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Rosso su Bianco. Il fil rouge dell’autenticità nei ricami di Valentina Dentello.

Con le mani perpendicolari alla profondità del suolo, Valentina ama sedersi a terra e ascoltare la meravigliosa orchestra che è l’autenticità delle cose semplici. In pace con l’ambiente che la circonda e forte della creatività che adorna la sua anima sensibile, lo stupore è per lei come un sesto senso che dilata ogni percezione di armonia e bellezza.

Una sosta nel vigneto di famiglia in quel di Rovigo, la compagnia discreta ma contagiosa che fanno i raggi del sole, l’immaginazione libera che plana verso nuovi contorni da disegnare, pronta a trainare l’ago su e giù dal telaio.

L’arte del ricamo diventa la costante che accompagna i pensieri più onesti a prendere vita, tessuti all’unisono con l’entusiasmo per le minuscole gioie quotidiane. Nel saliscendi del filo rosso che popola la tela di figure e parole, Valentina esercita uno stile originale che non coincide col puro eclettismo bensì con la tradizione. Quell’intramontabile abilità di dedicarsi al lavoro manuale, per imparare ad apprezzare anche l’inestimabile valore dell’inutilità, quale stato di grazia assoluta.

È proprio nello spettacolo sofisticato di chicce e ninnoli che si animano di poesia che Valentina instaura il suo impero pacifico, tra i rocchetti sparsi nel suo laboratorio e le bancarelle di un mercato dell’antiquariato. Lì, dove la ricchezza diviene opaca tanto è stata accarezzata dal trascorrere degli anni, risiede la coccola dell’unicità che non si arrende ma sopravvive al tempo.

Il fil rouge dell’esistenza, d’altro canto, sta nel mantenere ben custodito il segreto dell’emotività: prendersi cura dei nodi con pazienza e premura sino a rendere la memoria un gomitolo di seta soffice al ricordo, e poi condividere quella passione che ci scalpita dentro, offrendo agli altri il proprio talento, come un dono.

Senza maschere, in sintonia con l’io interiore che detta ogni ispirazione, denudarsi equivale a lasciare che le mani diventino messaggere del cuore. A schiuderlo, apparirà come un ciondolo che rivela la foto di due amanti ed è quella la storia irrepetibile che lega ogni artista alla propria espressione. Nella memoire di Valentina, ha un colore inconfondibile il legame di sangue tra il vissuto e l’opera d’arte.

Come hai scoperto la tua vena creativa? Quali sono state le passioni che hanno anticipato la tua grande passione per il ricamo?

“Parto dal presupposto che la vena creativa sia qualcosa di naturale, che si ha sin dalla nascita. Personalmente, devo molto a mio padre, nonostante lui non abbia mai seguito il sogno creativo. Nella mia famiglia, vuoi per la società in cui viviamo o per la generazione da cui i miei genitori provengono, l’arte è vista ancora come un universo immaginifico, che da sola non basta per portare il pane a casa. Non esiste quella concezione per cui si può vivere sfruttando la creatività!

 La passione per il ricamo l’ho scoperta frequentando l’Accademia di Belle Arti. Quel percorso di studi non mi ha insegnato concretamente come farlo, ma è stato lì che ho avvertito un impulso del tutto spontaneo in quella direzione. Partecipando ad un concorso, dal nulla ho avuto voglia di parlare di me e in quell’occasione la tecnica del ricamo mi è sembrata il mezzo ideale per realizzare un’opera che non fosse solo visiva ma contenesse al suo interno delle istruzioni di lettura. Ho cominciato a raccontarmi attraverso i ritratti della mia famiglia, poi mi è piaciuto sempre di più, soprattutto man mano che capivo che tutto ciò che immaginavo sarei riuscita anche a rappresentarlo.”

Quando hai cominciato a raccontarti attraverso l’ago ed il filo? Il cucito è un’abilità che ti è stata tramandata o che hai appreso da autodidatta?

“In realtà nessuno mi ha iniziato a quest’arte. Le mia nonna materna aveva una merceria e quella paterna, come tutte le donne della sua epoca, se la cavava con il cucito ma purtroppo sono mancate prima che potessi apprezzare quale meraviglia avevo tra le mani e scatenare tutta la mia curiosità. La prima volta che ho cominciato a raccontarmi è stato appunto in Accademia, perché mi ha dato la possibilità di prendere parte a concorsi prestigiosi e di mettermi continuamente alla prova.

