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Popular Nerd: Il volto camaleontico di Sean Cubito, dall’obiettivo fotografico alla macchina da presa

Ph. Rccardo Lancia

Un giglio in un vaso di cristallo: affusolato e ben disposto ad addomesticare la sua immagine al servizio della composizione estetica. C’è un qualcosa di rustico nell’attitudine di Sean Cubito a prendere forma nell’arte.

Quella del giglio in cattività è una metafora forse troppo spietata per descrivere la naturalezza con cui si può posare di fronte a un obiettivo, offrendo la propria espressività in cambio di un ritratto sensazionale. Ma partecipare alla ballezza vuol dire anche accettare il compromesso di abitare una dimensione aliena e abitarla.

La confidenza con il proprio aspetto Sean l’ha acquisita sul campo, assecondando sempre umilmente le necessità della macchina da presa. Il suo spirito nerd ha imparato a pilotare un corpo che non ha chances di passare inosservato, e allineati hanno intrapreso la strada dell’interpretazione, raccogliendo al volo ogni occasione servita dal fato.

Ph. Flavia Daniele
Ph. Marco Guadagnino
Project by IED

Con il coraggio di mettersi in gioco e l’educazione di chi sa assorbire obbedendo, il più grande dono di Sean sta nella sensibilità con cui alleva la sua determinazione. Crescendo, cambiando, difendendo il diritto di percepirsi speciale e investendo su se stesso come se lo fosse.

Moda, cinema e fotografia sono mondi intrecciati nella cui intersezione Sean fissa il suo laboratorio segreto, per espandersi e riconoscersi attraverso l’immagine. Il suo approccio al lavoro è quello devoto di un esordiente che accoglie prove e consigli, dando il benvenuto all’evoluzione del proprio talento.

Il suo racconto è un libro aperto, composto a capitoli e battuto con caratteri sempre differenti. L’esperienza e la sicurezza in se stesso si alimentano, passo dopo passo, dell’entusiasmo per una carriera nata in maniera inaspettata e ora desiderata, ancor di più, nonostante la salita. La fatica, d’altronde, non è mai stata un limite ma solo l’incentivo per assistere alla propria metamorfosi e gustarsi l’attesa.
Comodo e intenso, come un giglio in un vaso di cristallo, al centro della scena.

Runway for Ines Torcato from AltaRoma

Com’è nato il tuo affair con la macchina fotografica? Sei stato tu ad interessarti alla moda o è stata lei a scegliere te?

“Non sono stato io ad avvicinarmi a lei ma è stata lei ad avvicinarsi a me. A 19 anni avevo un mio account Instagram in cui pubblicavo foto mie, insomma si trattava di profilo personale come tanti. I contatti con la moda fino a quel momento erano legati alla mia ragazza Caterina, cha lavora come modella dall’età di 15 anni, finchè nel 2015 non mi ha contattato una fotografa per propormi di realizzare un servizio insieme. Sia io che lei eravamo ancora inesperti al tempo, così accettai e scattammo le mie primissime foto. Poi una cosa tira l’altra e sono cominciate anche le collaborazioni con la moda, e da lì si è aperto un viavai di contatti.”

Che ricordo hai dell’infanzia? Eri un bambino con la testa tra le nuvole oppure pestifero?

“Entrambe. Dicevo una cifra esorbitante di bugie, ne inventavo una dopo l’altra. Ero un bambino particolare, infatti dai 4 anni fino ai 14 ho sofferto pesantemente di tic nervosi. Mia madre mi fece fare visite su visite perché sospettava che avessi la sindrome di Tourette invece dopo aver ascoltato diversi dottori venne fuori che ero solo un bambino… forse un po’ più difficile. Ero iperattivo, con la testa tra le nuvole quindi sempre disattento e anche a scuola non sono mai stato un alunno modello ma non ero cattivo, anzi. Sono sempre stato un bambino sensibile. Sensibile, cazzaro e monello!”

Hai sempre avuto confidenza con il tuo corpo? Qual è stato il momento in cui hai compreso di essere bello?

