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Cartolina Vintage: La spavalderia di Leone Romani, cantautore romantico sulla cresta dell’onda.

Se Gino Paoli avesse cantato “eravamo 4 cantautori al bar…” , a ridere intorno a quel tavolo non è difficile immaginare Leone Romani. Un chinotto ghiacciato a gocciolare in una mano e una storia da raccontare in tasca, pronta per essere accordata alle note dell’immancabile chitarra.

Nessuna pretesa di cambiare il mondo però, ma solo la spavalderia di cavalcarlo sulla cresta dell’onda, come un surfista che si gode la corrente e fischietta a ritmo del buonumore.

Leone è cresciuto con la colonna sonora del cantautorato italiano anni ’80, un imprinting che ha portato nella sua musica la leggerezza di una folata di vento. Uno spirito gaudente e ottimista per raccontare la modernità con uno stile senza tempo e tradurre sensazioni semplici e immortali con il linguaggio del 2.0.

Magari Poi è l’album, uscito lo scorso 17 aprile, che raccoglie il frutto di un anno ricco di ispirazioni ed esperienze. Dopo l’ep “Salsedine”, primissimo esordio del 2018, Leone rilancia con una playlist di tracce orecchiabili, dal sapore accattivante e il retrogusto vagamente vintage. Quel tanto che basta per riconoscere nel sound le atmosfere fumose di un falò sulla spiaggia e di una cotta da conquistare.

Dai locali di Roma al lancio dell’LP, la gavetta di Leone è un viaggio sulla strada del mare. Finestrini socchiusi per accarezzare l’aria che corre, occhiali a specchio e la voglia di cantare verso cieli più lontani in cui la musica è un sogno divenuto realtà.

Il mantra dell’entusiasmo è linfa vitale per un cantautore cresciuto a pane e teatro e innamorato perso dell’adrenalina che solo esibirsi in pubblico sa dare. Se il coinvolgimento è la chiave del successo, Leone mette in moto e si dà alla rincorsa del suo. Magari poi, è già dietro l’angolo…

Com’è cominciata la tua passione per la musica? Quanto ti ci è voluto per prendere in mano il microfono?

“Mi ci è voluto molto poco tempo, in realtà. Avendo avuto l’esempio di mio zio che suonava e cantava, ho capito quasi subito che sentivo anche io quello stesso richiamo. Ho studiato pianoforte per dieci anni, sin da quando ne avevo cinque. Questo, unito all’orecchio musicale che mi appartiene dalla nascita, mi ha permesso di avere una base solida su cui far nascere la composizione. La prima canzone l’ho composta a 7 anni, sia musica che parole: era un pezzo semplice, che ancora ricordo, ma che già dimostrava la mia naturale predisposizione ad intuire la struttura di un brano. La chitarra è arrivata poco dopo e con lei l’abitudine di esibirmi alle feste tra amici, accompagnandomi con la voce.

La svolta decisiva è stata nell’estate del 2018, quando decisi di far installare un palco nel giardino di casa mia al mare e di organizzare una grande festa che, in qualche modo, fosse un po’ come un mio primo concerto. E in effetti così è stato, perché quella sera mi sono trovato a suonare per 45 minuti con una band di turnisti accanto, di fronte a circa 300 invitati. Era il 14 luglio e quella data ha rappresentato un vero debutto, finalmente davanti a un pubblico numeroso, non più il solito gruppetto ristretto dei falò sulla spiaggia. Sull’onda dell’entusiasmo, subito dopo quell’evento ho cominciato a prendere contatti con diversi locali romani che fossero disposti a darmi l’opportunità di suonare.

Una delle prime risposte positive la ottenni dal Marmo, che da anni con Spaghetti Unplugged dà visibilità a giovani esordienti. La mia prima apparizione fu proprio su quel palco, nell’ottobre 2018, e da lì diventai un fedelissimo del locale. Ho avuto modo di cantare con super ospiti come Tommaso Paradiso e Gazzelle, ma anche di conoscere tanti altri artisti emergenti del mondo indie. Dopo Roma, sono salito a Milano e lì invece l’appuntamento fisso era all’Ostello Bello, ogni martedì sera. Ho continuato a prendere via via più confidenza con il palco e nel frattempo a lavorare sui brani…”

Con quale repertorio sei cresciuto e quali correnti hanno affinato il tuo gusto musicale nel tempo?

