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Pell-icole: Anatomia di anime e corpi tra i dettagli spogli di Chiara Lombardi.

È la pelle la linea di confine che ci distingue dal paesaggio nel quale esistiamo. È lei l’involucro dell’anima, la buccia che riveste il nocciolo della nostra sensibilità. Nudi siamo liberi e vulnerabili, due sinonimi difficili da far aderire nella festa in maschera della quotidianità.

Chiara Lombardi è una fotografa attenta ai dettagli e la sua missione più urgente è preservare l’habitat naturale dell’identità umana. Le sue prime diapositive risalgono all’infanzia, quando consuma rullini usa e getta per catturare immagini mosse, inquadrate ad altezza di bambino. La verità pura e semplice, sin da allora, è l’obiettivo che anima il suo impulso di esprimersi. L’obiettivo focale della macchinetta, stretta tra le mani, e propensa a cogliere nell’altro un seme per la creatività.

La svolta decisiva arriva con lo scatto “Tell me your secrets”, diapositiva intima e coraggiosa, che le insinua il desiderio di abbattere la frontiera della nudità e concepire un percorso artistico votato alla sintesi di una sensazione: comunicare ascoltandosi.

Il minimalismo che ottiene con le sue costruzioni in cui protagonista assoluta è la fisicità senza volto è una scelta di stile, ma ancor più una ricerca di non trattenere altro che l’essenza. Scorci di riflessione in deshabillè e posture scompose sono il paradossale presupposto di un’estetica, empaticamente, naturalistica.

Se la pelle è la nostra divisa personale, l’abito universale in cui nasciamo avvolti, la fotografia è la lente con cui Chiara rivolge lo sguardo oltre l’apparenza, attraversando i soggetti come una radiografia emozionale.

Svestiti del superfluo e lasciati in compagnia del loro pudore, Chiara realizza una collezione di nudi integrali, spersonalizzati nel nascondiglio del vedo-non vedo. In posa con la sua storia e la sua anatomia, ogni corpo si esibisce anonimo e sgraziato nella sua forma naturale, contribuendo al progetto di ritrarre un paesaggio frammentato degli abitanti del mondo.

Un panorama cutaneo da percorrere in silenzio, scalando morbidezze e asperità.

Com’è cominciata la tua passione per la fotografia e quando è diventato il tuo mezzo espressivo privilegiato?

“Mi sono domandata più volte da dove provenisse questa mia propensione, e la risposta che mi sono data è stata che la macchinetta fotografica era l’unico mezzo che ho trovato disponibile in casa. Mio padre la usava spesso e io stessa appartengo alla generazione di quelli che andavano a comprare le macchinette usa e getta prima di partire per la gita. In realtà ricordo che utilizzavo quelle perché le macchine fotografiche di mio padre puntualmente le riportavo distrutte, e lui ancora oggi non me lo perdona! Poi è arrivato l’avvento del cellulare ma personalmente ho sempre cercato di mantenere intatto il valore della foto, preferendo alla fotocamera la compattina del negozio di elettronica sotto casa . Io e mia sorella mettevamo insieme i risparmi per poter scendere ad acquistarle…”

Su cosa direzionavi l’obiettivo, al principio? C’è una foto speciale che ha rappresentato un punto di svolta nella tua storia da fotografa?

“La prima volta che scattai delle fotografie avevo all’incirca 5-6 anni e ci trovavamo in vacanza a Positano. Comprammo una macchinetta usa e getta in edicola e il risultato fu una carrellata di fotografie classiche della città e della famiglia, prese ad altezza di bambino e anche un po’ mosse. Le conservo ancora in un album a Salerno, è un ricordo che porto nel cuore.