“Non penso sia ancora arrivato quel momento. È stata una presa di coscienza graduale, cominciata proprio grazie alla moda che mi ha aiutato ad acquisire sicurezza. In passato sono stato bullizzato per il mio aspetto: alle medie ero magrissimo, poco espansivo e con le orecchie incredibilmente a sventola, perdipiù pieno di tic! Non sono mai stato realmente escluso dagli altri, perchè bene o male trovavo sempre il modo per ritrovarmi inserito nel gruppo. Diciamo che ero quello che veniva invitato alle partite di pallone ma a cui si chiedeva di mettersi in porta!

Ph. Maddalena Petrosino

Com’è cambiata la tua personalità da quando hai cominciato a muovere i primi passi nel mondo della fotografia?

“Di per sé non credo sia cambiata poi più di tanto. Continuo a rimanere, nonostante tutto, particolarmente me stesso. Un aspetto che la moda mi ha permesso di sviluppare è, senza dubbio, la facilità con cui adesso mi approccio a persone che non conosco. Prima ero più timido, perlomeno all’inizio. Incontrare tante persone, spostarmi da un posto all’altro per trovarmi in situazioni ogni volta diverse mi ha reso per forza di cose più camaleontico. Sono ancora il solito nerd di sempre, ma se non altro ci metto meno tempo ad essere subito me stesso.”

Il primo shooting è stata una prova nella quale hai dovuto vincere l’imbarazzo o un colpo di fulmine con l’obiettivo?

“Fu un’esperienza in cui ho dovuto convivere con l’imbarazzo! Ero molto teso, anche se in realtà poi ero solo con la fotografa, chiusi in uno scantinato. Mi ci sono voluti anni di esperienza per riuscire a sciogliermi del tutto…”

Per posare bisogna essere non solo avvenenti ma soprattutto espressivi. Qual è il mood che ti appartiene naturalmente?

“Il mood che mi viene richiesto di interpretare più spesso è molto differente da quello che sono. Va ancora il ragazzo maledetto, serioso, a cui si aggiunge tutta la dinamica dell’androginia che per lungo tempo mi è appartenuta, per via soprattutto dei miei capelli. Agli inizi pensavo di essere modello solo per quello! Da quando li ho tagliati, quell’estetica ambigua è venuta un po’ meno e questa è anche una delle ragioni per cui ho voluto cambiare aspetto e rimettermi in gioco.”

Cos’è per te il carisma?

“È la capacità di risultare sicuro (confident cit.) in ogni situazione. Di sembrare, comunque, la persona più preparata tra tutte e quindi la migliore da scegliere come leader.”

Quale indole rispecchia di più la tua disponibilità a metterti in mostra: quella di narciso o di mimo?

“Dipende dalle fasi di vita che uno attraversa. In minima parta, il narcisismo fa parte di chiunque decida di fare un mestiere in cui si sorprende a rivedersi in camera. Vale per tutti, nessuno escluso, anche se non tutti lo ammettono. Per il resto, il mio è diventato più un approccio spinto alla realizzazione di qualcosa di bello. Non mi interessa essere bello io ma contribuire a un’estetica che sia, oggettivamente e artisticamente, bella.”

Che differenza c’è tra un editoriale di moda e progetto fotografico, a livello d’interpretazione? In quale contesto ti senti più stimolato?

“La differenza, in questo caso, la fa chi c’è dietro. Nella mia esperienza cambia poco o niente. Il team rimane all’incirca lo stesso, con l’eccezione che in fotografia non sempre è necessario lo styling o il make up. Il risultato finale cambia in base a quello che il fotografo o chi dirige l’editoriale si aspetta di ottenere. Rispetto a quello, il lavoro diventa più o meno stimolante anche per il modello.”

Esiste un difetto con il quale, negli anni, hai stretto un legame di complicità facendolo diventare tuo punto di forza?

“La mia magrezza. Inizialmente non mi piaceva per niente essere magro, tanto più esserlo così tanto e di natura, pur mangiando di tutto. Con il tempo ho imparato un minimo a usare questa mia forma fisica per esprimere qualcosa che allo sguardo del fotografo piaccia e che per un certo tipo di immagine possa funzionare.”

Ph. Flavia Daniele

Hai mai attraversato periodi di conflitto con la tua immagine, in cui avresti voluto stravolgerla o renderla meno impattante?

