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Colibrì in giacca a vento: La sensibilità esistenzialista di Germanò, sulle montagne russe del senno di poi.

Esiste sempre un margine che fa da contorno a una decisione. Un margine d’attesa, di errore, di rischio. Il margine di uno spartito che, tra le righe, contiene un testo già scritto.

Per ogni nota c’è un’immagine, per ogni accordo un cambio d’umore, per ogni scena la dicitura esatta di uno stato d’animo che non è mai involontaria, perché scomodare le parole a casaccio non si fa. Per alcuni cantautori sarebbe maleducazione…

Germanò è uno di questi. Sintonizzato sul suono e fedele alla sua sensibilità da esistenzialista contemporaneo, tratteggia un’ideale di vita da percorrere sul filo della possibilità, come se il futuro avesse nella facoltà di scegliere il suo massimo esponente.

Se in “Per cercare il ritmo” (2017), suo album di esordio, Germanò cavalca le montagne russe dei sentimenti in quel saliscendi che è il senno di poi, “Piramidi” è una scommessa con se stesso. Il miracolo di estrarre dalla musica la metrica di una narrazione coraggiosa come non lo era stata mai.

Sente il cuore a rovescio e lo indossa come una giacca double face, per affrontare le correnti del presente. Seduto in metro o camminando tra i palazzi del centro, lo sguardo di Germanò succhia dalle storie di tutti i giorni il nettare di un racconto tanto umano quanto veloce. Passeggero come un ricordo o una distrazione che tiene a bada la malinconia. Meraviglioso come lo sono le Piramidi o scorgere, tra le nuvole, la sagoma di un colibrì.

L’atmosfera è quella intima di una lunapark in chiusura, quando le giostre sono ormai spente ma cresce il desiderio di un ultimo giro. E allora la ruota riprende a girare.

Quando la musica è entrata a far parte della tua vita? È arrivato prima il canto o la scrittura?

“Avevo 13-14 anni quando ho cominciato a scoprire le prime band di rock classico, ma già prima avevo avuto l’esempio di mio cugino che mi aveva avvicinato alla musica. Lui suonava la chitarra e, vedendolo, volevo troppo imparare a farlo anch’io. In un certo senso si può dire che è stato lui ad iniziarmi, perché era la prima persona che vedevo suonare uno strumento in vita mia! In quel periodo in realtà avevo una fissa immotivata per il sassofono così chiesi a mio padre di comprarmene uno ma lui, di tutta risposta, qualche settimana dopo rientrò a casa con una chitarra e mi disse “guarda che ti ho regalato, era quello che volevi no?!”. No…ma forse costava molto meno!

Una volta al liceo ho preso a suonare con i miei coetanei e la musica è entrata a far parte sempre di più dei miei interessi, anche se allora non avrei mai pensato che quella passione potesse trasformarsi in lavoro. Mi sembrava una fantasia non realizzabile.”

Con quale repertorio sei cresciuto? Qual è stato l’album che hai costudito più gelosamente?

“Ho attraversato diverse fasi. C’è stato un periodo, verso la fine delle superiori, in cui vedevo The OC e grazie a quella serie ho scoperto molti gruppi che non conoscevo come ad esempio gli Interpol e i Modest Mouse. L’indie rock rappresentava per me qualcosa da custodire perché in quegli anni sembrava quasi una parolaccia. Preferivo non parlarne, la ascoltavo per fatti miei perché sapevo che era un tipo di musica diversa, da condividere con pochi.
Dopo il liceo, ho preso a frequentare aree di Roma fino a quel momento inesplorate e così mi sono imbattuto nel Circolo degli Artisti. Un mondo in cui era normale apprezzare un certo genere musicale per così dire alternativo…Lì finalmente ho potuto dare libero sfogo ai miei interessi, mi sono sentito a mio agio da subito, tra persone con gusti simili ai miei.”

Scrivere o Suonare: qual è stato il primo gesto che ti è venuto naturale per esprimerti?

“Scrivere per emulare qualcosa che mi avesse davvero colpito. Quando scrivo, di solito, è perché sento qualcosa di molto potente e allora voglio ricreare quella sensazione lì. Non si tratta di una copia ma di uno studio approfondito per capire com’è fatto quello che mi piace e trovare il modo di trasmettere la stessa cosa.”

Quali riferimenti hanno alimentato la tua sensibilità artistica (letteratura, cinema, musica)?

