15 49.0138 8.38624 1 0 4000 1 https://www.navelmagazine.it 300 0
theme-sticky-logo-alt
theme-logo-alt

Hum-ana Logica. Le fotografie di Cecilia Minutillo e lo storytelling di un’autenticità in chiaroscuro.

Cecilia Minutillo avvicina la macchina fotografica ai suoi occhi ed è come se dall’altra parte della lente i punti di vista si moltiplicassero e riconoscessero a vicenda. Un modo speciale di spiare dal buco della serratura in uno specchio attraversato da continui passanti che ne arricchiscono il riflesso .

La passione per le diapositive le appartiene da sempre, sin da quando tra le mani di papà quell’oggetto così semplice e datato acquisisce il valore di un’eredità espressiva, oltre che affettiva. Riceverlo in dono sarà come allacciare un cordone ombelicale con la figura paterna ed entrare in simbiosi con quello strumento tanto delicato eppure infinitamente prezioso, dal quale imparerà l’arte dell’attenzione e il bisogno di lentezza, per trovare il senso della propria visione.

La fotografia, infatti, ben presto diventa per lei una dilatazione della sua prospettiva, un mezzo strategico per approfondire se stessa attraverso la raffigurazione degli altri. Persone perlopiù, e dettagli della loro volubilità.
Contraddizioni e sfumature di bellezza, scovata nelle sue manifestazioni più anticonvenzionali.

Molto più che servizi di moda, gli scatti di Cecilia abbracciano lo stile del ritratto. Volti, movenze e ombre così personali da abbattere la frontiera dell’editoriale per sconfinare nella rappresentazione introspettiva.
Non c’è perfezione o staticità nel suo intento espressivo, ma ogni chiaroscuro è lasciato alla forza del proprio contrasto, ogni espressione alla sua ambivalenza e l’impatto è quello di un catalogo di soggetti soli e sinceri, che ricambiano la curiosità dell’obiettivo con un assaggio della loro intimità.

Agile e paziente, il tocco di Cecilia preme quando è giunto il momento di catturare un attimo in corsa: attimo e momento, due modi così simili di intendere il tempo e le occasioni che ci dà di immortalarlo nel suo aspetto più intenso. La complicità con il dispositivo analogico, d’altronde, più di ogni altra presuppone un ascolto premuroso dei ritmi, una selezione degli impulsi e, soprattutto, l’attesa discreta dell’immagine affinchè si porga spontaneamente in una posa istantanea eppure esteticamente pronta, da rendere alla massima potenza lo spettacolo del vero.

Quando finalmente l’essenza diventa materia d’arte e nel reale prende vita il più meraviglioso dei musei: quello dell’essere umano e della ruvida impressione che ci confida la sua storia.

Com’è cominciata la tua passione per la fotografia? Qual è stata la diapositiva che ti ha convinto a farne il tuo mezzo d’espressione privilegiato?

“La mia passione è iniziata la prima volta che ho visto la macchinetta analogica di mio padre, che poi è quella che uso tuttora e che (nonostante i costi di manutenzione!) ha per me un valore affettivo forte, che mi spinge a dare sempre del mio meglio, essendo io profondamente legata al mio papà. 

La diapositiva che mi ha fatto innamorare della fotografia l’ho scattata a mio cugino, quando era molto piccolo, in contro luce. È una foto molto bella e da lì mi è venuta voglia di farne altre, soprattutto alle persone.”

Quali sono stati i primi soggetti sui quali hai diretto l’obiettivo?

“Familiari e amici. Nello specifico c’era questa mia amica con i capelli rossi e le lentiggini, che mi piaceva tantissimo fotografare. L’ho sfinita!”

C’è una foto del cuore che riponi nel tuo cassetto dei ricordi? Raffigura te o una scena indimenticabile?

“Credo che sia una foto che ho fatto a mia nonna. Ci tengo particolarmente non solo per il legame molto stretto che abbiamo ma perché in quello scatto è proprio lei! Mi sembra davvero di essere riuscita a cogliere la sua essenza a pieno.”

Cosa t’ispira nella vita di tutti i giorni? Quali sono le immagini che ti commuovono e quali invece ti stupiscono?

“Nella vita di tutti i giorni mi commuovono i gesti o le piccole cose, come spalmare la marmellata su una fetta di pane o la carezza che mi dà mio padre quando torna a casa, o ancora il saluto di un amico che ti riconosce dall’altra parte della strada. Quello che mi stupisce, invece, soprattutto quando sono alle prese con un progetto, è il lavoro di squadra. Vestiti, trucco, capelli: ogni singola cosa diventa emozionante e sono sempre realmente ammirata per tutto il lavoro che vedo fare intorno a me.”

In genere ti colpisce maggiormente il dettaglio o l’armonia dell’insieme?

