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Surfin’ Trebisacce: L’animo peninsulare di Bartolini, sintonizzato sull’eco pop delle onde

In principio era il mare. C’è sempre un principio liquido nei pensieri che scorrono e trovano sbocco in qualcosa di reale. Bartolini è un cantautore zuppo di memorie, che scrive i suoi pezzi come una corsa in bicletta per ricongiungersi alla spiaggia. La sua storia comincia da Trebisacce, piccolo paese affacciato sullo Ionio in cui la buonanotte la danno sempre le onde e ogni mattino profuma di iodio e caffè.

Il rapporto con la musica s’intreccia visceralmente con le radici di un’infanzia trascorsa ad ascoltare i dischi di famiglia. È il papà a trasmettergli la passione per i Clash e quell’animo irrequieto da poeta maledetto, sempre lui che non gli insegna a guarire ma a cullare l’inquietudine tra le note.

Bartolini cresce tra i dialoghi con il poster di Kurt Cobain, suo amico immaginario per tutta l’adolescenza, e i ricordi riaccordati alla chitarra. Attraverso la musica redige un diario malinconico e sereno, com’è il mare quando lo si ascolta.

Penisola è l’album di esordio uscito lo scorso aprile, in cui ogni canzone è un’istantanea di vita, un’immagine bloccata sul foglio per incastrare l’atmosfera di una stanza, sia quella di casa, di Roma o di Machester. Ogni pezzo racchiude un frammento degli ultimi 20 anni e lo smuove rifrangendo riflessi diversi. C’è la timidezza, l’amore, la distanza, il futuro. C’è la Calabria, l’odio per il vento che porta cambiamento senza preavviso e la voglia di strimpellare le emozioni nel bene o nel male, come fanno le rockstar.

Bartolini pesca da dentro senzazioni sommerse, detriti e tesori che rigenera in qualcosa di spudorato e musicalmente contemporaneo. Un po’ come ricavare dall’alta marea un sacchetto di conchiglie che all’orecchio suonano l’eco del pop, e rispedire indietro le alghe con gli scarti del tempo.

Com’è nata la tua passione per la musica? Sei stato un attento ascoltatore prima ancora esprimerti con la tua voce?

“Nasce fin da piccolissimo. Ho avuto la fortuna di avere due figure fondamentali nella mia famiglia, mio papà e mio zio, che mi hanno introdotto ai dischi che più mi hanno formato, sia in vista del mio percorso artistico che, prima di tutto, come fan. Grazie a mio padre ho scoperto band come i Cure, i Clash, i Joy Division…Essendo cresciuto in quegli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80, aveva vissuto in pieno la nascita del punk, del post-punk e poi della new wave, così mi ha trasmesso tutta la passione per quel genere di musicalità. Mio zio, invece, era più legato a gruppi come Nirvana e Smashing Pumpkins, quindi da lui ho ripreso un lato più sentimentale e grunge, sulla direzione indie rock. In generale, sono sempre stato circondato da album storici e recensioni del Mucchio Selvaggio, e a dire il vero ho anche raccolto buona parte delle loro collezioni in eredità…

Insomma, ho avuto modo di ascoltare tanto già dalla tenera età e questo mi ha portato a volermi sentire presto poeta maledetto o rockstar. Non avevo ancora compiuto 14 anni che il mio mito era Ian Curtis e a 10 anni ho cominciato a strimpellare la chitarra, per seguire le orme di mio cugino. Ricordo che volevo imparare a tutti i costi a suonarla anche io, così mi chiudevo in stanza e ascoltavo a ripetizione gli Arctic Monkeys nel tentativo di riprodurre i loro brani. Incredibilmente sono riuscito, da autodidatta, a sviluppare una sorta di orecchio assoluto, per cui non è stato mai necessario prendere lezioni…Durante le scuole superiori avevo un po’ abbandonato, mi ero buttato giù e soprattutto allora non avrei mai pensato di poterne fare un lavoro, finchè a 18 anni ho acquistato una chitarra elettrica. Con il trasferimento a Roma per seguire l’università ho iniziato anche a cantare e a scrivere, finalmente in italiano. Quella è stata la vera svolta.”

Quali canzoni passava lo stereo in macchina, sulla strada per il mare? Ce l’hai una vera colonna sonora per la tua infanzia?