Comunicare a parole mi verrebbe di sicuro più difficile ma, attraverso il ricamo, riesco a denudarmi totalmente. È un lavoro che non solo si adatta ad ogni tipo supporto, ma è soprattutto un’espressione personale, molto intima.”

Quali sono stati i primi oggetti che hai raffigurato sulla tela?

“I volti della mia famiglia, inclusi gli animali domestici.”

Conservi ancora la tua prima creazione? Se sì, dove la custodisci e quale ricordo associ a quell’impresa?

“La prima creazione risale ai tempi dell’Accademia. Ero stata presa per un workshop di scultura che si svolgeva in parallelo alla Biennale di Venezia, tenuto dallo stesso curatore del Padiglione Italia. Tutti i miei compagni bene o male sapevano come muoversi in quel campo, a differenza mia che il primo giorno l’ho passato piangendo! A quel punto qualcosa dovevo inventarmi e così feci una cosa disgustosa: raccolsi dei mozziconi di sigaretta da terra e li unii tra di loro attraverso il ricamo. Dei colleghi mi aiutarono a versarci sopra una colata di gesso per fissarli alla tela e ne venne fuori un piccolo quadro. Purtroppo, ovviamente, dei residui di materiale organico erano rimasti attaccati ai mozziconi, così a distanza di poco tempo il lavoro si è ammuffito e ho dovuto buttarlo via!”

Quanto tempo impieghi, di solito, per concludere un ricamo?

“Chiaramente dipende. Mi sono promessa di non escludere mai niente perché non voglio avere limiti. Il mio obiettivo è quello di arrivare in fondo ad ogni idea che mi venga in mente, senza preoccuparmi delle dimensioni o della quantità di materiale da impiegare. Visto che ricamare mi piace molto, di solito i tempi non sono troppo dilatati ma mi è capitato anche di realizzare creazioni più elaborate che hanno richiesto fino a sei mesi di lavoro.”

Rispetti un rituale costante per dedicarti ai tuoi lavori o porti il telaio con te, sempre e dovunque?

“Non lo porto sempre con me. Mi annoio facilmente e se il lavoro è ripetitivo tendo a lasciarlo da parte e rimandare all’infinito. Il telaio sta fisso nel mio studio, a casa mia, anche perché ci tengo a mantenere una parete di confine tra la vita privata e il lavoro. Oltretutto, non sono un’accentratrice di attenzioni e se portassi il telaio ovunque non passerei di certo inosservata. Non vorrei destare troppa curiosità attorno a me, ecco!”

Quali sono state le influenze che hanno nutrito il tuo estro (arte, musica, cinema)?

“Mi ringrazio moltissimo per aver tentato la carriera universitaria iscrivendomi, seppur per un breve periodo, alla facoltà di Filosofia. È stato solo un anno ma mi ha aperto un mondo, in termini di esperienza personale. Ci sono dei pensieri sui quali rifletto ancora adesso. Parole che mi sono rimaste dentro, così come alcune novelle di Pirandello che ho amato in particolar modo e non ho mai più scordato. Non ho una memoria di ferro per tutto ma ci sono frasi che non riesco a non ricordare.

Nella musica un artista che apprezzo davvero tanto è Mannarino, e lo intendo come poeta. È un attore, nonostante sia un cantante, che mi dà un’enorme ispirazione perché mi sembra che veda il mondo esattamente come lo vedo io. Anche il cinema mi ha influenzato – i film francesi mi piacciono da matti! – ma devo tantissimo soprattutto ai mercatini dell’antiquariato. Il ricamo non è qualcosa di necessario e così vale per la roba che vedi esposta sulle bancarelle. Eppure in quegli oggetti ci sono un valore e una meraviglia che oggi non esistono più ma che, per qualcuno, li rendono ancora desiderabili. Per fare un esempio, io ho un debole per le memoire, i ciondoli a forma di cuore che se li apri contengono la foto della persona amata…Li trovo bellissimi, mi fanno andare fuori di testa!”

Quali sono i piccoli piaceri che ami concederti nel quotidiano? Quali sono le cose che ti piace ammirare e quelle che ti commuovono?