Inizialmente, quando ancora non avevo ancora un intento preciso, immortalavo perlopiù i familiari, gli amici e a volte me stessa. La svolta è avvenuta dopo il primo anno di Accademia, il giorno in cui, in preda ad un raptus creativo, decisi di coinvolgere mia sorella per un’idea che mi era venuta voglia di realizzare. Le chiesi di spogliarsi e scattammo “Tell me your secrets”, una foto che ci ritrae entrambe, sedute ad un tavolo, con il volto nascosto da un vaso di fiori. Ancora non so cosa stessi cercando di indagare con quell’immagine che ci ritraeva nude, sedute una di fronte all’altra, ma fu in quel momento che sentii la fotografia come una parte di me, un mezzo espressivo dal quale non riuscivo a separarmi. La postai banalmente su Facebook e rimasi sorpresa dalle risposte positive, iniziavo davvero a comprendere che qualcosa mi si stava smuovendo non solo dentro ma anche intorno, perché le persone erano in grado di vedere oltre la mia nudità.

Il titolo e il significato di quella foto sono arrivati dopo, proprio quando ho capito che attraverso quel linguaggio stavo parlando di me stessa, e a me stessa. Da lì è partita la ricerca che mi ha permesso poi di incanalarmi in questo mondo.”

Cosa t’ispira nella vita di tutti i giorni? Quali sono le immagini che ti commuovono e quali invece ti stupiscono?

“Quello che m’ispira sono gli esseri umani. Ho sempre avuto un forte bisogno di confrontarmi, di condividere, di ascoltare. Le cosa che più mi commuove è la natura che ho intorno, dalla luce del sole al pensiero del mare. In generale mi emozionano gli spazi aperti, sia vuoti che pieni.
Anche lo stupore è un sentimento legato alla natura, così incredibilmente forte, e alle persone, impossibili da contenere. Credo che si somiglino, in questo senso, perciò mi sorprendono entrambe.”

Quali riferimenti artistici hanno nutrito la tua sensibilità (musica, cinema, letteratura)?

“Probabilmente agli inizi molto mi hanno influenzato la letteratura e la poesia. Avendo frequentato il liceo classico ero improntata a un certo tipo di approccio al testo e all’immaginazione stimolata dalla scrittura. La musica mi aiuta molto e il cinema anche, ma la maggiore fonte d’ispirazione restano le storie, i racconti, le vite degli altri. Non c’è un patrimonio preesistente o un maestro in particolare che mi influenza, mi guardo intorno continuamente e tutto ciò che la realtà intorno mi dà, io prendo!”

Il tuo approccio alla fotografia tende maggiormente ad esprimere uno stato d’animo o a rendere visibile un pensiero?

“Credo di essere più emotiva, nel modo più analitico possibile. Da ogni storia cerco di trarre delle immagini che non siano tangibili ma che rendano il sentimento che quella storia racchiude. Ho affrontato recentemente un progetto sugli stigma e anche in quell’esperienza ho avuto modo di comprendere come il percorso creativo parta innanzitutto dalla conoscenza, per poter estrapolare poi dal racconto un certo tipo di fotografia. Non essendo una reportagista ho bisogno di concepire, all’interno dei miei scatti, idee simboliche che sintetizzino un messaggio al massimo e siano magari in grado di farlo arrivare in maniera quanto più precisa. Non mi aspetto di essere totalmente didascalica, quello che m’interessa è stimolare un pensiero aperto, a partire da un input reale.”

Come si è evoluta la tua estetica fotografica, nel corso degli anni?

“Mi sono avvicinata parecchio al minimalismo. Ora sintetizzo ed elimino il superfluo. Ogni dettaglio deve avere un valore altrimenti tendo a eliminarlo. Per questo ricorrono gli ambienti asettici, una certa simmetria, la pulizia anche nella scelta degli indumenti e dei colori sempre a tinta piena. L’evoluzione mi ha portata a togliere sempre di più per raggiungere la capacità di trasmettere dei messaggi, senza fronzoli.”

Descrivi la tua dimensione fotografica con una fragranza, un’ora del giorno e un sottofondo musicale.

“Risponderò in maniera becera e ultra-realistica: sento poco gli odori e non ascolto mai musica durante i servizi, sono talmente immersa in un mondo a parte, solo mio, che fuori potrebbe succedere il finimondo e nemmeno me ne accorgerei. Per l’orario del giorno direi…finchè c’è luce, anche se io preferirò sempre l’ombra!”

Cos’è per te l’armonia?

“L’armonia è un equilibrio incostante (perché se fosse costante annoierebbe) tra una dimensione personalizzata e una impersonale, in cui chiunque possa immedesimarsi.”

