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Pezzi di ieri, Puzzle di me: Le memorie di Valeria Puzzovio, dagli album di famiglia alla rinascita nel collage.

Nel baule di ogni mansarda esiste una scatola che se la apri è un forziere. Nel cuore di ogni nostalgico esiste una chiave adagiata sullo sterno, per aprire la cassaforte della memoria e custodire i ricordi migliori, medicare quelli fragili e ammirare gli attimi di rara felicità, che a guardarli indietro brillano ancora come un diamante. Indimenticati e splendenti anche sotto un velo di polvere.

Nella mano di ogni creativo esiste il fermento di dare foma a una necessità, che nell’universo di Valeria Puzzovio è la tutela della familiarità. La gelosa protezione di attimi, sguardi e sapori seminati dal tempo, come briciole per delineare la strada di ritorno che, dal presente, ci riconduce alle atmosfere di casa.

La memoria è il pretesto per cui Valeria sviluppa la propria creatività in direzione del collage e del linguaggio per l’infanzia. Impugnando la matita si ricongiunge all’espressione tipica di quand’era bambina e sceglieva di comunicare le sue sensazioni attraverso il disegno, con quel tratto delicato e dolce che tanto si addiceva al suo carattere. Sogni e curiosità, allora, animavano il suo sguardo e riempivano il foglio come le foglie invadono i viali al primo vento d’autunno. L’immagine parlava al posto della bocca e, nel silenzio, ogni pensiero diventava una scena dai contorni snodati.

Se l’illustrazione è lo strumento con il quale Valeria sente pulsare sin dal principio la sua vena artistica, è il collage la vera conquista che amplifica l’intensità del suo racconto biografico. Attraverso la manipolazione di foto d’epoca, il passato riaffiora e assume fisionomie metafisiche. Il senno di poi sostanzia il concept di un progetto estetico dal forte valore simbolico, nel quale le mancanze lasciano spazio all’invenzione di un nuovo incontro.

All’interno di un patchwork fatto di vuoti e di volti, di mare e di mani, Valeria Puzzovio tesse la trama del proprio vissuto e ricuce gli strappi con fili color pastello. Ogni opera che viene alla luce è la rinascita di un’emozione sfuocata, che s’impreziosisce del bagliore rarefatto del vintage. Atomi di malinconia come tessere di un puzzle per ricomporsi pazientemente e trasformare l’esperienza in un patrimonio di interscambiabile unicità.

Com’è cominciato il tuo amore per l’illustrazione? Quando disegnare è diventato il tuo modo di dare forma a un’emozione?

“Ho cominciato nel 2012, grazie ad un corso di scrittura tenuto dal Prof. Livio Sossi, esperto di Letteratura per Infanzia. Mi ero iscritta per pura curiosità, così come ad altri workshop che avevo seguito, ma è stato in quell’occasione particolare che ho cominciato a prendere in considerazione il mondo dell’illustrazione più sul serio. Fino a quel momento nella vita facevo tutt’altro, anche se quella per il disegno era una passione che avevo avuto sempre. Sin da piccola era l’unico modo che conoscevo per rilassarmi e trasferire le mie emozioni, ma rappresentava uno sfogo che mi concedevo solo ogni tanto, non una vera aspirazione professionale.

 I primi passi verso la svolta creativa li ho fatti scoprendo, leggendo, osservando immagini di altri il più possibile, fino all’incontro illuminante con il Prof. Sossi. È stato allora che ho sentito davvero che quella strada mi apparteneva e così anche la mia formazione da assistente sociale ed educatrice mi è tornata utile. Creare illustrazioni per bambini sembrava una sintesi.”

Quali sono stati i tuoi primi soggetti? C’è un disegno che conservi, al quale sei particolarmente legata?

“Solitamente, tutt’ora, disegno soggetti umani, quindi persone. Ma il primo ricordo che conservo è stato un paesaggio. Il foglio bianco non mi ha mai spaventata: era solo uno spazio su cui proiettare i miei sogni e così lo riempivo con tutto ciò che in quel momento mi divertisse o mi desse emozione. Ho sempre usato quasi unicamente la matita, è lo strumento con cui mi sento più a mio agio…Quel paesaggio era il classico paesaggio infantile, con gli alberi, i fiori e un aeroplano. Uno stile che rispecchia molto il mondo degli album per bambino.”

