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Carezze a portata di mano: Il linguaggio della gestualità sussurrato dai poster di Autoritratto.

C’è una complicità magica tra Bologna e L., ideatrice del progetto di poster art battezzato con il nome di “Autoritratto”. Un fluido che passa attraverso le linee della mano e genera elettricità come nei fili dell’alta tensione.

È l’energia del contatto ideale, della propensione all’altro evocata in assenza di voce, dell’impronta marcata sul muro che è un lascito d’identità ma anche un invito a trovare inatteso conforto, in una carezza improvvisa.

Autoritratto nasce come un’iniziativa per congiungere tracce di orme palmari sulla scia di un’urgenza comune, quella del ritorno alla gestualità. Nell’era della comunicazione virtuale, la vicinanza torna a rappresentare un bene di lusso, un valore concreto nel bazar delle digitazioni volanti. E così la strada si offre di incentivare un impulso ad esprimersi in maniera primitiva, per mezzo di un ritratto rupestre che ci descrive nel contorno della mano.

Ospitando stencil di mani in giro, sul muro affiora il desiderio di interagire con un’umanità universale. Il palmo teso incarna il simbolo di un credito di fiducia, un manifesto di empatia per sintonizzarsi con l’altro oltre la carnalità ma fedeli al gesto.

Autoritratto raccoglie un inventario di storie suggerite da uno scatto e affidate alla libera interpretazione di ogni passante che scelga di sostare nell’incontro. Avvicinarsi, scrivere, stracciare via la carta sono reazioni motivate da uno stimolo ad affrontare la diversità come un richiamo o uno spettro. Risposte differenti ad un servizio pubblico di storytelling fotografico.

L., con la sua collezione di impronte, consegna alla strada la missione di diffondere un sesto senso, e cioè la volontà di comprendere il non detto. La diffusione dei suoi poster per l’Italia dimostra che lo sguardo, a volte, ha solo bisogno di essere educato a rivolgere attenzione laddove il messaggio di unione è muto, ma non per questo meno convincente.

L’alfabeto per capirsi non ha altra cifra che la sensibilità.
Verba volant, Gesta manent.

Quand’è cominciata la tua passione per la fotografia? Cercavi un mezzo per esprimerti o per catturare delle immagini dal contesto?

“In realtà non parlerei tanto di passione per la fotografia quanto di necessità espressiva, a prescindere dal mezzo. Nella vita ho coltivato diversi linguaggi per comunicare, a cominciare dalla pittura, e la fotografia è stato solo uno tra i mezzi che ho utilizzato nel tempo. Autoritratto nasce da un’esigenza di trasferire un contenuto con immediatezza. Sembrerà brutto da dire ma non avevo pazienza… Avevo bisogno di vedere fisicamente la mia idea, subito messa sul muro. Più che naturale è stato un processo dettato da una motivazione forte che era la velocità, e finora ancora mi rappresenta in pieno.”

Cosa ti ha sempre colpito, guardandoti intorno?

“Dipende da dove mi trovo. In giro per strada mi sono resa conto di notare le piante, osservare in alto o in basso. Difficilmente guardo le persone e quando succede lo faccio troppo, per esempio sui mezzi pubblici! Mi affascinano molto le scritte, credo sia una caratteristica comune alla mia generazione. Siamo circondati da muri pieni di scritte, alcune belle altre meno, ma è normale per noi farci caso. In una casa, invece, probabilmente noterei i libri oppure le tazze…”

Quali sono state le influenze che hanno alimentato la tua sensibilità artistica (letteratura, cinema, musica, arte)?

“Gli esseri umani, tutti!”

Il tuo stile contamina diversi generi: street photography, grafica digitale, graffiti art. Ma come definiresti tu l’intento creativo che genera i tuoi lavori, senza ricorrere ad etichette già pronte?

La questione è che non ci faccio caso! Io penso alla trasmissione del messaggio ed è quella l’unica cosa di cui mi preoccupo. Avrei potuto usare qualsiasi altro mezzo in questa missione, purchè mi aiutasse a far sì che Autoritratto prendesse vita.

Ma veniamo al dunque: in cosa consiste materialmente Autoritratto?

“Autoritratto è un progetto di poster art. Nella pratica io fotografo, stampo, assemblo e poi attacco in strada dei poster, in modo che siano visibili a tutti quindi condivisi. L’idea, nata nell’estate del 2018, s’interroga sulle potenzialità della poster art e sulla linea di confine che la differenzia dalla street art, pur essendo due manifestazioni artictiche molto simili. Il mondo della strada, d’altronde, è ricco di talmente tante sfumature che diventa difficile dare un nome alle cose. Il senso del mio progetto era quello di comporre un catalogo di mani e farlo diventare un bene comune, che chiunque potesse soffermarsi a guardare.