Qual è la chiave per trasformare la delicatezza in un tratto di stile?

“Ascoltare tanto, per me, viene prima della fotografia stessa. È importante instaurare un rapporto umano amichevole e paritario con le persone che hai davanti, a quel punto il resto avviene naturalmente. Per protendere alla delicatezza bisogna non essere prevenuti e abbattere i muri che ci separano l’uno dall’altro. Io stessa non mi nascondo più dietro la macchina fotografica ma ho imparato a renderla un’estensione dei miei occhi, che mi consenta di relazionarmi con i soggetti mentre li sto osservando. Ora mi affaccio e comunico quali scatti stiamo per fare, qual è il senso delle mie idee. Non è un mezzo distanziante, anzi è come accarezzare l’altro. Ecco, io credo che la fotografia, se condivisa così, diventa una forma di contatto consenziente, per certi versi davvero magica.”

Nella tua fotografia non si realizza quasi mai una frontalità diretta con i soggetti. A cosa è dovuta questa scelta di non mirare lo sguardo?

“La scelta di non inserire i volti nelle mie foto è dovuta a uno scopo, che è quello di permettere al fruitore di sentirsi parte dello scatto, come se si venisse a creare una sorta di gioco per cui è più semplice immedesimarsi nel protagonista. In realtà, mi è venuto spontaneo, forse anche a causa della mia timidezza che viene fuori… Vuoi o non vuoi, nei miei scatti c’è sempre qualcosa di me che traspare, anche se proiettato su altri. Questo desiderio inconscio di coprire il viso finora l’ho sempre associato in parte al mio modo di essere, in parte alla possibilità di immaginarsi al posto del soggetto più facilmente, ma è un aspetto su cui mi sto ancora interrogando.”

La tua poetica del dettaglio cattura sospiri e frammenti d’intimità. Quello della naturalezza è un presupposto reale sui tuoi set o è il risultato di una direzione creativa precisa?

“Reale sì, ma libero non direi! Quando scatto divento autoritaria – sempre con molta discrezione e gentilezza, certo – ma cerco di costruire alla perfezione un’immagine che ho in testa e che mi consenta di rappresentare al meglio un mio ideale di naturalezza. Di norma nessuno si è mai sentito obbligato a fare nulla che non volesse, anzi devo dire che sul set si viene a creare quasi sempre un buon equilibrio, aiutato molto anche dal dialogo e dal mio modo di rendere i soggetti partecipi di quello che stiamo facendo. Nulla, però, è lasciato al caso, neanche il singolo capello. Pur lavorando in digitale ho mantenuto un approccio per così dire analogico alla fotografia, ragion per cui preferisco fare pochi scatti, ma avere la scena sotto controllo.”

Cosa muta, dalla prospettiva di un fotografo, tra un servizio solista e uno di coppia?

“Quando ho più persone da dirigere mi diverto di più, e avere più corpi a disposizione stimola anche diversamente la mia creatività. Si creano dinamiche tra persone che magari fino a quel momento non si conoscevano neanche e diventa interessante a quel punto creare situazioni inventate, in cui ognuno interpreta un personaggio. C’è anche molta dolcezza negli approcci tra sconosciuti che condividono uno scatto, perché le relazioni di fiducia vengono improvvisate ma per questo risultano più emozionanti. Mi è capitato di chiedere a degli estranei di entrare in contatto e toccarsi ogni volta che gli davo un segnale. Il fatto che a fine giornata mi abbiano addirittura ringraziata per quell’esperienza è il risultato che m’inorgoglisce in assoluto, più di tutto il resto.”

Il contatto e la solitudine sono due temi ricorrenti nel tuo portfolio. Qual è la tua ricerca per rendere complementari due aspetti così collaterali?

“È una ricerca, più che fotografica, personale. Ho sempre cercato di imparare a stare sola, ma quando ci sono riuscita mi sono resa conto che a quel punto avrei dovuto fare uno sforzo inverso, per imparare a stare anche con gli altri. C’è stato un momento della mia vita in cui tentavo di capire me stessa attraverso la dimensione di coppia e la fotografia, essendo il mio mezzo di espressione principale, mi ha accompagnata in quel percorso di auto-analisi.