Il tuo immaginario è profondamente legato al tema dell’infanzia: cosa vedono i bambini che i grandi non colgono? Cosa ti piaceva osservare da piccola, del mondo che avevi intorno?

“La memoria è un tema ricorrente, tutto il mio passato lo è. I bambini hanno la capacità di sognare, e infatti della mia infanzia ricordo i sogni, i pensieri e la curiosità che mostravo nei confronti della natura, avendo avuto la fortuna di crescere in campagna. Da adulti si diventa più cinici, per questo non è così semplice trovare il modo di comunicare con i bambini. Bisogna recuperare la stessa spensieratezza di un tempo ed è quello che cerco di fare io attraverso l’illustrazione. Rimettermi in contatto con la Valeria piccola e tornare a quella leggerezza.”

Quali influenze hanno alimentato la tua sensibilità artistica (arte, musica, cinema, letteratura)?

“Amo il cinema, di cui guardo sempre con attenzione l’aspetto estetico. Di recente poi ho cercato di approfondire le modalità artistiche che più m’interessavano, anche rispetto alla mia deviazione verso il collage. Ho letto molti libri di fotografia, che è un linguaggio che mi piace tantissimo, e ho cercato di ampliare la mia conoscenza dell’illustrazione contemporanea. Amo particolarmente Joanna Concejo, un’artista polacca che crea lavori spettacolari a matita. Ha uno stile nel quale mi sono identificata per l’evocazione della memoria in un’atmosfera quasi metafisica, sento che viaggiamo sulla stessa lunghezza d’onda. E nell’ambito del disegno digitale mi attrae Shout (Alessandro Gottardo): m’ispira quel genere di minimalismo fortemente concettuale, capace di dire tutto con pochissimi elementi.

Non avendo mai considerato il disegno come attività lavorativa ma solo come hobby sporadico, devo dire che solo adesso comprendo come canali diversi possano funzionare da spunto nel processo creativo. È importante guardarsi sempre attorno, essere aperti. Ho colto quest’opportunità anche per modificare in parte il mio carattere, di natura piuttosto chiuso e introverso.”

Cosa ti colpisce nella vita di tutti i giorni e cosa ti intenerisce?

“Una cosa che m’intenerisce è il mondo animale, da sempre, e lo stesso vale per i bambini. Mi sciolgono. Forse anche il fatto di aver cresciuto mia sorella, più piccola di me di 9 anni, mi ha abituato ad avere un approccio per certi versi materno. Quello che mi colpisce, invece, è l’ingiustizia, anche quando non mi riguarda in prima persona. Mi scaldo come non mai, è qualcosa che non posso accettare!”

Dove trai ispirazione per i tuoi progetti, solitamente? Dentro di te oppure intorno?

“Dentro di me. Penso che qualsiasi progetto debba rispecchiare chi lo realizza. L’onestà con se stessi è alla base della creatività. Conoscere certi argomenti o averli a cuore è fondamentale per poterli affrontare in maniera autentica, altrimenti sarebbe finzione. Tutto quello che faccio, a meno che non sia per esigenze professionali, parte da me.”

La tua dimensione espressiva sembra evocare spesso un passato avvolto da un alone di rimpianto: che rapporto hai con il tempo? La creatività ti permette di riavvolgerlo o di metabolizzarlo?

“Più che di rimpianto si tratta di malinconia, ma una malinconia vissuta in maniera positiva come legame di affettività con il passato. La creatività mi permette di ricordarlo meglio e lasciarmi andare, quindi di metabolizzarlo.

Devo dire poi che il mio rapporto con il tempo è migliorato proprio grazie all’arte, che da pochi anni a questa parte mi rappresenta a pieno. Prima mi sentivo costantemente con il fiato sul collo, con la sensazione di dovermi sbrigare a raggiungere determinati obiettivi, mentre il disegno mi ha insegnato a portare pazienza e a capire che per certi traguardi ci vuole tempo. Ora so che ogni cosa arriva al momento giusto!”

