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Amore e Psiche-delia. L’incantevole sinergia tra Irene Montini e Rocco Gurrieri.

Firenze è una succursale del sistema solare da quando Irene e Rocco si sono incontrati.

Il loro laboratorio creativo è sospeso su una nuvola, a mezz’aria tra un’avanscoperta continua di ispirazioni e l’abbaglio di una dimensione scintillante, in cui le forme e i colori fanno a pugni per gioco. Il ring si trasforma nel palcoscenico di uno spettacolo dell’eccesso, appariscente all’impatto e contagioso nell’energia.

Fotografa professionista lei e videomaker lui, la loro sintonia è un magma di anime e idee. La visione estetica che condividono è quella che supera il reale per concedersi un luogo paranormale in cui l’inquietudine diventa magia e la bellezza un criterio illogico di ordinare l’impulso.

“Incanto” è l’ultimo lavoro realizzato a quattro mani da due menti brillanti. Irene e Rocco convergono le forze in un progetto audio-visivo sviluppato all’unisono, che si compone di un micro-film di 40 minuti e di una galleria di immagini scattate sul set, ospitata dal museo Novecento di Firenze il prossimo settembre .

Lo scenario del corto è quello creepy di una casa di bambole stregata. Protagonista un gruppo di fanciulle abbandonate in un casolare di campagna , che per la prima volta sperimentanoo i prodigi della fantascienza attraverso incantesimi e giochi proibiti . Un noir a tinte pop che indaga l’ignoto in maniera sensazionale, spalancando un ventaglio di suggestioni fiabesche.

Tutt’altro che maledetto, l’incontro di Irene e Rocco è baciato dalla meraviglia. Una scossa incandescente scorre tra le loro prospettive artistiche e li folgora molto più di un banalissimo colpo di fulmine. Il loro legame è un’intesa di sguardo che conduce agli effetti sintetici di una ricerca in continua evoluzione, dove si scambia il vero con la finction e la quotidianità con un’oasi visionaria di plasticità e sogno.

Uno stile stralunato per un amore ipergalattico.

Com’è nata la tua passione per l’audio-visivo? Quali sono stati i primi soggetti a cui hai rivolto l’obiettivo?

I – Ho cominciato disegnando. Provengo da un liceo artistico, quindi inizialmente mi piaceva molto dipingere. Piano piano ho spostato l’attenzione sulla fotografia, rivolgendo l’obiettivo su cose statiche che potessero in qualche modo contribuire a dare un’idea ribaltata della realtà. Mi divertiva appendere dettagli in giro e il mio indirizzo in un primo momento seguiva quasi la scia del reportage. L’ho abbandonato poi per uno stile totalmente diverso: ora uso set super-composti, con una luce forzata!
La fotografia era il mezzo che stavo cercando per rappresentare qualcosa di surreale. Il mio interesse è sempre stato quello di realizzare un racconto dell’imprevedibile.

R – Il cinema è una passione totale che ricordo di aver avuto da quando ho all’incirca 3/4 anni. Scrivere storie, disegnandole, ha rappresentato da sempre l’obiettivo della mia vita. Mi faceva impazzire la possibilità di rendere un’emozione mettendo insieme immagine e musica. Riuscire a fare questo è, ancora oggi, il punto di arrivo di tutti i miei desideri. Ho lavorato molto dietro le quinte e poi come collaboratore per 2 case di produzione di Bologna, fin quando ho capito che cercavo una persona complementare per esprimere finalmente qualcosa che mi appartenesse a pieno. Questa persona è Irene e so per certo che non potrei trovare nessun altro al mondo con cui condividere la stessa affinità creativa che sento con lei. Ho cominciato a lavorare prima come suo assistente, e ora siamo partiti con un progetto comune. Siamo partiti e speriamo di non fermarci mai!

Cosa attira la tua attenzione nella vita di tutti i giorni e quali strumenti usi tu per attirarla, attraverso il tuo lavoro?

I – Il colore. Vedo le cose come macchie colorate, luminose, lucenti. È la prima cosa che mi attira.
Nel mio lavoro, porto le cose all’estremo, incluse le persone che sono con me sul set perché fosse per me scatterei all’infinito! Cerco sempre di rendere tutto il più finto e plastico possibile, all’opposto di chi si serve unicamente della luce naturale per ricreare un’atmosfera naturale. L’eccesso opposto è il mio modo di comunicare!

R – Della superficie poco. Quello che più m’interessa è ribaltare aspetti della vita quotidiana e vedere il lato comico della normalità. Cogliere il dark e il buffo delle cose. Anche in quello che faccio l’indirizzo è sempre il sovvertimento del reale, ma credo che più di ogni altra cosa sia il carattere a fare la differenza in un lavoro come questo. La differenza si vede nel modo di presentarsi attraverso le parole, i gesti e l’eleganza nello stare al mondo. La personalità è già metà dell’opera, perché non conta troppo quanto sei bravo ma quanto ci sai fare con la gente.

