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Tela Sensibile. La genesi creativa di Utero, dalla crisalide dell’insofferenza all’opera d’arte.

Nell’utero materno acquisiscono una propria fisionomia i feti impazienti di venire alla luce. Individui minuscoli, così pieni di vita, che nell’esperienza completeranno il loro sviluppo e grazie all’incontro con l’altro scopriranno prima, e placheranno poi, le loro più intime fragilità.

Non c’è uomo, infatti, che non nasconda una porzione di sè vulnerabile al tatto, la superficie sensibile su cui s’impringono le emozioni più scure, quella scalfita dai graffi dei pensieri affilati e sollevata dal soffio di vento che è sentirsi compresi, ogni tanto.

Screpolata come la tela è l’anima umana e la tavolozza si riempie di colore, accettando l’unica cura data dal tempo. Crescere per perdonare. Per metabolizzare il dolore. Per stabilire una simbiosi con una forma di espressione personale che ci aiuti a sublimare lo tsunami interiore in una piena di idee da concretizzare.

Alessandro Carocci ha solo 19 anni ma da solo intraprende l’impresa liberatoria di scrollarsi di dosso le distanze che lo isolano dal resto del mondo, comunicando tramite i suoi lavori. Nel suo stile, tutt’altro che immaginativo, si percepisce poco altro che il ruvido impatto della verità.

L’atto di coraggio di affidare ai quadri la traduzione poetica di un’insofferenza misantropa dura da levigare, se non riversando nella scrittura il racconto della depressione e distraendo l’inquietudine esistenziale con la ricerca di tecniche e materiali alternativi, grezzi ma malleabili.

Utero è il nome di un progetto di generazione, che vuole assistere un giovane Leopardi nella definizione, relazionale e creativa, della sua personalità. Ermetico e brutale, Alessandro non ripone fiducia nell’essere umano ma si abbandona all’eloquenza della creatività, eleggendola sua portavoce. Compone versi di poche parole per racchiudere sensazioni abissali e costruire così gli argini di un malessere straripante. Da lì, il passaggio sulla tela non è che la trasmissione nobilitante di un pensiero tossico in opera d’arte.

Se la solitudine è una fida consigliera, la paranoia è il grillo parlante che detta le angosce e impone la pratica dell’alienazione sociale come terapia di sopravvivenza.
Ma vivere è un’altra cosa: è condividere con gli altri qualcosa di sè e lasciare che diventi di entrambi.

In UTERO, Alessandro sembra accettare il compromesso che il cinismo non è che una crisalide. Presto, prestissimo, dalle sue mani, una farfalla nascerà.

Quando nasce la tua passione per la scrittura? Se ne hai mai avuto uno, di che colore era la copertina del tuo diario segreto?

“La passione per la scrittura è venuta subito dopo la passione per l’arte. Mi sono avvicinato a quel mondo grazie a un insegnante di sostegno che avevo ai tempi delle elementari. Fu lei che, oltre a seguirmi nella didattica, mi trasmise un amore fortissimo per l’arte. Utero è nato nel 2015 e l’anno seguente si è evoluto nello stile, nel senso che ho abbandonato quasi del tutto il disegno per concentrarmi sulla scrittura e sperimentare la tecnica del collage, attraverso la commistione con nuovi materiali, su esempio di Burri e Mirò.

Non ho mai avuto un diario vero e proprio perchè ho sempre scritto d’istinto, su fogli sparsi in giro; in compenso, negli ultimi anni, ho avuto molti quaderni personali sui quali appunto i miei pensieri, tutti con copertine nere.”

Che tipo di adolescente sei stato? Più incline all’esperienza o dedito alla riflessione?

“Entrambe, diciamo che ho sempre tenuto due piedi in due scarpe. Sono aperto all’esperienza (più a quelle negative, a dire il vero!) ma mi fermo anche spesso a riflettere su ciò che ho fatto o su chi sono. Penso veramente troppo – sono convinto di questo – eppure al tempo stesso sono un impulsivo. La mia adolescenza è iniziata male ma ora come ora non mi dispiace. Non la rivivrei, certo, ma d’altronde nessuno vorrebbe rinascere per rivivere lo stesso passato…non lo dico solo io, ci aveva pensato già Leopardi!”

Su cosa ti piace soffermarti della realtà che ti circonda? Quali sono le cose che catturano il tuo interesse e quelle che ti fanno emozionare?

“Sono incuriosito dai comportamenti delle persone, non dal singolo individuo a sé ma dalla gente, nell’insieme. Questa cosa mi genera turbamento anche, perché la folla mi spaventa. Non ho tanto paura degli altri, quanto che dall’esterno si noti quello che penso di loro. La verità è che nascondo a fatica la mia natura di misantropo: le persone per la maggior parte mi danno fastidio, a parte pochissimi eletti. Detesto la superficialità e purtroppo ne vedo tantissima, ovunque.”

