Devo moltissimo alle mie amiche del cuore, per avermi capito e accompagnato nel mio percorso, senza mai giudizio ma con la massima comprensione. Un ringraziamento va poi a tutti quei personaggi che mi hanno ispirata nel corso degli anni, in assoluto Madonna e Loredana Bertè sono state capaci di influire nella mia vita con i loro infiniti messaggi di libertà.

Tra vent’anni vorrei immaginarmi, idealmente, affermata nel lavoro, magari come art director freelance, mentre sentimentalmente non ho grandi speranze. Mi piacerebbe avere una famiglia ma per quelle come me, in qualche modo, è come se l’amore fosse negato. Purtroppo gli uomini non sono coraggiosi come noi…”

Cos’è per te il talento? Quale pensi sia il tuo?

“Il talento è saper raccontare, sotto diversi canali e linguaggi, la propria unicità.”

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Instagram: @callmelucy

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