Se c’è una modalità creativa preponderante nella mia fotografia è proprio estrapolare dagli altri quello che io sento già nelle mie viscere. Se mi addobbassi di etichette per trasmettere qualcosa di diverso non sarei io ma… un albero di Natale!”

Cosa ti seduce della dimensione umana, più di quella paesaggistica o metropolitana?

“La pelle!”

Le pose dei tuoi modelli sono spesso innaturali, ma trasmettono un forte senso di fragilità e introspezione. Quale significato associ alla postura, nell’ideazione dei tuoi scatti?

“Una cosa che dico sempre ai miei modelli è: se stai scomodo allora è perfetto! Voglio che si percepisca la tensione, quel tanto che basta di dolore. Ovviamente non voglio male ai miei soggetti ma, assumendo certe pose, incredibilmente l’immagine lascia un senso di naturalezza. È inspiegabile, ma è così!”

Preferisci immortalare uomini o donne?

“Non faccio alcuna differenza. Nel contesto fotografico quello che m’interessa è il corpo, l’anatomia umana. Nel mondo della fotografia poi, non si sa perché, esistono perlopiù soggetti femminili, di uomini se ne vedono sempre meno. Personalmente, per i miei lavori, cerco di coinvolgere persone comuni o amici, raramente mi rivolgo a professionisti. Non mi preoccupo del genere, ma solo di relazionarmi con fisicità diverse.”

La tua attenzione sembra non essere mai focalizzata sulla ricerca della perfezione. Che cosa ti affascina del corpo umano, osservato nella sua normalità?

“Mi rendo conto di avere un’attenzione particolare al dettaglio, colto nella sua naturalezza: mi riferisco al brufolo, alla cicatrice, al pelo…Tutto nasce però da una propensione più ampia a guardare dentro, prima che fuori. Io, per prima, ho dovuto imparare ad accettarmi, quindi in qualche modo trasmetto questa conquista personale attraverso l’obiettivo.

Ricercare ad ogni costo l’ideale di una perfezione da rivista patinata è un risultato che per un certo periodo ho cercato anche io, dopodichè mi sono convinta che è una forzatura che rischia solo di insinuare delle insicurezze su problematiche che a volte nemmeno esistono. È come deturpare l’autenticità dell’altro anziché valorizzare la sua essenza più vera.”

Quale senso, subito dopo la vista, vorresti venisse associato alla tua fotografia?

“Il tatto.”

La palette cromatica dominante, nella tua galleria, è quella epidermica: quali sensazioni leghi a questa sorta di ritrattistica a fior di pelle?

“Le prime volte che ho chiesto ai miei modelli di spogliarsi sentivo il desiderio di depersonalizzarli, così come vale per i volti coperti. Anche per l’abbigliamento ho sempre preferito mantenerlo neutrale, perché altrimenti potrebbe rappresentare un tratto distintivo troppo forte, capace di attirare l’attenzione più della pulizia del contesto. L’impatto che voglio dare con le mie fotografie è proprio l’assoluta impersonalità dei soggetti.

La pelle, in questo senso, è una sintesi del corpo nudo, che parla di sé più di quanto non farebbe un vestito o un primo piano. La pelle è un tessuto universale, ci rende tutti più simili in quanto esseri umani. La mia ricerca minimale mira a raggiungere un equilibrio tra ciò che è particolare e ciò che rimane indifferenziato. È l’armonia di cui parlavamo prima, che bilancia la personalità con una dimensione più impersonale.”

Quale ruolo riveste la luce nella tua fotografia? Che rapporto hai con la post-produzione?

La luce è fondamentale: senza non riuscirei a fare nulla, neanche a vivere. Figuriamoci fotografare…
In generale, amo mantenere le ombre per creare le immagini, perchè mi dà modo di ricreare una luce piatta tipica delle raffigurazioni bidimensionali. Dico sempre, infatti, che se avessi saputo dipingere probabilmente non avrei fotografato. Mi piace molto evocare un certo immaginario pittorico.