“Il dettaglio.”

L’autoritratto è mai stata una pratica in cui ti sei cimentata, nel tuo percorso creativo?

“Sì, è stato probabilmente uno dei primi approcci che ho avuto alla fotografia. Non l’ho proseguito quando ho capito che la fotografia rappresentava per me un modo di conoscere me stessa, ma attraverso gli altri.

Finchè ritrai te stessa hai solo un punto di vista, il tuo; se invece sposti il tuo sguardo su qualcun altro, allora si viene a creare un incastro tra la tua prospettiva e quella della persona che hai davanti, e questo diventa un mezzo di introspezione potentissimo.”

Quali sono stati i riferimenti artistici che più hanno nutrito la tua sensibilità estetica (arte, cinema, letteratura)?

Sono cresciuta con il cinema in famiglia, nel senso che è sempre piaciuto moltissimo a tutti. Di conseguenza, anch’io sono una cinefila appassionata. Il film che mi ha dato un colpo incredibile, sia positivo che negativo, è stato “La doppia vita di Veronica” (Kieślowski, 1991). Una storia incentrata sul concetto di duplicità dell’essere umano e sulla credenza che per ognuno esista un sosia da qualche parte nel mondo, quindi sulla connessione che si creerebbe tra persone identiche, che vivono agli opposti. Questo è un tema che, in assoluto, mi ha affascinata e da allora mi è rimasto dentro.  

A livello artistico, sono sempre stata colpita da Caravaggio; i suoi chiaroscuri sono qualcosa a cui m’ispiro nella mia fotografia. Un’altra influenza importante è quella musicale e il mio gruppo preferito, da sempre, sono i Placebo. Spesso, quindi, succede che riguardando un’immagine mi vengano in mente le parole di un loro canzone o che, anche su un piano estetico, io prenda spunto dai loro videoclip.”

Come è evoluta la tua cifra fotografica, da quando hai cominciato fino ad ora? È cambiato il gusto o la tecnica?

“Penso entrambe. In misura maggiore forse il gusto, nel senso che mi sono focalizzata su qualcosa di specifico mentre prima avrei fotografato tutto e tutti. Ora scatto, se ci sono le giuste condizioni, altrimenti no. La tecnica sicuramente è migliorata e spero migliori ancora, ma per questo è fondamentale esercitarsi.

La pratica serve a conoscere man mano la macchina e ad adeguarsi alle regole dell’analogic: imparare i tempi, capire quando forzare e quando no. È un rapporto simbiotico, nel vero senso della parola. Quando ho cominciato la mia tecnica era basica, adesso invece ho una minima esperienza e oltre a questo continuo a nutrire la mente di riferimenti, guardandomi continuamente intorno. Più si scatta e più si fanno progressi ma, allo stesso tempo, si raffina anche l’approccio estetico all’immagine.”

Quale scatto ha determinato un punto di svolta nella tua storia da fotografa?

“I primi scatti che furono presi da Photo Vogue. Potrà sembrare un traguardo piccolo, invece i primi poi uno se li ricorda! Si trattava di una serie di fotografie sull’androginia, uno dei temi che m’interessano di più insieme alla fluidità di genere e alla bellezza non convenzionale. C’era questo modello truccato, con il rossetto sbavato e un paio di guanti rossi… Diciamo che quello è stato il trampolino di lancio per continuare a sviluppare quest’idea anche il seguito.”

Descrivi la tua dimensione creativa con una pizza, un’ora del giorno e un tipo di scarpa.

“Se dovessi pensare a quella che mi piace direi margherita ma visto che si tratta di descrivere la mia personalità scelgo una capricciosa, sia per il nome che per gli ingredienti misti, ma anche per il fatto che può non piacere subito a tutti! Mi riferisco alla severità che ho con me stessa e che mi fa arrabbiare se una foto immaginavo di farla diversa oppure migliore, e alla varietà di contenuti che cerco di trasmettere attraverso i miei lavori.

L’ora del giorno è la famosa golden hour, l’ora del tramonto verso le 19/19.30 quando è estate. Quel tipo di luce un po’ gialla è la mia preferita in assoluto, non necessariamente per scattare fotografie anzi…a quell’ora è complicato! Amo proprio vederla spuntare tra le foglie, in un paesaggio.

Infine direi Dr.Martens, mie scarpe da sempre. Nere, classiche, con cui ho fatto km e spero di farne tanti altri!”

Qual è la tua idea di bellezza? Ritieni che sia una qualità o una sensazione?

“Ritengo che sia una sensazione in principio e solo successivamente evolve in qualità, se quella sensazione iniziale ti ha colpito. Nella mia fotografia, cerco sempre soggetti che non mostrino una bellezza troppo convenzionale. Preferisco un naso storto o un paio di occhi più distanti ma che attirino lo sguardo, piuttosto che rimanere nella zona comfort con altri tipi di scelta.”