Quali sono stati i riferimenti che hanno alimentato la tua sensibilità creativa (arte, letteratura, musica, cinema)?

I – In realtà un po’ tutto. Ho frequentato il liceo artistico e per 10 anni ho suonato il violino. I miei genitori lavorano in teatro e sin da piccola sono stata a abituata a frequentare quell’ambiente. Sono praticamente cresciuta dietro le quinte delle opere!

R – Ovviamente tutte! Se ti dovessi dire cosa in particolare…la musica classica moltissimo. È stata una fonte di grande ispirazione, ma resta comunque difficile incanalarmi perché qualsiasi cosa abbia un impatto su di noi, di fondo, va a sensazione. L’arte, la musica, il cinema davvero tanto… Esistono film che contribuiscono a creare la tua personalità. Citare Polansky è quasi riduttivo perché, oltre a lui, è stata una commistione di tantissime cose lette o sentite a cambiare incredibilmente la mia percezione della realtà. Gli stimoli, poi, si attaccano a un momento preciso della tua vita o della tua sensibilità. Anche per la letteratura mi vengono in mente sia Henri-Pierre Rochè, autore di Jules e Jim, per la naturalezza e la leggerezza della scrittura, sia Dostoevskij, per la profondità di significato.

Da cosa trai ispirazione per ideare un progetto? C’è un concept alla base o procedi in base all’effetto che vuoi realizzare?

I -Dipende, di solito parto da una storia che ho letto o da una scena immaginaria. Alla base, c’è più una situazione che un concetto. Poi da lì le cose vengono da sé e gradualmente si sviluppa il progetto.

R – Per quanto non venga ammesso, è davvero difficile credere di aver concepito un progetto geniale. Qualsiasi processo creativo parte dal giudizio pesantissimo che ognuno ha delle idee che gli vengono in mente e questo filtro può durare mesi, fin quando non si trova una soluzione finale che sembri finalmente brillante.

È durante quell’attesa che si dà forma all’idea: Irene facendo ricerca, io inventando storie da scrivere. Quando i nostri orizzonti coincidono, allora abbiamo un progetto nuovo da realizzare. Si tratta di tentare, finchè non odi ma, al tempo stesso, ormai ami quello che vuoi fare. Bisogna innamorarsene man mano. A quel punto, è il momento di dare tutto alla luce e lasciarlo andare, affinchè anche il pubblico possa goderne.

Le atmosfere dei tuoi servizi sono sintetiche e visionarie. Qual è il valore aggiunto dell’artificio nella tua rappresentazione della realtà?

I – Quello di rappresentare la realtà come una dimensione incredibile, fatta di sculture “plasticose”!

RDirei che è tutto. Il realismo magico è il luogo sensazionale in cui viene data lucentezza all’ordinario. La nostra missione di artisti è proprio quella di rendere favola l’abitudine.

Ogni tuo disegno creativo ha un impatto svampito ed eclettico. Qual è per te un sinonimo di energia?

I – Il rosa! È il mio colore preferito.

Qual è la sensazione che più al mondo ami provare e quella che ti piacerebbe suscitare attraverso l’immagine?

I – Ma l’ammore!  Dalle mie immagini spero che traspaia un tocco di ironia. Cerco di non essere mai troppo seria. Vorrei che i miei lavori risultassero buffi, divertenti…che venisse fuori tutta la mia leggerezza.

R – Il piacere e l’inquietudine, ad entrambe le domande.

Definisci la tua dimensione estetica con una bibita, un animale e una temperatura.

I – Thè freddo al limone, gatto nero, 30° C.

R – Caipirinha, gatto nero, sempre più freddo.

Cosa non può mancare sui tuoi set? Qual è l’elemento di cui proprio non potresti fare a meno?

I – Il filo da pesca non può mancare. Serve sempre a qualcosa: per appendere cose e far sì che qualcosa in giro svolazzi.

R – Il casino. Il caos aiuta e non aiuta ma se non altro è un elemento stimolante per riordinare i pensieri. Anche la musica è indispensabile, un buon sottofondo aiuta a mettere di buonumore gli animi…e poi direi gli amici. Sapere che c’è una famiglia sul set sulla quale poter contare è importante per sentire di avere sempre un appoggio, non solo professionale.

Rispetto alla macchina da presa e ai soggetti in scena, il tuo è un approccio più studiato o istintivo?

