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Corpi giganti per cuori over-size: l’immaginario circense di Federica Crispo

Federica Crispo ha una mano delicata e il suo modo di raffigurare gli esseri umani mostra la stessa placida attenzione di chi sfoglia le pagine di un libro illustrato. La vista dei suoi disegni è direttamente collegata al sorriso, come un tunnel ultrarapido tra percezione visiva e complicità nei confronti di chi appare puro, pur nella sua goffaggine irrequieta.

Il suo percorso creativo parte dal ritratto per approdare all’invenzione di un immaginario antropomorfo, fatto di soggetti oversize dai volti impercettibili e dalle movenze esitanti, quasi che negli stati d’animo più taciuti ci si potesse inciampare.

La tenerezza è il riflesso condizionato di un universo da favola pensato per parlare ai bambini senza emettere un fiato, ma solo evocando storie strampalate, vibranti di una profonda umanità. Perchè la sensibilità, delle volte, è una lingua che si comprende aldilà delle parole…basta origliare tra le righe di un’emozione e il messaggio improvvisamente si fa intuitivo e universale.

Un circo incantato o un paese delle meraviglie, Federica trasferisce le sue scene nell’utopia di un una dimensione surreale, in cui le proporzioni sono ribaltate e la testa occupa meno volume del cuore.

L’assurdo diventa la lente dietro la quale indagare i sentimenti, all’interno di una parodia romantica per taglie forti. Tormenti ed emozioni dilatano la silhouette, divenendo così connotati di personaggi da fiaba giganteschi ed affabili. Orchi dal cuore di burro alle prese con un mondo ruvido come crosta di pane: solo unendo la dolcezza a uno spettro di malinconia si configura il quadro perfetto per comunicare ai bambini e trasferire loro scorte di meraviglia per incamminarsi alla scoperta della vulnerabilità.

Attraverso lo stile fiabesco di Federica, l’umanità assume dimensioni lievitanti e colori gentili. La narrazione umana, così servita, appare come un assaggio di poesia agrodolce. Soffice come burro, nutriente come pane.

Soffice e nutriente com’è educare i più piccoli a quella magica clemenza chiamata empatia.

Come nasce il tuo amore per il disegno? Cosa scarabocchiavi sui banchi di scuola?

“In generale, tutta la mia famiglia da sempre è stata appassionata di arte e disegno, quindi posso dire di essere cresciuta in un certo contesto. Mio padre da giovane dipingeva e casa nostra è piena di suoi quadri appesi alle pareti. Il mio primo approccio, quando ero ancora bambina, sono stati i ritratti. Ho cominciato da una dimensione iperrealista, decisamente diversa da quella che ho sviluppato nel tempo, in assoluto più fantasiosa.
La verità è che adoravo imitare mio padre e questo mi ha portato a sentirmi improntata su una direzione creativa sin da subito, anche se lo stile che mi rappresenta è differente dal suo perché la sua pittura si rivolgeva perlopiù a paesaggi e nature morte…Sui banchi di scuola ho cominciato a scarabocchiare idee che non erano così distanti da quelle di adesso. Oscillavo tra i ritratti agli amici e un immaginario surrealista, fatto di gioco e personaggi assurdi.”

Le tue illustrazioni evocano immaginario a metà strada tra la caricatura e il libro di favole: in che modo ti appartengono questi due linguaggi?

“L’ambientazione surreale nasce da un’intenzione che mi sono data: disegnare per i bambini. Il mondo dell’infanzia mi accompagna da sempre, mi sono formata autonomamente proprio su quella direzione, studiando la storia dell’illustrazione didattica. La caricatura, in questo senso, mi serve per rendere buffi e più fruibili i diversi personaggi, realmente esistiti, che poi diventano protagonisti delle mie storie. È il concetto che cerco di sviluppare con la Fan Art: creare mie versioni artistiche, a partire dalla realtà, per facilitare la comprensione ad un pubblico che sia composto anche di bambini.”

Quai influenze hanno alimentato la tua sensibilità artistica (arte, musica, cinema)?

“Sono cresciuta leggendo i fumetti, anche se quest’influenza forse non si percepisce guardando i miei disegni. È stata una fonte d’ispirazione molto importante per me, per questo credo che, nonostante la specializzazione che uno sceglie di prendere, gli stimoli si trovano ovunque. Quello che conta è assorbirli e farli propri.
Un regista, ad esempio, che mi è sempre piaciuto molto è Tim Burton, con i suoi personaggi malinconici, un po’ inquetanti. Il suo è lo stesso immaginario che vorrei ricreare anch’io.”

Da cosa trai ispirazione per i tuoi soggetti? Racconti una storia o riproduci una scena?