La perfezione, in fotografia, può esistere? Se sì, in che cosa consiste?

“Per me una foto è perfetta quando non è perfetta tecnicamente – magari il soggetto è fuori fuoco o non in posa – eppure lo sembra, solo per quello che riesce a trasmettere. Mi è capitato di recente, in uno degli ultimi lavori che ho fatto, che una foto mi ricordasse un dipinto a livello di colore. Era un mezzo busto di una modella con un grosso cappello bianco e l’armonia dell’insieme mi ha dato una forte emozione nel rivederla.”

Che cos’è il glamour? Che differenza c’è tra realizzare editoriali di moda e progetti personali?

“È un discorso delicato perché gli editoriali di moda possono essere davvero di tantissimi tipi. Io personalmente cerco sempre di non rendere il servizio eccessivamente glamour, nel senso di commerciale. Questo implica una scelta più particolare dei modelli, dello styling e del make up, affinchè il risultato finale riesca prima di tutto a raccontare qualcosa. Il mio obiettivo è sempre quello di creare una storia e dare una profondità all’immagine, anche quando si tratta di un progetto di moda.”

Il tuo stile sembra contaminare spesso una pulizia patinata a uno spirito più grunge. È vero che esiste una doppia anima nel tuo approccio all’immagine?

“Sì, assolutamente. Qui ritorna il concetto di doppio a cui accennavo prima, che è un tema che mi appartiene nel profondo e credo che poi si riversi anche nella mia fotografia. Sono proprio ad essere così: la studentessa che si laurea con il massimo dei voti e poi ha un braccio completamente tatuato dall’età di 18 anni! Ho sempre voluto seguire le mie passioni, pur facendo attenzione a rispettare un ordine.”

La macchina fotografica, per te, è una migliore amica o un buco della serratura dal quale osservare in silenzio gli altri?

“Avrei risposto migliore amica se non fosse stata analogica…La verità è che ci sono momenti in cui io davvero non posso fare più di tanto, se non rispettare i suoi tempi e accettare che delle volte si rifiuti di funzionare come dovrebbe, o come vorrei. Decide lei cosa farmi vedere dal buco della serratura e qualcosa invece me la nasconde, ma a me va bene così!”

I tuoi servizi sono reportage della solitudine altrui, ma non vi è quasi mai tristezza o imbarazzo, tutt’al più si respira un’atmosfera confidenziale. Quali sensazioni cerchi di mediare attraverso il tuo sguardo? Immagineresti i tuoi scatti come racconti o ritratti?

“È vero, a volte raffiguro la solitudine ma più che altro la mia è una ricerca infinita della condizione umana più autentica, nei limiti di quanto possibile su un set fotografico. Rappresentare una persona nella sua intimità è una lente attraverso cui guardare dentro me stessa. Immagino i miei scatti come racconti, uniti sempre da un filo conduttore, e tutto questo mi serve in prima persona. Mi aiuta a scoprire qualcosa in più di me.”

In base a cosa scegli solitamente i modelli per i tuoi servizi? C’è un motivo speciale per cui prediligi immortalare le donne?

“Come dicevo, li scelgo basandomi su canoni di bellezza che non siano classici. Ho fotografato anche uomini ma, ora che ci penso,  è come se fossi partita da loro per arrivare alle donne. In un certo senso, è perchè le donne sono più di difficili da rappresentare, specie se sei una donna anche tu.
È una responsabilità notevole se condividi lo stesso genere ma è anche una sfida che mi affascina. Mi affascina in quanto donna, ma soprattutto in quanto donna che ha sofferto per il suo aspetto e che conosce bene i problemi di autostima tipici della sfera femminile.”

In che modo t’interessa declinare il carattere della femminilità e di cosa è sinonimo, dal tuo punto di vista?

“Mi piace declinarla sia dal punto di vista dell’indubitabile bellezza del corpo della donna sia da quello della sua fragilità e delle varie imperfezioni. Nel mio piccolo, mi piacerebbe dare un contributo al concetto di body positivity su cui ultimamente si sta lavorando parecchio per diffondere una maggiore accettazione di se stessi. Proprio poco tempo fa, infatti, ho realizzato un servizio con una modella che non si depila ed è stato interessante. Ho cercato di dimostrare come si possa celebrare la femminilità non solo dentro vestiti stupendi ma anche celebrando la sua potenza più autentica.”

Hai mai avuto un’icona di stile o un personaggio che ti piacerebbe ritrarre?