I – Parto pensando a tutto, quindi in principio è studiato. Ma poi sul set diventa istintivo, perché quando parto non penso più a niente e lavoro, affidandomi spesso a quello che mi viene in mente al momento.

R – Studiatissimo prima, ma una volta raggiunto lo stato di grazia anche incline all’improvvisazione. Sul set sono ben disposto a buttarmi, nonostante la progettazione scrupolosa dei mesi prima.

Ricerca o Fantasia: qual è il motore della creazione, nella tua esperienza?

I – In generale faccio tanta ricerca. Passo le mie giornate su siti di musei o a cercare ispirazioni sulla galleria di Instagram. Guardo moltissimi film, almeno due al giorno. Quando si tratta di assorbire nuovi stimoli, tutto fa brodo!

R – Cerco sempre di tirare cose nuove dalla mia fantasia. Storie, personaggi e emozioni originali. L’originalità è un carattere fondamentale per creare qualcosa di artistico. Senza dovrei smettere di fare questo lavoro.

Film preferito?

I – Ce ne sono tanti ma Il barone di Munchausen è magnifico. È un film veramente pazzo, con scene teatrali e un’atmosfera surreale. Bellissimo davvero da ogni punto di vista.

R – Antiporno.

Il tuo immaginario è esotico e camaleontico: quale ambientazione cerchi di evocare con l’abbaglio delle tue fotografie?

I – Mi piace cambiare. Non vorrei che l’ambientazione fosse sempre la stessa perciò scelgo ogni volta una scenografia diversa. Non ho mai avuto un immaginario definito anche perché spesso ricostruisco in post-produzione. C’è sempre una componente di finzione nei miei servizi.

R – Le mie sono storie di fantasia ma poi tutto parte dal vero. “Incanto”, il nostro ultimo lavoro, parte da certe sensazioni che provi da ragazzo, come l’abbandono o la curiosità. Cerco di rappresentare i sentimenti umani in maniera estremizzata, con un linguaggio espressivo che protende a una visione romantica della vita. Non ricreiamo la realtà per com’è ma in funzione di come vorremmo che fosse.

Con le tue tinte sgargianti cerchi di trasmettere entusiasmo o evasione in una giungla immaginaria?

I – Evasione!

R – Evasione!

Sei mai stata tentata/o da un cambio di rotta, verso chiaroscuri più sporchi e riflessivi?  Il bianco e nero è un’alternativa possibile o una censura per la tua espressività?

I – Alla fine, con il mio lavoro, mi trovo a fare di tutto indipendentemente da quello che preferisco. Ho avuto modo, di tanto in tanto, di cimentarmi anche con il bianco e nero o con l’analogico. All’inizio pensavo fossero una censura per il mio ideale di fotografia, non era concepibile per me esprimermi in quel modo, ma da quando ho scoperto come sviluppare gli scatti ho compreso il potenziale di quel mondo apparentemente così distante da me. Intervenire con Photoshop, poi, mi permette sempre di modificare il risultato in base ai miei gusti… In generale non escludo niente perché il mio obiettivo è quello di sperimentare, oltre ad ottenere la bellezza della foto in sè.

R – Nel mio passato ci sono stati anche progetti molto dark. Sono un appassionato di fumetti, in particolare del genere noir anni ’30, con atmosfere a metà strada tra il violento e il ridicolo. Ho lavorato alla storia di un investigatore privato sul viale del tramonto, Hanry Blackart, ma per il momento è rimasto un progetto ancora inedito. Questo per dire che m’interessano anche altri toni, purchè si mantenga una chiave fiabesca e sempre ironica di fondo. Difficilmente mi prendo troppo sul serio, ecco.

Preferisci dirigere uomini o donne? All’aperto o in studio? Un soggetto alla volta o situazioni di gruppo?

I – Donne tutta la vita! All’aperto, sotto la luce del sole! Un soggetto alla volta.

R – Donne. All’aperto. Di gruppo.

Che ruolo gioca il movimento nella tua concezione visiva?

R – Un ruolo fondamentale perché il proposito è quello di dare movimento all’immagine, in modo che risulti sempre più simile a una danza. Il mio sogno nel cassetto è riuscire a far ballare la videocamera con gli attori sulla scena.

Qual è il tuo colore preferito e quale potere riconosci, in assoluto, alla componente cromatica?

I – Il rosa! Per me il colore è relax. Vedere cose colorate mi fa sentire in pace, divento subito contenta.

R – Non saprei trovare parole migliori, quindi mi aggrego totalmente all’Irene! Per il colore direi che non ne ho uno preferito ma ci sono degli abbinamenti che mi piacciono molto, come il bianco-rosa o il giallo-rosa.