La memoria ha rappresentato uno snodo cruciale per la tua produzione, ma ti piace costruire anche delle storie immaginarie? A livello espressivo, che differenza c’è autobiografia e romanzo?

“Credo che nell’autobiografia emerga un’emozione in più, data proprio dall’autenticità del racconto. Traspare la familiarità dell’artista con il tema che tratta. Anche nel processo romanzato esiste un elemento emozionale ma è diverso, perché non c’è un legame diretto. Poi sta all’attenzione dello spettatore saper cogliere la differenza, ma quelli più sensibili la percepiscono.”

Riproduci uno stile puerile che magicamente risulta carico di significato. Qual è il segreto per rendere la semplicità un veicolo così fortemente emotivo?

“Non so quale sia il segreto ma mi fa piacere che l’emozione passi. Questo è un tasto particolarmente delicato per me, perché in passato ho incontrato persone che con le loro critiche distruttive hanno influito nel mio percorso, portandomi ad allontanarmi dal disegno e fare altro, anziché a considerare nuovi punti di vista. Il mio stile trasmette un certo tipo di sensazione, legata in parte alla magia della matita e dei pastelli che incontrano il foglio, ma è il contenuto che è davvero importante. In quello che faccio ci sono dentro io, c’è il mio vissuto: non mi interessa davvero la bellezza quanto piuttosto riuscire ad esternarlo. Molto più che la tecnica vorrei che trapelasse la mia storia.”

Qual è lo stato d’animo dominante che cerchi di trasmettere con le tue opere?

“La malinconia è uno stato d’animo naturale, che se per alcuni è inquietante per altri è addirittura un modo di sentirsi rasserenati. I miei lavori sono avvolti dalla malinconia e affrontano tutti la tematica delle relazioni umane. Le ho sempre analizzate, al punto di trasferirle nei miei disegni.”

Qual è il posto in cui ti rifugi a creare? Hai una scrivania di fiducia o la location è casuale?

“Ho una scrivania di fiducia, ovvio! Non disegno dove capita, non ci riuscirei.”

La tua recente sperimentazione con la grafica digitale nasce dal desiderio di contaminare il tuo universo con linguaggi nuovi o rappresenta la naturale evoluzione di un percorso?

“È una naturale evoluzione del mio percorso, perché ho trovato un canale che in questo momento mi fa sentire più libera di esprimermi a pieno. Approcciarsi a tecniche diverse è un processo lento e graduale. Personalmente sperimentare con il collage è stato il beneficio che ho tratto da quelle critiche che qualche tempo fa mi mandarono in crisi. Avevo lasciato perdere la matita per un periodo, ma poi ho scoperto un altro linguaggio con cui continuare a creare. Ho capito allora che la contaminazione è un’occasione per trovare modi diversi di divertirsi e sentirsi stimolati a fare arte, pur rimanendo fedeli a se stessi.”

Per comporre i tuoi collage utilizzi il patrimonio fotografico di famiglia o attingi da materiale appartenuto ad estranei?

“Sono perlopiù fotografie di famiglia, prese dal patrimonio di mia nonna. Proprio per lei, in dicembre ho stampato un libro autoprodotto, dal titolo Atomi. Ci tenevo a realizzare un progetto cartaceo che raccogliesse le foto di famiglia, per mettere su carta le nostre memorie.

Sono anche una collezionatrice di fotografie antiche, però. Molti album e riviste d’epoca li compro nei mercatini, ma con la maggior parte del materiale che uso nei collage c’è un legame affettivo reale. Rappresenta un valore aggiunto, per me, la possibilità di dare nuova vita a persone che ho conosciuto e che mi hanno insegnato qualcosa. È una specie di omaggio nei loro confronti, per non disperdere quelle lezioni che mi hanno dato con la loro esperienza. “

Cosa ti permette di rimettere assieme il collage, che la storia ha diviso?