“Qualsiasi cosa. Ogni tanto ritorno a guardare vecchi film italiani anni ‘50/’60. Un regista che mi piace molto è Mauro Bolognini. “La corruzione” è uno dei suoi film che preferisco, anche se il titolo può suonare fuorviante. Parla del figlio di un ricco imprenditore che sta per diplomarsi ma vorrebbe farsi prete, così il padre decide di portarlo con sé in barca a vela, in compagnia di una ragazza bellissima. Mi piace non solo l’estetica, ma soprattutto l’immagine idealizzata dell’Italia di quei tempi.
In generale sono attratto dal tema esistenzialista. Anche per quanto riguarda i fumetti, sono un appassionato di quella corrente specifica di manga giapponesi. Penso a “Quertieri Lontani” di Jiro Taniguchi, in cui un uomo fa visita alla città in cui è cresciuto e, sulla scia dei ricordi, torna a quando aveva 14 anni allora s’interroga sulle scelte che ha fatto e su quello che sarebbe successo se avesse agito diversamente.
<<Se potessi ricominciare da capo, rifarei tutto nello stesso modo? >> è il quesito che, in assoluto, mi ha sempre affascinato di più.”

La tua prima canzone è stato un esperimento o una confessione?

“Un esperimento. La prima canzone l’ho scritta in inglese e risale al periodo in cui suonavo con i Jacqueris, la mia band d’esordio. Volevo scrivere qualcosa anch’io, visto che gli altri membri già lo facevano. Di fondo, c’era la voglia di competere ma soprattutto il desiderio di compiacere sia me stesso che chi mi stava intorno. Quando ho cominciato a fare musica mi bastava questo, condividere una passione.”

Da cosa trai ispirazione per i tuoi testi? Quali sono le cose che t’incantano e quelle che ti confondono della realtà che ti circonda?

“Appartengo a quella categoria di cantautori che crede che il testo stia già nella musica. Spesso quello che dirai è racchiuso lì, basta ascoltare cosa ti sta suggerendo la melodia. Cominci da una frase che ti evoca qualcosa e intorno costruisci il resto della canzone. Si tratta di trovare colori, particelle, parole e preposizioni che ti permettano di diventare narratore di una storia, che sia la tua o quella di qualcun altro. Non esistono canzoni che nascono dal nulla.”

Nei tuoi brani le ipotesi e i ricordi si rincorrono in un continuo rilancio. Che rapporto hai con la memoria? La cronaca del passato è una forma di esorcismo o di nostalgia cronica?

“Entrambe le cose. Provo nostalgia per i ricordi belli, quelli brutti invece cerco di lasciarmeli alle spalle. La memoria è super importante, perché ti rende più consapevole di te. Serve a capire chi sei adesso e a fare in modo che tu compia scelte migliori dopo, per non commettere più gli stessi errori. Se impari a riconoscere quando una relazione è tossica quello è il segreto per non ricascarci di nuovo. E lo stesso vale per quelle persone che ti hanno fatto stare bene ma alle quali hai preferito qualcun altro solo per attrazione. Il punto è che se non ricordi cosa ti ha fatto male, ti farà stare male di nuovo.

Soprattutto nel primo disco si sente molto questa mia fissa per le decisioni, che poi è un tema molto anni ‘90. In quel periodo ero in crisi totale perché avevo la sensazione di non sapere cosa fare di me. Avevo bisogno di confrontarmi con altre storie di vita, leggevo una biografia dietro l’altra perchè m’interessava il racconto della gente e le varie esperienze. Erano uno spunto di riflessione.”

Definisci la tua dimensione artistica con un indumento, un luogo e un frutto.

“Work Jacket, o più in generale giacche: ne ho una collezione, mi piacciono tantissimo. Poi lamponi. E Trastevere.”

I tuoi pezzi sono cartoline di momenti che descrivi perfettamente. Qual è il ruolo dell’immaginazione nella tua espressione poetica?

“Cerco sempre di esprimermi per immagini ma non lascio mai che siano una costruzione solo estetica. Se devo usare qualcosa di mediamente brutto o banale lo faccio, perché quello è l’unico modo reale per raccontare quello che ho in mente. L’immaginazione sta anche nella creatività con cui riesci a formulare un racconto. In genere mi baso su fatti reali ma ci sono canzoni in cui si fondono più storie insieme. Spesso, ad esempio, mi chiedono chi sia Dario e la verità è che Dario è solo un nome inventato per riferirmi a tre ragazzi diversi. Non è una persona in particolare, sono cenni sparsi.”

I personaggi di cui canti sono storie o alter ego?

“Tutte storie, assolutamente. Ci sono parecchi nomi propri ma è solo un espediente che uso io per costruire le canzoni, piuttosto che dire Lui e Lei. I nomi rendono la lettura di un brano subito più interessante, ti restano in mente. Le varie citazioni, poi, sono per l’80% miei amici. È anche un modo per far sapere qualcosa di me a chi mi ascolta.”

Un leone, un dinosauro o un colibrì: qual è il tuo animale totem?

“Il colibrì, perché è l’animale più strano che abbia mai citato in una canzone. Volevo raccontare come apparivano le nuvole quando sei a testa in su e il colibrì ci stava bene! Non solo è musicale ma è bellissimo.”