“Sì, quando ho tagliato i capelli. È stata una scelta che in parte ha simboleggiato il contrasto che sentivo tra la mia immagine di modello e l’ aspirazione da attore. Decisi di cambiare per vedere se effettivamente la mia estetica riusciva ad avere un suo impatto lo stesso. Moda e cinema sono due mondi molto connessi nell’immaginario artistico, soprattutto a Roma. Solo che nel cinema, che al momento resta il mio sogno più grande, una caratteristica così prevalente nell’aspetto rischiava di essere un limite.

Detto questo, è stata anche una scelta estetica. Perché mi piace averli così!”

Di chi è lo sguardo che immagini dietro la lente fotografica? Affrontarlo è un gioco di seduzione o una sfida?

“Viene tutto abbastanza da sé. Si va per tentativi fin quando non impari a conoscere te stesso, sia da un punto di vista estetico ma soprattutto espressivo. Solo allora riesci a immaginare quello che gli altri potrebbero percepire come bello e, di conseguenza, a posare in modo tale da farglielo arrivare.”

Hai mai avuto un’icona di stile o un personaggio che ti abbia particolarmente ispirato?

“Tra i personaggi che sicuramente mi hanno ispirato molto e ancora oggi continuano a ispirarmi, più di tutti, penso a Daniel Day-Lewis. È un attore che apprezzo non solo per la sua incredibile capacità e per il talento non misurabile, ma anche per via della sua personalità. Per il suo non voler stare sotto i riflettori, il suo prendersi il tempo per scegliere e lavorare sulla parte, il non buttarsi dove si guadagnano più soldi. Insomma, un attore coerente con quello che dovrebbe essere il lavoro di un attore, cioè girare un buon film e voler fare il meglio che si può.”

Quanto ti piace metterti alla prova? Qual è stata la cosa più strana che ti è stato chiesto di fare in scena?

“Mi sono sempre messo alla prova e mi è sempre piaciuto farlo. La cosa più strana fu quando sul set del mio primissimo film (Lasciami per sempre, 2017) mi fu chiesto di girare la scena completamente nudo. Davanti a tutta la troupe, alla regista e a Max Gazzè che in quella storia interpretava mio padre! Ma l’ho fatto e da quella volta mi è capitato di trovarmi nella stessa situazione anche per scattare dei progetti fotografici.”

Ti capita spesso di sentirti speciale?

“Devo dire che per tutta la mia vita, ma ancor di più da adolescente, mi sono sempre percepito speciale. Non ho mai avuto la pretesa di imporlo agli altri come verità, ma ho sempre avuto questo pensiero. Secondo me, è un modo di alimentare l’autostima e spronarsi a credere in se stessi. Quindi, ecco, non dico di essere realmente speciale ma cerco di pensare a me come se lo fossi.”

Ph. Caterina

Ti è mai capitato di sentirti alle strette?

“Sì, perché sono un gran procrastinatore quindi spesso sono io stesso a mettermici. Mi trovo sommerso da impegni che ho accumulato nel tempo fino al punto di doverli recuperare tutti insieme. Mi capita con l’università, con il lavoro e mi ritrovo così a dover reggere la pressione che non è una condizione che so gestire al 100% in modo efficiente.”

Fashion e recitazione, nella tua esperienza, sono strade comunicanti: quanto labile è la linea di confine tra il mestiere di modello e quello di attore?

“Lo sono, soprattutto in un contesto come l’Italia dove esiste una sovrapposizione degli addetti ai lavori tra recitazione, pubblicità e qualsiasi altro progetto editoriale o televisivo. Ovviamente avere le capacità per fare tutte e due le cose non è affatto scontata, perché non si possono considerare obiettivo fotografico e macchina da presa come fossero la stessa cosa. Possono rivelarsi, senza dubbio, mondi comunicanti com’è stato per me e molti altri, sia in una direzione che nell’altra.”

Lasciami per sempre, regia di S.Izzo (2017)

Qual è stato il consiglio più illuminante che hai ricevuto sul set? Qual è stato invece un complimento che non dimenticherai?