Le mani che appaiono sui poster appartengono a volontari che si sono offerti di farsi fotografare o a persone a cui ho espressamente chiesto io di poterlo fare, ma ci sono state anche persone che di loro iniziativa mi hanno inviato degli scatti. Il mezzo di comunicazione principale sono i social o il passaparola, e poi ci sono i poster e le reazioni di chi li guarda. Ricevo davvero tanti messaggi con mille interpretazioni incredibili a cui, a volte, io stessa non avrei mai pensato. Tutto questo coinvolgimento per me è emozionante!”

Com’è nata l’iniziativa di rendere la mano protagonista di un progetto a tema?

“Sono sempre stata affascinata dalle mani come parte del corpo. Al principio non erano le assolute protagoniste nel mio immaginario creativo ma sono sempre state presenti, sin dai miei disegni. La direzione è diventata più chiara quando ho scoperto, tramite delle ricerche, che i primitivi ritraevano se stessi tracciando il contorno della loro impronta palmare. Mi stavo preparando per un esame di Psicologia dell’arte e approfondii quell’aspetto in particolar modo. Diciamo che aspettavo una scintilla e quello spunto lo è stato. Era l’estate del 2018 e già in autunno cominciai ad attaccare le prime foto in strada.”

Autoritratto è il nome che hai scelto per raccogliere un inventario di mani senza volto. Che relazione c’è tra identità e orma?

“È una bella relazione. Il gesto è un biglietto da visita più potente addirittura delle parole. È il linguaggio del corpo con cui una persona, attraverso il movimento, accompagna quello che dice. Trovo che sia più potente non solo delle parole ma anche degli occhi. Modigliani diceva che gli occhi sono lo specchio dell’anima ed aveva assolutamente ragione, ma anche i gesti hanno la loro importanza.”

Prendere o Donare – La mano incarna un mezzo di scambio o di espressione?

“Entrambe le cose, perché in fondo anche lo scambio è espressione. A meno che non si tratti di un puro scambio materialistico, rappresenta un modo di esternare le proprie idee, di mettere a confronto le diverse opinioni. Lo scambio può servire come forma di espressione e l’espressione può essere condivisa tramite lo scambio.”

Sfiorarsi o Disperdere – Quanto romanticismo c’è nell’interazione tra mani?

“Ce n’è veramente tanto. Sia sfiorandosi che disperdendosi il gesto assume una forza profonda, anche se personalmente trovo che ancora maggiore sia la forza del gesto inespresso. Gesto inespresso non inteso come rimorso, ma come manifestazione muta.”

Movimento e Contatto – L’uso delle mani può veicolare sia diffidenza che tenerezza. Quale aspetto emotivo t’interessa di più: l’autodifesa o il desiderio?

“Diciamo che la mano che tende riflette più quello che sono ma sicuramente può avere anche la funzione di allontanare da sé o evitare quello che ci potrebbe ferire. Nel mio caso non prendo le distanze, anzi…come si evince dalle tante ricerche che ruotano intorno al mio progetto sono molto connessa con quello che faccio. In generale, sono due aspetti che convivono dentro ognuno, vale per me come per qualsiasi altra persona. Di mio, però, preferisco tenere una mano tesa alle nuove esperienze, questo è certo.”

Può fare una carezza più rumore di uno schiaffo?

“Dipende da che cosa si prova. Una carezza può essere più forte, fare meno rumore ma rimanere più a lungo. Uno schiaffo si spera sempre di scordarselo il prima possibile, mentre la delicatezza di una carezza può essere indimenticabile.”

Qual è il valore aggiunto del segnale muto rispetto all’esposizione verbale? Dove si annida più facilmente l’equivoco?

“Di per sé Autoritratto nasce come progetto muto, unito poi a frasi che sono frutto di collaborazioni o pensieri scritti da me. Tra i miei obiettivi c’era quello della libera interpretazione, affidata alla sensibilità di chi guarda. Non esisterà mai una mano che accompagna una scritta ma piuttosto il contrario, proprio per lasciare che ognuno associ il proprio significato a una determinata foto. L’equivoco nasce nel momento in cui a guardare sono occhi che non sono pronti o che hanno interessi diversi e allora si forzano di voler capire qualcosa che non gli appartiene. È un peccato perché questo rischia di rendere brutto il progetto e di esporlo a reazioni negative, come avviene nel caso di chi arriva al punto di strappare le foto. Forse a volte l’occhio ha solo bisogno di abituarsi, ma per questo c’è bisogno di tempo…”

Quello dei segni è un codice universale, eppur soggettivo. Quanto conta l’intuito nella comprensione dell’altro, quando si fa a meno del linguaggio?

“L’intuito conta molto ma non bisogna lasciarsi prendere dall’interpretazione e cogliere significati in assenza di basi concrete. Fidarsi di sé va bene, ma non affidarsi troppo alle proprie sensazioni, perchè in fondo bisogna lasciare che sia l’altro a dirci davvero chi è.”