“Credo che come icona effettiva non ci sia una persona singola quanto piuttosto aspetti particolari di persone con cui sono entrata in contatto. Penso agli orecchini a clip di mia nonna materna o all’eleganza di una professoressa o all’acconciatura della mamma di qualche mio amico.
Mi piacerebbe fotografare, ora come ora, Rooney Mara. In un mondo parallelo magari, ma è un’attrice che mi trasmette tanto!”.

Cosa non potrebbe mai mancare sui tuoi set?  Negli shooting sei più istintiva o pignola?

“Non potrebbe mai mancare il silenzio. Mi serve innanzitutto per concentrarmi su quello che sto facendo, visto che scattare in analogico richiede una tecnica abbastanza complicata fatta di passaggi. Ma il silenzio funziona anche per creare un’atmosfera di maggiore coesione, in particolare tra me e chi posa. Parlando, spesso, ci si distrae: il modello da ciò che vuole trasmettere e io da quello che speravo di cogliere.

Se sono più istintiva o pignola, beh è un mix. Sono pignola abbastanza, ma èpur vero che è importante esserlo quando fotografi in analogico perché ogni rullino ha un numero limitato di tentativi e se decidi di scattare il pulsante deve valerne davvero la pena. Allo stesso modo, però, se mi viene voglia di fare qualcosa che non avevo previsto la faccio senza problemi e molto dipende anche dalla complicità che s’instaura man mano con il modello che ho di fronte. Spesso, infatti, gli ultimi scatti sono quelli più liberi.”

Preferisci fotografare in esterna o al chiuso? Qual è il ruolo della luce nella tua espressività?

“Preferisco in esterna. Se fotografo al chiuso mi piace farlo in ambienti che non siano troppo freddi, ad esempio nelle case, specie in quelle della persona fotografata. Si respira una maggiore serenità ma ho comunque bisogno di visitarle prima del servizio, per capire se posso realizzare in quel postpo tutto ciò che avevo in mente.
La luce ha un ruolo fondamentale, ovviamente. Cerco di scattare sempre con la luce naturale per rendere le foto più vere e ricorro davvero poco alle luci artificiali. Come Caravaggio, credo nell’importanza di far illuminare dalla luce le cose che voglio si vedano, mentre ciò che rimane nell’ombra sta allo spettatore immaginarlo o capire cosa sia.”

Qual è il tuo rapporto con la post-produzione? La utilizzi come strumento correttivo o ti serve per lasciare la tua firma?

“Lo stretto indispensabile. Pur scattando in analogico, esiste un modo per scaricare i file digitali delle foto ma, oltre ad essere un procedimento complesso, non potrei comunque modificarli più di tanto.
Per me non è un problema perché sono dell’idea che meno si interviene e meglio è: vuol dire che si mantiene il valore della foto originale.”

La tua produzione segue un filo conduttore, che unisce ritratti diversi ad un’ispirazione comune. Esiste un elemento vero e proprio che ricorre come simbolo nel tuo immaginario?

“In una foto scattata ultimamente ho rappresentato la situazione della gabbia, intesa come stare rinchiusi e poi riuscire ad uscire. Mi sono resa conto che è un motivo ricorrente e, se dovessi descriverlo con una canzone, mi viene subito in mente My Body is a Cage di Phil Collins.”

A quali lavori ti stai dedicando attualmente e dove sogni di arrivare alla guida della tua macchina fotografica?

“Ultimamente ho curato con molto piacere diversi editoriali in Spagna, dove ho vissuto fino alla fine di luglio. Ho avuto la possibilità di scattare in un albergo bellissimo tutto dipinto a mano e lo stile era decisamente meno glamour rispetto alla norma. Spero di proseguire con altri progetti di moda per così dire alternativa, perché è la cifra estetica che più sento più mia e mi piacerebbe esplorare.
Il mio sogno nel cassetto sarebbe diventare direttore della fotografia. Poter passare dall’immagine ferma a quella in movimento (che poi è ciò che nella mia testa succede già!). Sarà difficile ma sarebbe fantastico ritrovare la mia visione fotografica trasportata sullo schermo.”

Cos’è per te il talento?

“In generale credo sia un dono, prima di tutto. È carisma, è creatività, è fantasia. È l’energia che si percepisce stando vicino a qualcuno che ce l’ha. Per me, nello specifico, il talento è porre delle domande con una foto e dar modo a chi la guarda di scoprire qualcosa in più di sé. È la creazione di un dialogo con lo spettatore. .”

CONTATTI
Instagram: @cecioblu

Condividi:
PREVIOUS POST
Polly Pocket Punk. Lo sportwear borchiato di Ilaria Dessì, verso il sogno della customizzazione.
NEXT POST
Unghie della Madonna: Isabella Franchi, la Mikako Kōda della Nail Art e il talento di chi sa prevedere il successo.

0 Comment

LEAVE A REPLY