“Che mi commuovono quasi tutte! Modestamente, credo di essere dotata di una sensibilità superiore alla media, il chè a volte può avere un’accezione anche negativa. Provo tenerezza per qualsiasi cose e non è raro che pianga, sia per cose bellissime che tristi, ma soprattutto per quelle bellissime. Una cosa che mi colpisce sempre sono gli artisti di strada. Guardarli mentre si esibiscono, percepire la passione per quello che fanno mi fa entrare subito in empatia con loro, perciò mi trasmette un’emozione incredibile. Nel quotidiano amo godermi il posto in cui abito, in piena campagna: sedermi a terra in mezzo al vigneto e non fare nulla, niente di niente, solo ascoltare la pace che mi circonda.”

Da cosa trai ispirazione per ideare le tue creazioni?

“Dal quotidiano e dal mondo dell’arte. Ci sono artisti che mi fanno venir voglia di avvicinarmi al loro stile e opere che cerco di riprodurre, aggiungendo un tocco del mio. Allo stesso tempo, però, mi piace raccontare attraverso il ricamo tutto quello che vivo. Penso di essere divisa in due, perché in effetti il mio immaginario è un po’ schizofrenico! Da una parte ci sono le influenze che ricevo dall’arte e dall’altro una specie di mio diario del giorno.”

Qual è stato il momento in cui hai deciso di trasformare un hobby in progetto creativo e com’è cambiato, allora, il tuo approccio al lavoro?

“È successo tutto grazie ad una persona che conoscevo che con una risposta mi ha illuminato la via del futuro. Al mio ritorno da Parigi, dove ho vissuto per un periodo di tempo, ero disperata perché mi sentivo incerta su quello che avrei fatto della mia vita. Cercavo un modo per chiarirmi le idee e improvvisamente questa ragazza mi fece notare che era chiarissimo quale fosse la mia vocazione: il ricamo! Da quel momento qualcosa è cambiato… Sono una persona pigra quindi non è stato facile prendere il via, ma grazie all’insistenza di chi mi vuole bene (e un po’ anche alle minacce del mio fidanzato) mi sono convinta! Ho capito che più di qualcuno riponeva fiducia nelle mie capacità e questo è servito a darmi la spinta per mettermi in gioco, anche se inizialmente credevano in me più gli altri che io!”

Descrivi la tua dimensione espressiva con un luogo della casa, un sandwich da picnic e un sapone.

“La mia aiuola. Come sandwich direi pane da tramezzino farcito con lattuga, salsa rosa, gamberetti e pomodoro. Un sapone al rosmarino, perché è un odore che amo. Ne metto sempre un rametto nelle tasche, così quando si secca posso sbriciolarlo tra le dita e sentire fortissimo quel profumo…di arrosto!”

Cos’è per te l’autenticità?

“Mi sono posta questa domanda più volte…Essere autentico vuol dire piacersi per come si è, senza indossare maschere. È la condizione incontaminata di quando nasci e tutto quello che devi fare è seguire il file rouge che internamente ti parla. È ascoltare quel segreto e accogliere la propria originalità.”

Semplicità e originalità, nel tuo stile di vita, sono sinonimi o contrari?

“Una frase che uso spesso nelle mie bio è “La semplicità è la sofisticazione suprema”, quindi può essere assolutamente che siano sinonimi.”

Quanto ti senti legata alla tradizione di quello che fai? Esiste un fondo di romanticismo nella tua predilezione per l’arte manuale?

“Tantissima. Mio padre, che è uomo di campagna, ha sempre avuto la praticità di voler risolvere tutto da sé. La manualità mi viene da lui e porta con sé il romanticismo di mettere tutto te stesso in quello che fai, comprese le emozioni che provi in quel momento. Se fai qualcosa con amore si vede, e lo stesso vale se sei triste.”

L’originalità è un valore spesso rivendicato nel mondo dell’arte. Personalmente credi che sia più importante distinguersi o trovare un modo congeniale per esprimere sé stessi?

“Assolutamente la seconda. È importantissimo – se non necessario – trovare un canale per parlare di sè e forse è quello il vero modo di distinguersi, ognuno in base al proprio racconto. Esprimere chi sei è la cosa più naturale che c’è e farlo con onestà facilita la comunicazione con gli altri. Li aiuta ad avere un’idea chiara e trasparente della tua personalità.”