Mostri spesso un’attenzione speciale per i dettagli fisici e le condizioni atmosferiche. Quale dei 5 sensi dirige la tua percezione?

“Tutti i sensi. Esiste un esercizio di scrittura che t’insegna proprio a descrivere un oggetto coinvolgendo ogni aspetto della percezione: cosa vedi, qual è il suo odore, com’è al gusto. In questo modo accumuli sensazioni per esprimere a pieno quello che provi, anche emotivamente.”

Che cosa ti affascina delle relazioni umane?

“Le incomprensioni, che – sono convinto – siano sempre molte più di quello che pensiamo. Non si dovrebbe mai smettere di essere più chiari possibile, e questo potrebbe comunque non bastare…”

Si muore di rabbia o di solitudine? Per cosa vive, invece?

“Non si muore di nessuna delle due. La solitudine, però, corrode più lentamente e in quantità maggiore. La rabbia la puoi sfogare su qualcuno e, in qualche caso, ha un valore anche positivo se ti sprona ad andare avanti. La solitudine, invece, è un sentimento che non ha a che fare unicamente con lo stare da soli.

Per cosa si vive invece, beh…per gli altri. La chiave di tutto è dare.”

La tua proprietà di linguaggio è una sorpresa continua. Cosa sono per te le parole: chiavi o freccette? Quanto tempo impieghi a trovare quella giusta?

“Chiavi che sbloccano forse, ma più che altro – come dicevo – le parole servono a sostenere la frase. Non cerco di colpire con la parolina giusta, mi aspetto piuttosto che il testo venga compreso dall’inizio alla fine.”

Nei brani che canti la tua voce è rassicurante ma tradisce un’inquietudine di fondo. Ti appartengono anche reazioni impulsive o sei un riflessivo che culla il suo caos calmo?

“Sono estremamente impulsivo e subito dopo divento estremamente razionale per risolvere i bordelli che ho fatto! Sono capriccioso, a volte, e anche cocciuto.”

Quale sensazione associ al viaggio: evasione o libertà?

“A quello mentale evasione, a quello fisico libertà”

Se l’amore fosse una strada quali sarebbero i dossi e quale la destinazione?

“I dossi potrebbero essere il non pensare abbastanza e, di conseguenza, il non riuscire a comprendere come far funzionare la coppia. Succede quando si sta troppo concentrati su quello che ci si aspetta e si pretende di avere ragione a ogni costo, anche quando non importa perché in fondo l’unica cosa che ti renderebbe felice è stare bene insieme, molto più che averla vinta. La destinazione è proprio questa: stare bene e diventare migliori amici.”

Qual è stata finora la tua più grande conquista?

“Scrivere il secondo disco. Di sicuro più difficile del primo…”

Cosa significa, nella scena musicale odierna, essere indie e tu in quale genere ti senti a tuo agio?

“Attualmente significa non essere mainstream ma anche fare musica mostrando un certo taglio. Un tempo aveva un altro significato perché voleva dire appartenere a un’etichetta indipendente, ora è più uno stile di fare le cose. È un atteggiamento che interiorizza un suo suono e poi lo contamina con influenze varie come il reggae, il funky o il pop.

Io, sicuramente, ho un modo di fare indie quindi posso dire di fare indie. Mi piacciono tantissime altre cose, ma mi identifico come indie, c’è poco da fare!”

Hai mai avuto un idolo o un’icona che incarnasse il tuo ideale di stile?

“Sì, ho una venerazione per Lou Reed, da sempre.”

Ci sono i colleghi che apprezzi particolarmente con cui ti piacerebbe duettare? Qual è, invece, il palco per eccellenza che ti piacerebbe calcare?

“Per le collaborazioni sarebbe interessante fare qualcosa con Giorgio Poi o Franco 126, quanto al palco invece…mi piacerebbe risuonare al Circolo degli Artisti.”

Quali sono i progetti più recenti a cui ti stai dedicando? Cosa ti sorprenderebbe se pensi al futuro?

“Mi sto dedicando a scrivere nuove cose e nel frattempo porto avanti progetti su molteplici fronti. Una cosa che mi sorprenderebbe sarebbe ritrovarmi, prima o poi, nel ruolo di producer. Credo però che sia molto difficile perché sarebbe come intraprendere un’altra carriera.”

Cos’è per te il talento?

“Esiste qualcosa per cui sei portato e che ti agevola nel realizzare un certo tipo di cose . Il talento è innato, ma può essere anche acquisito. Credo molto nel tempo che spendi per fare qualcosa. C’è la famosa regola delle 10000 ore, per cui se ti eserciti abbastanza a lungo, alla fine, riuscirai in quello per cui hai faticato.”

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Etichetta: @bombadischi
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Categoria:Basilico, Creativity, Life
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