“Sono cresciuto con le canzoni di Gino Paoli, Baglioni, Venditti…Il mio cavallo di battaglia, per anni, è stato Sapore di sale. Dopo i grandi classici mi sono avvicinato a Renato Zero e Riccardo Cocciante, cantautori più adulti e introspettivi. Verso i vent’anni ho cominciato ad interessarmi anche al mondo dell’Indie, prima che esplodesse totalmente nel 2017.”

Da cosa trai ispirazione per la stesura dei testi: dalla tua vita personale o dalla realtà che ti circonda?

“Vita e realtà si contagiano perché tramite la realtà penso alla vita, ma lo faccio in modo che quello che racconto concretizzi un mio punto di vista su quello che succede. La cosa che m’interessa è riuscire a trasmettere una visione ottimista. È un approccio che mi rappresenta in pieno, perché faccio dell’entusiasmo il mio mantra quotidiano.”

Cosa ti diverte nel quotidiano? Quali sono le cose, invece, che ti fanno riflettere?

“Mi diverte l’autoironia. Giocare con me stesso, mostrare sarcasmo per poi vedere le reazioni degli altri. C’è una sorta di psicologia nel modo di recepire l’ironia, che mi incuriosisce moltissimo.

Quello che mi fa riflettere, in generale, sono le situazioni che si dimostrano completamente contrarie a ciò che pensavo. Quando capita, questo stimola in me un ragionamento per cercare di capire se avevo ragione oppure no, e perché.”

Qual è stato il primo concerto per cui hai comprato il biglietto? Che tipo di ascoltatore sei: attento alle parole o all’orecchiabilità del pezzo?

“All’orecchiabilità del pezzo senza ombra di dubbio! Il primo concerto che ho visto è stato quello di Renato Zero, nel 2009, per l’uscita dell’album Presente. Era al Palalottomatica, io avevo 15 anni ed andai insieme a un gruppetto di amici.”

Che ricordo hai della prima esibizione in pubblico? Strizza o adrenalina pura?

“Adrenalina pura, strizza non ne ho mai. Il divertimento più grande per me è tenere alto l’entusiasmo delle persone. La chiave del successo è il coinvolgimento. Quando mi trovo sul palco cerco di intrattenere il pubblico per fare in modo che il concerto diventi di entrambi, sia mio che loro.”

Quali sono i riferimenti che hanno alimentato la tua creatività (cinema, letteratura, musica)?

“Quello che ha stimolato la mia creatività sono i dieci anni di teatro con la compagnia della scuola. Nel teatro in Vicolo Alibert, vicino Piazza di Spagna, ogni anno andavano in scena due rappresentazioni e io dai 7 ai 17 anni ne ho sempre fatto parte. Partecipare a questi spettacoli mi ha insegnato non solo le dinamiche di gruppo ma anche il bello del live. The show must go on vuol dire non avere timore e mantenere il controllo della situazione comunque vada. Sul palco qualunque cosa accada bisogna cavarsela, non esiste il tasto pausa.”

Descrivi la tua personalità artistica con un modello di scarpe, una bibita e un social network.

“Mocassino con le nappine, Chinotto Neri e come social network Instragram. È una piattaforma in cui posso raccontare qualcosa con leggerezza, come accade nelle stories, ma anche contenuti più seri e delineati, da lanciare con un post. Questo duplice linguaggio rispecchia il mio modo di comunicare.”

Scrivere o cantare: quando ti senti più vero? Quale lato diverso di te esprimono la penna e il microfono?

“Sono vero in entrambi i casi. Quando suono mi piace farlo in disparte, entrando in contatto con la natura. Quando scrivo, invece, è una confessione con me stesso. Il denudamento si completa attraverso l’unione di musica e parole, e quello è il momento in cui qualcosa di privato è pronto per essere condiviso. Ne sono entusiasta, allora vado a raccontarlo sul palco. È lì che l’espressività di un testo prende vita e dà senso alla canzone. Interpretando i miei pezzi mi sento ancora più vero, perchè sono io la canzone che canto.”

Cos’è, per te, la leggerezza? A cosa eguaglieresti il peso del buonumore?

“Il canto di un passerotto la mattina presto. La leggerezza la intendo proprio come avere pensieri leggeri. È la sensazione di quando sono talmente tranquillo che la cosa più impegnativa di cui devo preoccuparmi è decidere cosa cucinare. Quella è la massima espressione di leggerezza, per me.”

La tua musica evoca un immaginario vintage, per altri versi, super tecnologico. In quale epoca ti senti sospeso? Meglio un bacio al drive in o tra uno Skype ed un FaceTime?