“Di consiglio non ce n’è uno in particolare, perché tutti sono stati utili in maniera significativa. Soprattutto nel cinema ho avuto bisogno di raccogliere diversi riscontri, a differenza di quanto era accaduto nella moda dove me la sono sempre cavata di mio. Non credo possa esistere un suggerimento rivelatorio, ma di certo prestare ascolto a tutti è un atteggiamento prezioso per portarsi avanti.

Il complimento, invece, è stato quando Simona Izzo, dopo avermi diretto, ha dichiarato che non sembravo alla mia prima esperienza. È stato appagante ricevere un complimento di questo tipo, da una regista che solitamente ne fa pochi!”

Che differenza vedi tra la tua immagine allo specchio e quella in fotografia?

“Allo specchio è più facile vedersi belli perché è quella l’immagine di noi che conosciamo meglio. In camera scopri un altro punto di vista, capace di cogliere tutti i dettagli, anche quelli che il tuo sguardo da solo filtrerebbe.”

Ph. Pasquale Autorino

Hai realizzato più di qualche volta servizi che ti ritraggono in compagnia con la tua fidanzata. Qual è il valore aggiunto di scattare in coppia? L’intimità viene minacciata dal flash o è un’aura che resta intatta?

“Io e Caterina ci siamo sempre sentiti molto tranquilli a scattare insieme. I lavori che abbiamo fatto insieme, in realtà, non sono tantissimi ma sono tutti molto belli. Quello della fotografia è un percorso che abbiamo condiviso sin dall’inizio, è un po’ come se fossimo colleghi oltre che fidanzati. Io e lei poi siamo davvero affiatati, fuori e dentro il set. Siamo abituati a supportarci a vicenda, in ogni cosa.”

Ph. Chiara Lombardi
Ph. Chiara Lombardi

In generale, preferisci interagire con qualcuno o in solitaria?

“Non riesco mai a capire se sono introverso o estroverso, perché sto benissimo da solo ma, al tempo stesso, mi piace essere stimolato dal confronto con qualcun altro. Dipende molto da chi è l’altro, sicuramente, e da quanto mi trovo bene in sua compagnia.”

Definisci la tua personalità con una canzone, un indumento e una città.

“Non ascolto molta musica, ad essere onesto. Non che non mi piaccia ma la sento pochissimo, quindi farò il nome di un pezzo che mi ricorda l’adolescenza ed è A mind I knew dei Suckers. L’indumento sono le mie camicie colorate, perché cerco sempre di avere un look casual, che sia elegante ma al tempo stesso caciarone. Pe la città scelgo Roma ma anche Reykjavik, in Islanda: la prima molto viva, l’altra totalmente immersa nella natura. Rispecchiano la mia doppia anima, due aspetti diversissimi che convivono in me.”

Quali sono i professionisti con i quali hai instaurato un feeling migliore?

“Le fotografe con cui ho instaurato un rapporto più sinergico sono Chiara Lombardi e Flavia Daniele, con una menzione speciale per Pasquale Autorino. Nel cinema ho ancora bisogno di tempo, per stringere feelings altrettanto forti.”

Qual è la foto del tuo cuore?

“Una foto del compleanno dei miei 3 anni. È il primo vero ricordo che ho e appare la mia famiglia riunita al completo, almeno quella nata fino allora. Altri sono arrivati dopo, e li amo tutti moltissimo.”

Qual è il ruolo che sogni di interpretare?

“Più che un ruolo chiave quello che principalmente m’interessa è trovare una parte che mi permetta di esprimermi al massimo e fare un buon lavoro. Che mi piaccia, innanzitutto, e che venga fuori nel miglior modo possibile.”

Dove ti piacerebbe arrivare, se pensi al culmine della tua realizzazione professionale?

“Per adesso, il primo step è dedicarmi a quello che mi piace, quindi il cinema e il mondo della creazione. Imparare, fare esperienza, capire quello che sto facendo e come migliorarmi.“

L’estetica è dono o un talento? In che modo può essere entrambi?

“C’è una componente di confidence che acquisisci col tempo e avendo la fortuna di saperti orientare da te. È un po’ come il rapporto con la musica: può esistere una predisposizione a diventare musicista ma finchè non impari a farlo non lo sei. È tutto là.”

CONTATTI
Instagram: @seancubito

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Categoria:Basilico
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