La tua produzione è monocroma. Quale significato assume il colore rosso nella tua personale simbologia?

“Il rosso non è stata una mia scelta. In un certo senso, è stato come se mi avesse scelta lui. Il file rouge è, da sempre, qualcosa legato al destino e alle anime che si uniscono per lasciare un segno…beh, io sono convita che non sia affatto una balla. Il rosso sangue è il colore della memoria e dell’interiorità. Tutti nascondiamo al nostro interno un gomitolo rosso aggrovigliato, tra arterie, pensieri e ricordi. Quello che faccio mi permette di imprimere ciò che provo sul tessuto. Sento che quella matassa piena di nodi che sento dentro, attraverso la lentezza del ricamo, riesce a districarsi per mettere finalmente tutto rosso su bianco.”

Il ricamo è un mezzo che adoperi sia per comporre poesie che per riprodurre immagini. Quanto e come ti appartengono, differentemente, questi due linguaggi?

“Entrambi mi appartengono molto. La storia dell’arte mi ha sempre affascinata e mi è rimasto il desiderio di ascoltarla, per conoscere nuove cose. Riprodurre grandi opere è il modo che ho di dar loro una seconda chance di raccontare una storia, magari diversa.

Quanto alla poesia, parlare non mi riesce facile quanto scrivere. C’è sempre il rischio di non saper pesare le parole o non ricordarle. Scrivere invece, grazie al fatto di poter tornare indietro e correggere, mi viene meglio. Trovo che sia un mezzo potentissimo che spero di riuscire a combinare sempre con l’immagine. Parole e figure, insieme.”

Hai mai pensato di deviare il tuo progetto creativo in direzione della moda?

“Sì, sì, sì e altre mille volte sì! Vorrei dare finalmente un senso compiuto alla mia laurea in fashion design! Non sono mai stata portata per la modellistica ma il mio sogno rimane quello di conciliare la moda al ricamo, come ho fatto nel progetto di tesi. Se penso al futuro mi piacerebbe lanciare una piccola linea con la mia firma, pur seguendo i criteri di eticità che mi stanno a cuore, lontano da tutto ciò che è fast fashion.”

Qual è il valore aggiunto dell’hand-made, in qualsiasi tipo di produzione commerciale o artistica?

“Che dietro al lavoro c’è la persona e il suo stato d’animo influenza il risultato, senza dimenticare poi il valore irripetibile del pezzo unico. Spero davvero che l’hand made goda di un rilancio sempre maggiore, non dico solo nella moda, ma proprio come riconoscimento per la ricerca infinita che sostiene ogni progetto di questo tipo.”

Come ti auguri che evolva il tuo percorso creativo, d’ora in avanti (esposizione, merchandising, catalogo editoriale)?

“Mi auguro innanzitutto di non tradirmi mai e di non farmi mettere i piedi in testa dal mercato. So per certo che arriverò dove voglio arrivare, ma succederà con i miei tempi. Conterò solo sulle mie mani e sulla mia testa. Di esporre mi è già capitato e dà soddisfazione, ma mi piacerebbe anche vendere con la massima semplicità, magari aprendo un mio indirizzo di e-commerce. Detto ciò, le commissioni restano ben accette, perché sono un’occasione di confronto con i clienti: insieme incrociamo i gusti per dare forma a una creazione ad hoc e vederli commossi al momento della consegna non ha prezzo! Mi riempie di gioia.”

Cos’è per te il talento?

“È la sensibilità con cui nasci. Essere sensibile ti apre le porte della creatività. Se sei in grado di percepire qualcosa di autentico, vuoi parlarne, vuoi manifestarlo! Il talento riesce a farti entrare in sintonia con gli altri e questa condivisione fa sentire compresi, è come se fossi meno solo nel tuo modo di sentire le cose.”

Ultima domanda, una chicca solo per noi. Qual è il segreto infallibile per infilare il filo nella cruna dell’ago?

“Sia nella pratica che metaforicamente bisogna avere occhio, fare molta attenzione e… se proprio non si riesce, ricorrere a qualche trucchetto, come passarsi il filo nella bocca!”

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