“In generale mi piace creare delle storie, anche se ufficialmente non le racconto. C’è sempre qualcosa di non detto che dà origine a un mio disegno, per questo spesso lo accompagno con didascalie o poesie che in quel momento mi vengono in mente, come per dare una sorta di indizio. Il senso non è sempre facilmente intuibile e così aiuto l’interpretazione col testo. Ogni progetto parte dal tentativo di tradurre uno stimolo esterno in disegno, e poi tutto prende forma direttamente sul foglio.”

Cosa ti emoziona e cosa ti dà pensiero nella vita di tutti giorni?

“Mi emozionano tantissimo le piccole cose che riesco a trasformare in disegno, rendendo così una mia osservazione qualcosa di universale. Di conseguenza quello che più mi angoscia è non esserne in grado.  Sia come persona che come disegnatrice, il timore più grande è sempre sentirmi incompresa. Per questa ragione, la domanda che mi pongo di continuo è “chissà come reagiranno gli altri a questo disegno?”, anche se di fatto non mi è possibile ascoltare le opinioni di tutti. È una sfida costante e, allo stesso tempo, un percorso di alti e bassi che però contribuisce, giorno dopo giorno, alla mia crescita umana e professionale.”

Qual è lo stato d’animo dominante che cerchi di trasmettere attraverso il disegno?

Un tempo ti avrei detto malinconia, perché prima i miei disegni vertevano su personaggi e situazioni che evocavano quella nota un po’ cupa, anche se in realtà ho sempre cercato di mantenere un’ambiguità di fondo tra la tristezza e un senso di quiete…Ora, però, cerco di comunicare più che altro gioco e goliardia. Ho scoperto anche nuovi colori che mi permettono di sperimentare stati d’animo differenti e dominare quel flusso di negatività, che poi è all’origine di ogni espressione artistica.”

C’è un momento preciso in cui impugni la matita nell’arco della giornata? Descrivici la luce che illumina il foglio e la tua scrivania.

“Ci sono giorni precisi in cui faccio solo quello. Capitano periodi in cui non tocco foglio e altri in cui realizzo cinque disegni in una sola giornata, dipende…Il momento più intenso è verso sera, nel tardo pomeriggio, quando non c’è troppa luce ma si crea la giusta intimità. Allora mi metto all’opera, possibilmente da sola e senza troppi rumori intorno!”

Cos’è per te la tenerezza?

“Sicuramente nelle mie immagini proviene dai personaggi che decido di raffigurare. La tenerezza deriva da quell’atteggiamento goffo, impacciato, che dà l’impressione di non essere consono alla situazione. Quella che appare come inadeguatezza nella normalità, è la particolarità che caratterizza i protagonisti dei miei disegni. Mi piace creare personaggi strani, che siano scoordinati nei movimenti, come se stessero sempre lì lì per inciampare.”

Cos’è l’innocenza?

“Non penso di averlo mai indagato più di tanto come tema. In qualche modo, è un concetto che si collega all’infanzia e ai ricordi…Se penso all’innocenza mi viene in mente il gioco. Non l’innocenza intesa come qualcosa di puro ma come qualcosa di semplice, genuino e spontaneo.”

Esiste una nota satirica sul fondo della tua espressione creativa?

“Satirica in senso stretto no ma attraverso il disegno cerco di smuovere un pensiero, e cioè che le icone oltre ad essere corpi possono nascondere altro. M’interessa che la sensibilità di chi guarda si abitui a considerare forme differenti da quelle ordinarie. Il messaggio è che non è importante l’aspetto ma la storia, il senso della narrazione, il sentimento…Tento di abbattere qualche paletto da questo punto di vista, o almeno ci provo.”

I tuoi personaggi sono spesso caratterizzati da una sproporzione tra la testa e il corpo. Quale valore affidi a questa particolare connotazione? Lo consideri un tuo marchio di fabbrica?

“Beh sì, anche se spesso mi paragonano a Botero, io lo considero come un mio simbolo per rappresentare corpi diversi dall’immaginario comune. Tutto è cominciato anni fa, quando mi commissionarono una storia didattica in cui dovevo realizzare un’illustrazione a partire da un personaggio storico che, nello specifico, era un papa. In quell’occasione decisi di giocare con le dimensioni e creare un corpo gigante con la testa piccola. La sfida era quella di riuscire a comunicare con il linguaggio del corpo anziché con l’espressione facciale. Le sproporzioni, poi, mi divertono e recentemente sto provando a fare anche il contrario, ovvero a disegnare teste gigantesche su corpi minuscoli. L’aspetto interessante è analizzare anche le reazioni dei più piccoli e ascoltare le loro spiegazioni. La più bella fu quella di un bambino che una volta mi disse: <<un corpo così grande deve avere un cuore enorme!>> E in effetti è proprio così…”

Ti sei mai cimentata nella ritrattistica? Qual è il valore aggiunto dell’illustrazione nella pratica figurativa?