“Il ricordo che ho è legato a mio padre. Durante i nostri giri in macchina c’era un pezzo che sentivamo spessissimo: Spanish Bombs dei Clash. Tutto l’album London Calling in realtà, ma quella canzone in particolare. I Clash sono stati forse in assoluto il mio punto di riferimento maggiore; l’album infatti era mio ma lui me lo aveva praticamente rubato per ascoltarselo mentre guidava!”

Quali sono stati gli altri riferimenti che hanno nutrito la tua sensibilità (cinema, letteratura, arte)?

“La letteratura americana ha giocato un ruolo fondamentale. Salinger con “Il giovane Holden” è un cult, così come “On the road” di J.Kerouak; durante gli studi ho apprezzato molto anche Edgar Allan Poe. Tra gli italiani Leopardi e Gesualdo Bufalino, che ho approfondito più tardi per il mio progetto di tesi, e uno scrittore spagnolo che pure mi piace è Ramon De La Serna.

Per il cinema ovviamente ti dico Tarantino, perché credo che incarni uno stato mentale standard per la mia generazione. Da piccolo ho visto tanti film che non avrei potuto vedere per la mia età ma che mi hanno comunque segnato, tipo Trainspotting e Requiem for a Dream. Ci sono poi diverse pellicole legate alla musica con cui mi sono formato, ad esempio 24 Hour Party People, sulla Factory Records di Manchester, e Control, che invece racconta la vita di Ian Curtis.
Citerei anche Jim Carey, che per me è stato un maestro di vita.
Stavo in fissa con The Mask ma tutti i suoi film in generale mi facevano divertire e, in un certo senso, mi trasmettevano forza. Quando ero piccolo ero davvero timido, forse anche meno sveglio rispetto ai miei coetanei. Passavo le mie giornate in casa e le videocassette rappresentavano una fonte di evasione. Non so quante ne ho viste, ma The Mask (insieme a Titanic) le batte tutte!”

Hai mai avuto un idolo?

“Ho avuto tanti idoli, ma Kurt Cobain per un certo periodo è stato come il mio amico immaginario. In cameretta c’era questo poster enorme e io, nel pieno della perdizione adolescenziale, quando avevo un momento di crisi gli parlavo! Altri idoli provengono dal mondo dello sport, cioè dal basket e dal calcio: Dennis Rodman dei Bulls, Michael Jordan, Pippo Inzaghi, Kakà…”

Scrivere o Suonare: qual è il motore della tua ideazione musicale?

“Per la maggioranza delle mie canzoni, parto dalla chitarra e poi sulla musica costruisco il testo. Altre volte improvvisamente ricevo come il dono di una melodia e allora riempio la memoria del cellulare di note vocali per non farmela passare di mente. È un prurito…l’ispirazione non sai mai dove ti coglie ma quando arriva è come quando ti viene di grattarti il naso: non puoi farne a meno, devi assecondarla!”

Riascoltarti o Incidere: quando ti senti messo più a nudo?

“A riascoltarmi dal vivo, ma anche quando esce un album. È bello da un lato perché ti senti libero, come appena uscito dallo psicologo, ma dall’altro è pesante a livello emotivo, perché sai che gli altri ti vedono denudato. È un’arma a doppio taglio con cui sto imparando a convivere, essendo io riservato di natura.”

Cosa t’ispira della realtà che ti circonda? Quali sono le cose che ti piace osservare e su quali ti fermi a riflettere?

“Mi piacciono molto i colori, i vestiti, il mare…quello mi accompagnerà sempre. Sono attratto dagli elementi naturali: la luna, il sole, le cose semplici del quotidiano. Ma mi soffermo anche su quelle sensazioni tipiche della poesia classica come la paura o il pensiero della morte. Mi colpiscono le condizioni atmosferiche e i rapporti familiari, tutto sullo sfondo del mio luogo di nascita. Come in The Truman Show è una specie di luogo/non luogo, collegato al mondo e al tempo stesso isolato, in cui ritrovo tutto ciò che è umano.”

Definisci la tua personalità con un gelato, un oggetto, una spiaggia.

“Nocciola e pistacchio (lol), una bicicletta, ovviamente la spiaggia di Trebisacce.”

Quale ricordo associ alla composizione della tua prima canzone?