Ci sono motivi ricorrenti nella tua produzione? Se sì, quale significato assumono nella tua personale simbologia?

I – No, non credo. O, se così fosse, non ci penso.

R – L’idea di cercarsi. Un tema ricorrente è la presenza di personaggi che sono stati abbandonati e debbono in qualche modo ricongiungersi all’oggetto del loro amore. E anche il mistero legato alla casa, la componente magica dell’abitazione intesa non come nido ma come luogo che porta con sé un carico di segreti, come a ricordarci le case vivono da molto prima di noi.

Abbigliamento, frutta e oggetti di design partecipano alle tue composizioni in perfetta sintonia con lo stile eccentrico che ti caratterizza. Come scegli gli oggetti con cui completare i tuoi quadri?

I – Non mi porto quasi mai una selezione di oggetti da casa ma improvviso con quello che mi trovo a disposizione al momento. Spesso arrivo qualche ora prima sul set proprio per guardarmi intorno e raccogliere quei dettagli che potrebbero tornarmi utile nel corso del servizio. Vado a tentativi e, di base, cerco di lasciarmi guidare dall’immaginazione e di giocare con le ispirazioni che un oggetto, per caso, mi può stimolare.

R – La composizione è così importante che dev’essere progettata nel dettaglio. Lo studio del set è estremamente preciso e matematico!

Cosa c’è di diverso tra lavorare per il Cinema/Moda o realizzare Progetti personali?

I – Mi piace dedicarmi a entrambe le cose. La moda mi dà carica, m’incentiva a tenere un certo ritmo. I progetti personali, invece, richiedono tempo per prendere forma e se pensassi solo a sviluppare quelli probabilmente resterei impigliata tra mille idee senza materializzare niente nel concreto.

R – Il vero limite sta nel riuscire a farsi valere e non lasciarsi rubare le idee. Non avere piena gestione del progetto creativo comporta dei rischi. Il dilemma è sempre tra il compromesso e la possibilità di offrire il proprio talento senza dover fare troppe rinunce.

Il lavoro a cui sei più legato o la tua immagine del cuore?

I – Una foto del cuore c’è e la scattai a una mia carissima amica ormai un po’ di anni fa. C’era lei, versione Venere, e una distesa di fiori a terra. Fu il primo mio scatto che venne pubblicato su Photo Vogue e ricordo quel giorno come una mega-festa! Il servizio a cui sono più legata invece deve ancora uscire ed è un progetto che ho condiviso con Rocco sul tema delle maledizioni, dal titolo “Incanto”. A settembre inaugureremo una mostra al Museo Novecento di Firenze in cui, oltre alla proiezione di un breve film di 40 minuti, verrà presentato un servizio del materiale girato sul set. Curare la parte estetica, dai moodboard alla fotografia, è stato bellissimo, unito al fatto di lavorare insieme.

R– Anche per me, senza dubbio, “Incanto” è il lavoro che più mi sta a cuore. Non è stata fissata ancora una data precisa per quanto riguarda l’inaugurazione, ma l’idea nasce da una serie infinita di film che io e Irene abbiamo visto insieme. Abbiamo voluto riprendere il filone dell’horror inglese anni ‘50/’60, un genere scoperto di recente che ci ha ispirato tantissimo per cui ci siamo detti: perché non provare?!
Incanto” è una fiaba nera, ricca di suggestioni. Non ci sono espedienti spettacolari ma è l’atmosfera ad essere assolutamente sensazionale nell’insieme. È un cortometraggio, girato in stop motion, che un po’ rievoca l’inquietudine dei fratelli Grimm ponendo un’enfasi sulla realtà che ribalta i piani e la trasforma in fiction. Il racconto è animato dal desiderio di conoscere, un tema che risveglia elementi atavici, rappresentati al confine con la fantascienza.

Verso quali traguardi ti piacerebbe indirizzare il tuo lavoro?

I – Il cinema mi attira molto. È il mondo più completo, in cui immagine e musica si rafforzano l’un l’altra per mettere in atto l’espressione di un’idea. Mi piacerebbe, prima o poi, avere un ruolo in quel settore.

R – Sempre rimanendo nell’ambito del cinema,partecipare un giorno ai Festival di Cannes o Venezia non sarebbe male!

Cos’è per te il talento?

I – Tanto tanto impegno e sacrificio.

R – Riuscire ad esprimere con sincerità l’idea di una storia e liberarla dall’artificio per renderla quanto più riconoscibile a tutti. Regalare cose belle, questo per me è il talento.

CONTATTI
Instagram: @ireaw @roccogurrieri
https://vimeo.com/324599424
https://www.youtube.com/watch?v=FAda90G2nSU

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Categoria:Creativity, Curry
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