Quali pensieri ti frullano frequentemente nella testa e com’è cambiato il tuo rapporto con te stesso nel corso degli anni?

“ll mio pensiero costante è quello di non essere abbastanza. Non so a cosa sia dovuto, forse agli adulti con cui mi sono rapportato, ma comunque non me la sento di dare colpe a nessuno. Inizialmente l’illusione di essere perennemente sotto giudizio mi limitava di più, ora man mano sto riuscendo a lasciarmi andare. La paranoia è un tema molto frequente anche nelle mie tele. Quell’idea di dover rasentare la perfezione e non sentirsi all’altezza…

Durante la pre-adolescenza odiavo davvero me stesso, non avrei neanche voluto essere al mondo in quel momento. Adesso, grazie all’arte e al punto di vista creativo che mi si è aperto, riesco ad avere prospettiva. L’arte è servita a formare la mia identità, a farmi sentire di avere una personalità definita e forte.”

Parli quanto scrivi o preferisci delegare le parole all’inchiostro?

“Non parlo come scrivo e forse è per questo che lo faccio. Non riuscirei ad esprimere verbalmente ciò che provo, senza un intermezzo artistico. Le mie opere sono richieste d’aiuto che manifesto tramite la tela. È come se volessi far capire al mondo come comportarsi con me e nel frattempo affrontare quello che sento: tutte le insicurezze rispetto agli altri, le dipendenze, la tossicità di certi rapporti umani. ”

La penna è la complice perfetta o un confessore indulgente?

“Il confessore sono io e la penna è il confessionale. Porto sempre un quaderno con me, per gestire le mie crisi quando mi trovo tra la gente e ho bisogno di isolarmi. Ho una dipendenza poetica.”

Che rapporto hai con la lettura? Quali sono stati i riferimenti letterari che maggiormente hanno influenzato il tuo stile e la tua sensibilità?

“Sin da piccolissimo non mi è mai piaciuto leggere. Ora dipende…Mangio libri di poesia e di filosofia, mentre i romanzi mi annoiano e tutt’al più preferisco ascoltarli in audio-libro. I personaggi che più mi hanno ispirato sono Baudelaire, per via della retorica pazzesca, Fabrizio De Andrè che considero un genio nel modo di esprimere i pensieri e poi Ezra Pound, mio poeta preferito. Per la filosofia sicuramente Schopenhauer e Kierkegaard mi hanno illuminato.”

Ascoltare o Raccontare: quale ruolo preferisci nell’interazione con l’altro?

“Dipende se ho qualcosa da dire oppure no…Non ho bisogno di parlare per forza e spesso preferisco ascoltare, anche se di mio sono un gran chiacchierone. Mi piace sentire come ragionano le persone e poi – come diceva Oscar Wilde – meglio stare zitti e sembrare stupidi piuttosto che aprir bocca e togliere ogni dubbio!”

A raccontare storie o a frugarti dentro: a cosa ti serve scrivere?

“Mi rifaccio alla filosofia greca che reputava l’arte come la massima espressione di sé. Nel mio caso, la uso per alleggerire me stesso dal dolore, perché attraverso la tela è come se ne prendessi una parte e la trasmettessi all’esterno.”

Utero è il nome che hai dato al tuo progetto di scrittura illustrata. Come comunicano linguaggio verbale e immagine? Cosa rafforza l’altro e in che modo?

“Viviamo in una società ossessionata dalle immagini e dai simboli. L’aspetto è certamente importante in un’opera d’arte perché deve piacere all’occhio, ma prima ancora è necessario che arrivi alla mente. Credo che il pensiero che sta dietro a un’opera conti più dell’opera in sé. L’immagine è solo un segno di quel pensiero.”

A cos’è dovuta la scelta di questo nome?

“Se leggi un nome qualsiasi su un muro non lo noti, mentre se leggi una parola come UTERO è più probabile che attiri l’attenzione. Oltre a questo, la mia scelta ha tutto un ragionamento dietro: l’utero è un luogo di creazione, in cui qualcosa che sta per nascere prende forma. Io mi sento così, come un feto che si sta generando prima di presentarsi al mondo artistico. Sto solo aspettando il momento in cui mi sentirò abbastanza formato per esprimermi come Alessandro Carocci.”

Il tuo è un racconto della depressione senza filtri. Mostrare la propria fragilità è una forma di esorcismo o di libertà?