Quanto è stretto il vincolo tra contatto e conoscenza?

“Ci si conosce fin quando si ha la possibilità di esprimersi, anche rimanendo a distanza. Toccarsi è inevitabile solo in alcuni casi, per i non vedenti ad esempio, quando il tatto diventa il senso protagonista. Ma la gestualità come potere espressivo può arrivare anche stando lontani, quando la comunicazione avviene senza che siano necessari nè il contatto nè la parola.”

L’impronta è un simbolo di unicità individuale. Quanta storia scorre tra le linee della mano?

“Tutta quella che si può immaginare! Non ci sono altre spiegazioni, è tutto lì. Come nelle rughe sulla pelle, solo che quelle sono date dal tempo, invece le linee della mano sono lì da sempre, per sempre.”

Che rapporto hai con le tue mani?

“Di grande fiducia. Ho fatto delle mie mani le protagoniste di molti poster, quindi oltre a dirigere il retroscena sono state anche incluse in Autoritattp. D’altronde, la stessa macchina fotografica, che per me è il mezzo di comunicazione principale, senza le mie mani non avrebbe acquisito il senso che invece ha, in questa missione di veicolare un concetto che mi sta così tanto a cuore.”

Anelli o Smalto: quale accessorio ti colpisce di più?

“Entrambi, assolutamente! Non potrei fare a meno né dei miei tantissimi anelli né dello smalto.”

Di chi sono, nella tua mente, le prime mani a cui pensi come immagine per antonomasia?

“Sono affezionata a molte mani che ho visto dipinte o scolpite, insieme ovviamente a tutte le mani della mia famiglia. C’è una mano, in particolare, che ho fotografato agli inizi della mia esperienza ed era di una ragazza che incontrai in uno studio di tatuaggi. Era una mano tatuata sul palmo e mi è rimasta nel cuore perché ricordo che esprimeva tanto. In generale, riconoscerei tutte le mani che ho scattato. Sarei capace di ricollegare ogni foto alla persona che le ha messe a disposizione.”

L’estetica gestuale ha una sua connotazione tipica, a seconda del contesto culturale in cui si utilizza. Quali sono le caratteristiche della mimica italiana?

“L’Italia è una realtà in cui il gesto è sempre esagerato, c’è la voglia di gesticolare per ogni frase anche se poi questo non determina il contenuto effettivo di quello che si sta dicendo. A me piace tanto la gestualità, specialmente meridionale. Al sud non c’è una persona che non accompagni i propri discorsi con delle movenze particolari, è una caratteristica che ci riconoscono in tutto il mondo.”

Che potere comunicativo conserva la gestualità, in un’era dominata dal brusio incessante dell’interazione virtuale?

“Un potere comunicativo che andrebbe preservato perché rischia di scomparire. Siamo sempre attaccati ai cellulari, ai tablet, alle chat e questa è diventata ormai una condizione normale, in cui la delicatezza del gesto è stata gradualmente messa da parte. È un peccato, perché si stanno perdendo dei valori che non potranno mai essere espressi altrimenti. Ci si abbraccia di meno, non ci si accarezza più, c’è una maggiore diffidenza nei confronti degli altri (con le dovute eccezioni, è chiaro!), perché è molto più facile instaurare relazioni online anziché avvicinarsi su una panchina. Questa timidezza è legata sicuramente alla società in cui viviamo ma dovremmo sforzarci – anche se suona paradossale per un gesto che dovrebbe nascere spontaneo – per tutelare questa preziosità. Dobbiamo essere bravi a salvaguardarla.”

Qual è il messaggio che cerchi di trasmettere con il tuo progetto e come ti piacerebbe svilupparlo ulteriormente?

“Il messaggio è la vicinanza. Spero tanto che le persone possano sentirsi più vicine agli altri e anche a se stesse. Andare oltre alle incomprensioni e avvicinarsi fisicamente ai poster, che stando in strada diventano un bene di tutti. È bello vedere soprattutto in che modo si possa interagire con le diverse mani: c’è chi si avvicina per osservare i dettagli, chi si fotografa nell’atto di unire la mano ritratta alla sua, chi addirittura prova a strappare quello che vede o perché non lo apprezza o per portarsene via un po’.  Quello che più mi emoziona è che a qualcuno possa fare piacere sentirsi circondato e così, in qualche modo, meno solo.

La mia ricerca va avanti e sulla base di quello che succede procederà anche il progetto. Per ora mi basta che Autoritratto esista. È tutto in divenire.”

C’è una meta ideale che ti piacerebbe raggiungere con Autoritratto, nella quale affiggere uno un poster dei tuoi?

“Più che un posto in particolare, mi piacerebbe appenderne uno gigante!”

Qual è il sesto senso?

“Capirsi. La volontà di capirsi, più che altro.”

Che cos’è, per te,  il talento?

“Non stancarsi mai della curiosità.”

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Instagram: @_autoritratto

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