“Come dicevo, ho cominciato da lì. Molti artisti, pur sviluppando uno stile personale, hanno alle spalle un passato iperrealista. Imitare quello che vedi, innanzitutto, allena la mano e l’occhio a cogliere i particolari. Sarà quella dimestichezza a permetterti poi di poter infrangere le regole e sperimentare qualcosa di tuo.”

Preferisci riprodurre umani o creature animate?

“Esseri umani, soprattutto. Il legame con le emozioni, sia mie che altrui, è più immediato. Ultimamente mi sto cimentando anche con creature immaginarie ma se dovessi esprimere una preferenza direi che sono strainnamorata degli esseri umani!”

Ci sono elementi ricorrenti che hanno acquisito per te un valore simbolico particolare?

“Sì, forse il vestiario. Mi piace evocare uno stile retro, che s’ispira alla moda anni ‘20. In genere, l’ambientazione che cerco di ricreare ha un fascino datato che sembra appartenere a tempi ormai dimenticati. Sono appassionata di fotografie d’epoca, infatti anche i colori che utilizzo virano tutti sui toni del marrone, proprio per richiamare quell’atmosfera vintage. Sia gli indumenti che le pettinature sono sempre “vecchiotte”. I miei personaggi indossano spesso bretelle e pantaloni bombati, tipici di quel contesto storico.”

Nuvole e foglie librano nella maggior parte delle tue vignette. Quale significato assumono rispetto all’uomo questi oggetti volanti? La natura è uno specchio di come ci si sente o una maestra di libertà?

“Le nuvole sono fondamentali per me. Sono la cosa che guardo di più quando mi metto alla ricerca di un’ispirazione. Le idee per i miei disegni spesso nascono al termine di lunghe passeggiate, in cui guardo il cielo e viaggio con la mente. Le nuvole mi trasmettono tranquillità ed è quel senso di pace che mi consente di comunicare. Quest’elemento di armonia è lo stesso che accompagna i miei personaggi, nonostante tutte le loro stranezze.”

È più facile veicolare un messaggio o rendere visiva una poesia?

“Potrei saperlo con certezza se avessi un confronto diretto con tutti quelli che guardano i miei disegni. Probabilmente avrebbero tutti una sensazione diversa perché la verità di fondo è che ognuno vede quello che vuole. Di sicuro rappresentare un’emozione astratta si presta di più a questa libertà d’interpretazione, perché un messaggio preciso rischierebbe di essere chiaro per me ma di rimanere nebuloso per gli altri.”

Che differenza c’è tra inventare e rivisitare?

“Secondo me nessuna. Inventando scopri che quello che crei è un miscuglio di ciò che conosci. C’è un legame profondo tra questi due aspetti, perché tutto dipende dal punto di vista nel quale ci si pone per osservare la realtà. Nessun’opera nasce dal nulla, ma piuttosto si concretizza rimescolando le carte di quello che vedi.”

Che ruolo riveste, nella tua dimensione artistica, il colore? Per quale ragione preferisci le tinte tenui a quelle vivaci?

“Nel mio percorso, all’inizio, il colore è stato un ostacolo. Creare una propria palette vuol dire unire un fattore formale all’intenzione che si vuole trasmettere. Bisogna stare attenti perché un colore può cambiare tutto nel risultato. Finalmente, ho travato la mia dimensione in una palette di toni pastello: è la colorazione migliore per rendere il senso di nostalgia, rispetto al quale tinte troppo accese invece stonerebbero.”

Che destinazione sogni per la tua produzione? Come immagini il tuo percorso artistico possa evolvere nel futuro?

“Sogno di rivolgermi ai bambini e per il momento già lo sto facendo, in piccolo. Quello della letteratura per l’infanzia è un mondo meraviglioso. I bambini ti stupiscono sempre con osservazioni e pensieri inaspettati. Sono una sorpresa continua!”

Cos’è per te il talento?

“Sin da quando sono piccola, quando ricevo dei complimenti rispondo sempre che chiunque può imparare a disegnare. Alla storia della dote innata non ci ho mai creduto più di tanto. Credo però che le persone possano essere educate all’osservazione e all’introspezione. È solo l’analisi dell’esterno, unita all’ascolto di quello che senti, che ti dà modo di partorire qualcosa di unicamente tuo!”

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Instagram: @federicacrispoillustratrice

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