Quanto alla post-produzione la detesto ma quando non la utilizzo ho come l’impressione che allo scatto manchi qualcosa. Questo perché aggiustare le ombre e le luci spesso è necessario per uscire dal filtro preimpostato della macchinetta e conferire all’immagine un carattere più preciso. In qualche caso mi è servito anche ad ottenere toni di colore più freddi, come li cercavo in quel momento, ma sostanzialmente non l’ho mai usata per alterare le forme. Anzi credo che modificare le forme sia un atto di violenza nei confronti della verità, per com’è al suo stato naturale.”

 Il nudo è un modo per mettere in mostra la vulnerabilità o il coraggio di lasciarsi andare, liberi? Quali emozioni e quale messaggio associ al concetto di nudità?

“Entrambe le cose. Forse all’inizio la mia ricerca era rivolta perlopiù ad esprimere la vulnerabilità, quella era la tematica preponderante. Poi però c’è stata un’evoluzione per cui sono riuscita a trasformare quella stessa assenza di difese in un’espressione di carattere. Se sai mostrare le tue debolezze senza paura sei estremamente forte!
La fragilità ci rende più coraggiosi, ne sono convinta, e la mia fotografia è un mix tra questi due aspetti che non si possono scindere. “

Come vivi il limite della censura (se lo subisci)?

“Malissimo! Sono fermamente convinta che sia un limite davvero grande non solo per l’arte ma per l’essere umano.  È un discorso molto serio, perché esiste in ambiti culturalmente differenziati, ogni volta che qualcuno decide di imporre una limitazione alla libertà individuale. È un argomento che mi sta molto a cuore, è il mio tallone d’Achille.”

Quali sono, ad oggi, gli argomenti che ti piace elaborare fotograficamente, attraverso una loro raffigurazione visiva?

“Dunque, quest’emergenza del Corona Virus mi ha colta in un periodo in cui stavo ultimando la tesi, per cui a dire il vero non avevo in progetto di lavorare su qualche idea in particolare. In questo mese di isolamento, però, ho avuto modo di pensare molto e da lì ho cominciato a immaginare come si potesse rappresentare la quotidianità domestica, seppur in maniera costruita. Ho riflettuto sulle relazioni a distanza, non per forza amorose ma di qualsiasi genere, e all’improvviso mi è venuto questo lampo creativo di un racconto sulla connessione digitale, che è il mezzo con il quale ci teniamo uniti in questo momento. Ovviamente ho voluto svilupparlo in una forma visiva, così mi sono attrezzata con un ragazzo che conoscevo e abbiamo collegato diversi dispositivi per improvvisare un servizio a distanza. Nelle foto ci sono due innamorati che si abbracciano attraverso un televisore, ma la cosa incredibile è stata l’illusione di scattare nella stessa stanza, quando invece eravamo in tre, collegati da case diverse e perdipiù da due regioni differenti. Io vedevo loro ma loro non vedevano me né si vedevano tra loro. È stata un’esperienza non solo nuova, ma anche simpatica!”

A cosa ti piacerebbe destinare i tuoi progetti futuri (esposizioni in galleria, pubblicazione editoriale, canali social)?

“Mi piacerebbe spostarmi dallo schermo alla carta. Ho già pensato all’eventualità di una pubblicazione auto-prodotta e infatti il prossimo step sarà proprio quello di cercare un editore, per uscire con un libro fotografico mio che ho già pronto. Anche le mostre sono un’occasione che, in linea di massima, apprezzo. Mi è già capitato di prenderne parte, ma vorrei farlo meglio ed uscire pienamente soddisfatta.”

Cos’è per te il talento?

“È una scintilla che ti nasce dentro. Non si tratta di ispirazione, è qualcosa che tutti abbiamo ma per alcuni si accende e può venire fuori in modi e maniere differenti. Forse il vero talento è scovare quale sia il proprio talento. Capire quello che ci piace e proseguire su quella strada. E l’ardore che ci anima verso qualcosa e il rischio è di lasciarlo svanire, a furia di rimandare o per mancanza di coraggio.

Un po’ come mia madre con la scrittura…e questo lo scriviamo così magari è la volta buona che mi dà retta!”

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Instagram: @xchiaralombardix

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Categoria:Uncategorized
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