“Ricordo perfettamente le prime due, perché le ho scritte nello stesso giorno. Era il primo maggio del 2015 ed erano le prime canzoni che scrivevo in italiano: Roma e Cantine, un inedito che non so se uscirà mai…Associo quel momento all’atmosfera della mia stanza, che poi è lo stesso mood che cerco di ricreare ogni volta che decido di dedicarmi alla scrittura. “

Raccontaci la storia del tuo nome d’arte. Nella vita sono stati più i pacchi che hai atteso o quelli che hai spedito?

“Bartolini è semplicemente il mio cognome, ma di certo sono più i pacchi che sto ancora aspettando! Potrei spedirne di più anch’io eh, ma comunque non sarebbero mai quanti quelli che aspetto!”

Quale stato d’animo domina la tua dimensione musicale? Generalmente, attraverso i tuoi pezzi, descrivi quello che vivi o confidi quello che senti?

“Entrambe le cose. Descrivo sicuramente, ma più che altro racconto quello che ricordo. Non c’è quasi mai nulla di attuale nelle mie canzoni. Prevale più uno stato d’animo legato ad immagini del passato, da cui si scatena un miscuglio di sensazioni. Per me è davvero un lavoro di auto-analisi per riuscire ad estrapolare delle emozioni da momenti particolari che ho vissuto.”

Che rapporto hai con la memoria: è più romanticismo o nostalgia?

“Decisamente più nostalgia, ma sono anche molto romantico. Credo si senta dalle mie canzoni…A volte penso che forse sia normale guardarsi indietro, altre mi rode perché mi rendo conto di aver sottovalutato delle esperienze che stavo vivendo o, peggio, di aver enfatizzato il ricordo di altre relegate al passato. Una volta ripercorse certe scene è come se finalmente riuscissi a realizzare quello che è stato e a farci i conti. Spesso capita di percepire le cose in maniera esagerata e di perdere di vista la realtà. Per questo vivo la scrittura come una terapia, perché mi permette di arrivare a quella consapevolezza per cui mi dico: Ok, non era niente più di questo, andiamo avanti.”

Che spazio occupa il sentimentalismo nel tuo modo di essere? Hai mai dedicato una canzone alla persona con cui stavi insieme, o sono arrivate sempre dopo?

“Quando ho una relazione tendo a essere molto dentro la cosa, al punto di estraniarmi dal pianeta e anche dagli amici. È un atteggiamento che mi viene naturale quello di chiudermi ma è anche molto rischioso, perché instaurare un rapporto morboso quasi mai si rivela utile. Spero di essere cresciuto da questo punto di vista e di non ripetere più gli stessi errori.

Ah, le canzoni arrivano sempre dopo!

Se l’amore fosse una giostra del lunapark quale sarebbe?

“L’amore è il tagadà!”

Hai intitolato un tuo brano Penelope. La creatività è stato il modo per raccontare una tua Odissea personale? Ti è mai capitato di dover ricominciare da capo e vedere disfatti gli obiettivi che avevi raggiunto?

“Sì, anche se quella canzone ha un significato più astratto. Me l’ha ispirata l’Odissea di una persona a me vicina, che poi indirettamente è diventata anche mia. È stata un processo concatenato. Io ho dovuto ricominciare da capo tantissime volte, quasi ogni anno. Sono abituato a fare il punto della situazione e a chiudere capitoli importanti della mia vita, che sia professionale, familiare o universitaria. Durante l’Erasmus, per esempio, ho avvertito forte quel senso di precarietà. È stato un periodo pesante, fatto di solitude e costrizione. Abitavo in una casa in cui mi sentivo stretto e io invece sono iperattivo, ma soprattutto non avevo certezze sul futuro né persone a cui potermi appoggiare.

In generale, la mia esistenza è un’altalena continua di emozioni e situazioni portate al culmine e poi spazzate via da una conseguente rinascita, grazie sempre all’incontro inaspettato con la novità.”

La musica è un mezzo rapido e sensazionale: per usare una metafora, la definiresti una Ferrari o un’astronave?

“Per me è a volte una Ferrari, perché a livello fisico mi dà una botta clamorosa, ma mi piace di più l’idea dell’astronave. Quella sensazione di volare nel buio, nel caos più totale, e attraversare l’ignoto.”

Il tuo stile rientra a pieno titolo nel grande panorama dell’indie pop all’italiana. Consideri la musica indie un genere o una condizione di partenza? È una categoria in cui ti senti comodo o stretto?