“Il bacio al drive in non ha paragoni! Di natura tendo molto ad adattarmi quindi, quando ho vissuto una storia a distanza, mi arrangiavo con FaceTime. Nel quotidiano, però, resto un antico romantico.”

Che rapporto hai con la memoria? Sei uno che si guarda indietro o vive alla giornata?

“Mi guardo sempre indietro. Sono nostalgico e mi ricordo tutto, o quasi. Ho una memoria di ferro degli ultimi dieci anni a questa parte. Mi piace ripescare i ricordi anche per tirarmi fuori da situazioni difficili che in passato ho già dovuto affrontare, un po’ come a dire: Ah, questa l’ho già passata, posso farcela anche stavolta! Il ricordo, in questo senso, è una lezione di vita.”

Citi spesso alcolici e profumi. Qual è il tuo senso preferito?

“L’olfatto, perché attraverso l’odore ricordo persone e situazioni, come il profumo di una donna o momenti particolari della mia vita.”

Qual è la prima cosa che guardi in una donna? Chi è per te, invece, la chitarra: una sorella, un’amica, un’amante?

“Di una donna mi colpisce quanto fisso mi guarda negli occhi, perché da quello capisco la sintonia si può instaurare tra di noi, già solo con uno sguardo.  La chitarra per me è una compagna perché mi accompagna, nel vero e proprio senso della parola, ovunque io vada. È una convivente: sempre la stessa, in ogni casa. Non sono un traditore, per ora mi trovo bene con lei…”

Per trovare l’anima gemella funziona meglio Tinder o Shazam?

“Direi Tinder, mi sembra più verosimile!”

Il tuo è un cantautorato amichevole che strizza l’occhio al pop. Qual è il genere da cui ti senti meglio rappresentato e cosa significa appartenere a un genere, nel panorama musicale contemporaneo?

“Mi sento rappresentato dal cantautorato italiano degli anni ‘70-‘80. Quello che nasce voce e chitarra, con il quale sono cresciuto. Sono rimasto molto legato a quel sound, per questo forse un tipo di sonorità più commerciale la percepisco fredda e non mi ha mai davvero convinto. Non mi sento di dire che appartengo a una corrente in particolare perché condivido lo stesso linguaggio di altri o un certo modo di comunicare. Personalmente posso dire di essere indie perché mi autoproduco. Scrivo, arrangio ed eseguo i miei pezzi: più indie di così!”

Hai mai avuto un idolo? C’è mai stato un personaggio che incarnava a pennello il tuo ideale di stile di vita?

“Mai avuto un idolo. Ci sono state persone che ho stimato, ad esempio Renato Zero, sia per il suo talento poliedrico che per la grinta. È un personaggio teatrale a tutti gli effetti, dall’impatto molto forte. Detto questo, non l’ho mai apprezzato al punto di averlo come idolo. Non ho mai voluto assomigliare a nessuno se non a me stesso e basta.”

Quali sono i colleghi che stimi tra i tuoi coetanei e con chi ti piacerebbe duettare?

“Duetterei volentieri con Davide Amati, al quale mi lega una sintonia non solo personale ma anche artistica. Lui è un ottimo chitarrista quindi m’immagino una collaborazione in cui io metto piano e voce, mentre lui sta alla chitarra.”

Nel cassetto hai più sogni o calzini? Qual è il palco per eccellenza che speri di calcare?

“Ho diversi sogni. Il più grande è cantare in uno stadio. Mi piacerebbe esibirmi in una grande arena, magari quella di Verona. Un palco storico, presente da migliaia di anni. Non un palazzetto costruito dall’uomo ma uno spazio all’aperto, pieno di vissuto.”

Qual è l’ultimo progetto al quale stai lavorando?

“Continuo la promozione dell’album Magari Poi, uscito lo scorso 17 aprile, ma nel frattempo ho già preso in mano le pre-produzioni dei nuovi pezzi, con il proposito di farle uscire in autunno.”

Cos’è per te il talento?

“Il talento è saper fare qualcosa meglio della media delle altre persone. Essere bravo ma coltivare costantemente quella capacità innata, senza mai sottovalutare il talento di qualcuno che potrebbe dimostrarsi migliore. C’è una base di competizione e non solo…è importante anche sapersi vendere. Il talento è come un bell’abito, ma bisogna soprattutto saperlo indossare.”

CONTATTI
Instagram: @leoneenoel
Spotify: https://open.spotify.com/artist/17sPzyVD8AN8IKsC3XDmW3?si=dIdgGYQKTs-v8lxAp5Go6A

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Categoria:Basilico
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