“Cerco di cucire delle storie, mettendo insieme immagini che mi evocano qualcosa. Molto è guidato dall’empatia, per il resto mi lascio suggestionare dall’impatto estetico. È come ricomporre i tasselli di un puzzle. Ogni foto che scelgo non è solo bella, ma racchiude un significato o è capace di suscitarmi un pensiero. Unendole le faccio parlare ma non sono io ad inventare la storia, lascio che siano loro a suggerirmela.”

Esistono elementi ricorrenti che ti piace utilizzare? Che cosa simboleggiano?

“Ho notato che, all’inizio, un elemento fisso nei miei disegni era la casa. Ne mettevo sempre una da qualche parte nel foglio. Mentre nel collage uso spesso le mani: rappresentano il desiderio di raggiungere i sogni che a volte sono inarrivabili, ma spesso hanno solo bisogno di più perseveranza per essere realizzati. In generale sono un dettaglio a cui presto molta attenzione, anche nella vita di tutti i giorni, così come il cielo. Ricorre frequentemente questo concetto di aldilà, di sguardo che mira oltre. Si tratta di simboli sempre molto poetici.”

La palette cromatica che emerge dalla tua galleria è tenue e poco nitida. Come si sposa il colore con la tua poetica vintage?

“Non amo inserirne moltissimo. Non sono così aperta da quel punto di vista, tendo più che altro a dosarli. Un sentimento malinconico, d’altronde, non s’intona con un arcobaleno! È tutto correlato. Emozioni, memorie, legami si riflettono meglio in altre atmosfere.”

Se la famiglia fosse una tavolozza, quale colore non dovrebbe mai mancare?

“Non dovrebbe mancare mai il giallo. La luce, la luminosità, ovvero trasmettere una dimensione chiara di come ci si debba comportare per percorrere la strada giusta, insieme.”

Ti senti più incline al romanticismo o alla nostalgia?

“Nostalgia.”

Definisci la tua personalità creativa con un odore, un gusto, un oggetto della casa.

“L’odore della terra quando è autunno e il terreno è umido, coperto di foglie secche. Mi riporta al viale della mia infanzia sul quale andavo a raccogliere i pinoli. Un gusto, direi cioccolato fondente, un po’ amaro. Un oggetto di casa… i peluches. Sì, i miei peluches.”

Se dovessi immaginate un destinatario ideale per le tue opere sarebbe un adulto o un bambino? Credi che cambi la percezione?

“Ho iniziato a farmi conoscere tra le bancarelle e mi è sempre piaciuto confrontare le reazioni di chi si fermava a guardare i miei lavori. A volte venivano letti significati a cui io nemmeno avevo mai pensato ma in linea di massima ho sempre accettato ogni interpretazione, perché la libertà è in assoluto il modo migliore con cui mi aspetto che il mio disegno venga percepito.

Se però dovessi immaginare un destinatario ideale non avrebbe importanza tanto l’età, ma penserei prima di tutto alle persone della mia vita. Vorrei che fossero loro più di chiunque altro a ricevere il senso di quello che faccio, come una dedica per l’impronta che hanno lasciato.”

A quale destinazione aspiri per la tua produzione (galleria, pubblicazione editoriale, progetto multimediale)?

“Prediligo l’oggetto libro come prodotto di raccolta dei miei lavori. “Atomi” per ora è reperibile solo in Puglia ma mi piacerebbe portarlo a Milano, e presto sarà possibile acquistarlo anche sulla piattaforma di shop online Big Cartel, insieme ad altre mie opere. Posso dire che finalmente  mi sentirei pronta anche a bussare alla porta di qualche editore, per continuare a sviluppare progetti su base cartacea.

La dimensione artistica della galleria resta comunque un canale a cui mi sento legata. Ho già esposto in passato e non mi dispiacerebbe farlo ancora.”

Cos’è per te il talento?

“Il talento per me è la capacità di comunicare. Riuscire ad esprimere emozione, che sia la propria oppure no. È questo.”

CONTATTI
Instagram: @valeria_puzzovio

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Categoria:Cannella
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