“È sicuramente un genere ma negli anni ha assunto diverse sfumature e soprattutto sottogeneri. Come in tutte le cose, bisogna stare attenti a non fare di tutta l’erba un fascio…Per ciò che mi riguarda posso dire che l’etichetta non mi piace, che me la sento stretta perché a quel punto preferirei essere considerato solo pop, ma avere la possibilità di contaminare il mio stile con altre influenze.

L’Italia poi è un caso particolare perché la categoria indie viene associata più che altro a un’attitudine o a un certo tipo di linguaggio, a differenza di quanto avviene all’estero dove invece si riferisce a quelle band che si autoproducono, pur di far conoscere la loro musica.

Io con gli anni spero solo di sperimentare, mantenendo sempre una vena pop, ma senza precludermi niente. Mi piacerebbe fare più cose possibile, per mettermi alla prova ed evolvere come artista.”

Quali sono i colleghi tuoi coetanei che apprezzi, sulla scena contemporanea?

“Mi piace molto Jesse The Faccio, Franec Windy, Generic Animal e Side, nonostante appartenga alla trap”

C’è una collaborazione che ti piacerebbe realizzare o un palco che sogni fortemente di calcare?

“Una collaborazione italiana m’incuriosirebbe proprio con Side, per il gusto di scoprire come sarebbe unire due stili così distanti: la chitarra e l’hip hop. Mi piacerebbe lavorare anche con Franco 126 e con Colombre, ma un aspetto che m’interesserebbe ancora di più approfondire è scrivere per altri, quindi stringere collaborazioni in veste di autore.

Il palco che sogno di calcare è quello del Primavera Sound di Barcellona, ma è inarrivabile! In Italia, ho già avuto la fortuna di partecipare al Miami quindi direi Palalottomatica, perché ricordo che da piccolo quello era tipo l’emblema del megaconcerto!”

Quali sono i progetti a breve termine su cui stai lavorando?

“Non posso spoilerare più di tanto ma sto producendo il disco di un’amica. È una collaborazione di cui sono molto contento perché mi vede in un ruolo diverso, infatti sto dando il mio contributo sia come direttore artistico che a livello sonoro, nell’arrangiamento.

Poi…ho finito un gioco su cui lavoravo da un po’ di tempo ed è uscito sul mio sito (www.olinibart.com) il 4 maggio. Ci sono due mie tracce tra le colonne sonore di Summertime, su Netflix, ma soprattutto sono in stampa le copie fisiche del mio album, per un’edizione limitata che sarà reperibile dal 21 maggio.”

Cos’è per te il talento?

“Il talento è …un prurito, no, questa risposta me la gioco sempre per l’ispirazione! Un miracolo forse? Ma così invece suona troppo cristiano…

Allora, il talento è qualcosa di innato, impossibile da descrivere, che però ha bisogno di essere coltivato. Tutti ne abbiamo uno, sta solo a noi scoprire quale sia e questo fatto è bello ma anche amaro. Sapere che esiste un’anima che fluttua pronta a occuparci la vita e magari non hai l’opportunità di scoprirla, perché non sei abbastanza fortunato da avere i mezzi. Per me è un concetto molto strano, spirituale al limite del sovrannaturale.”

Ultima domanda: quanto ti manca il mare?

“Eh, una mancanza devastante. Il mare è tutto. Ammetto di avere un rapporto morboso con la sua presenza, mi piace davvero qualsiasi aspetto che mi offre. Il mare del mio paese è come se mi parlasse. Sempre calmo, così piatto…Mi manca la sua tranquillità, ascoltare l’acqua e addormentarmi con quel suono. Quando c’è vento poi impazzisco totalmente, è una caratteristica che ho ripreso da mio nonno l’odio per il vento…Non lo sopporto perchè mi scompiglia i capelli, mi sposta e mi dà un fastidio incredibile ma quando il mare si agita…beh quella è la metafora della mia vita. Si formano le onde ed è il giorno più bello per me perchè la spiaggia si svuota e io ritorno bambino. Allora mi lancio in acqua come un pazzo e il mio migliore amico che lo sa mi raggiunge. È il mio momento preferito in assoluto, divertente e intimo, in cui mi sento libero al 100%”.

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Etichetta: @carosellorecords
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