“Poter esprimere ciò che hai dentro, senza filtri, è una forma di libertà che nessuno può toglierti. Finchè avrai qualcosa da comunicare, troverai sempre un modo personale di farlo. Magari sperimentando o servendoti di materiali diversi, come nel mio caso.”

Cos’è per te la censura?

“Come dicevo, appunto, la censura non sta troppo nell’atto totalitario con cui qualcuno tenta di imporsi sulla tua espressione, quanto nella capacità di convincere l’altro che il suo pensiero è bloccato. Credo sia quella la vera censura: si annida nella testa del censurato, gli fa credere di essere censurabile.”

Che rapporto hai con la solitudine? Ti spaventa di più il vuoto di affetti o di sicurezze?

“Mi considero una cocorita, perché soffro la solitudine davvero tanto! Spesso però mi sento più solo con gli altri che in camera mia, quando mi trovo nel pieno del processo creativo. A contatto con la tela sento che l’arte rispecchia la mia personalità, mentre tra le persone raramente mi sento capito. Un po’ come se fossi l’unico della mia specie.”

Qual è il ruolo della condivisione nella cura dell’anima? L’empatia è questione di intuito o ha bisogno di essere mediata con un’espressione leggibile?

“Sicuramente deve essere mediata con qualcosa che aiuti l’altro a capire. Detto questo, dalla mia esperienza, ho imparato che è altrettanto importante che siano gli altri a dare un input, altrimenti pur servendogli la tua debolezza su un piatto d’argento potrebbero dimostrarti di non essere realmente interessati al perché. Nel mondo dell’arte capita spesso che le persone si complimentino con te per quello che fai ma difficilmente danno l’impressione di voler andare oltre. Il reale motivo di un’opera, però, non si vede in superficie ma è ciò che l’artista ha dentro e tenta di rappresentare.”

Definisci la tua dimensione poetica con un pezzo di arredamento, un elemento chimico e un panorama.

“Sicuramente la doccia perché è un luogo di riflessione incredibile. Elemento chimico la melatonina, perché accompagna le notti insonni, in cui si produce molto più che di giorno. Infine, una Parigi gelata dal rigido inverno, con il grigio che assorbe tutte le emozioni.”

In che modo la creatività partecipa al tuo percorso introspettivo?

“È sempre stato così. Non saprei spiegarlo nemmeno a me stesso perché mi viene veramente naturale.”

Che differenza c’è tra inquietudine e sensibilità?

“L’inquietudine è una parola che ho sempre amato, sia per il suono che per il significato. Personalmente sono molto sensibile, è la mia massima espressione. C’è un’opera che mi rappresenta più di tutte le altre ed è proprio una tela bianca con la sola scritta SENSIBILE al centro, in rossetto rosso. Si può essere sensibili e anche inquietati, ma se provi inquietudine allora devi essere per forza sensibile.”

Hai mai avuto icone d’ispirazione o punti di riferimento nel mondo artistico?

“Assolutamente sì! Ne ho una per ogni campo: De Andrè da un punto di vista poetico, per la libertà che trasmette da tutti i pori; nell’estetica Burri è in assoluto il mio artista preferito e mi sto rendendo conto che la mia ricerca procede sempre più in direzione delle sue tecniche; nell’espressione dei sentimenti sono legato alla corrente Die Brücke, in particolare Kirchner è il mio amore!”

Quale destinazione ti piacerebbe dare alla tua produzione (galleria espositiva, pubblicazione editoriale, marketing)?

“Più di tutto desidero che ciò che faccio, un giorno, mi permetta di vivere facendo arte. Il mio sogno è innanzitutto quello di potermi definire artista, e che gli altri mi riconoscano come tale. Ovviamente poi mi piacerebbe un sacco essere richiesto per esporre in galleria, per essere stampato o per intraprendere collaborazioni con altri artisti o marchi.

Non mi vergogno a dire che vorrei diventare ricco con il mio lavoro. Non schifosamente ricco, ma abbastanza per vivere in maniera agiata e godermi il prestigio di artista affermato.”

Cos’è per te il talento?

“È essere portati a fare qualcosa, ma non basta per essere i migliori. Modestamente so disegnare molto bene, sin da quando sono piccolo, eppure non sono stato un genio. Essere di talento vuol dire avere una marcia in più ma è una cosa ben diversa dalla genialità. Il genio artistico non si vede nella manualità ma nella mente creativa. Sono sempre stato convinto che un messaggio possa essere molto più geniale dell’opera in sé. Un esempio di questo è Duchamp, genio assoluto che con le sue idee ha rivoluzionato il mondo dell’arte contemporanea.”

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Instagram: @_utero

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Categoria:Cannella
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1 Comment

  • 17 Luglio, 2020 at 12:08 am
    beatrice

    geniale!

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