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Oro Grezzo. Il miraggio Nava, come un dj set nel deserto.

Immaginate un’altalena avvolta dalla sabbia iridescente e un falò circondato dai bonghi che battono implacabili. Il sound di Nava teletrasporta proprio lì, nel corso di un rituale mistico in cui il ritmo è incessante e abbandonarvisi un culto all’irriverenza.

Morbidezza e ruvidità sono gli attributi di una dimensione che fa dell’estetica non solo un vezzo d’immagine ma la scenografia ideale di un trip vertiginoso e seducente. Il senso assoluto è la sensorialità e il mezzo di locomozione un pensiero guidato dalla musica.

Il progetto della band nasce nel 2015 davanti a una macchinetta del caffè, tra le aule del CPM, e presto si trasforma nell’incontro fatale di quattro anime fluide dentro un un unico estuario denso di elettronica e determinazione pura. Nava, Francesco, Marco ed Elia fondono i loro talenti in un crogiolo di sperimentazione ed estraggono un timbro, che è ipnotico ed energico, come un dj set ai confini del mondo. Oro grezzo che scorre, traccia dopo traccia.

Beat, Flow, Groove sono solo parole che, attraverso l’amalgama del gruppo, acquisiscono viscere e suono. Il debutto con Body, nel 2019, è l’ingresso sinuoso con cui Nava s’introduce sulla scena musicale, cullata dall’eco di un’influenza persiana stilisticamente rinnovata. Il ritorno con Hold, l’anno seguente, non è che la conferma di un percorso di ricerca orientato oltre ogni etichetta, verso quel punto di convergenza in cui l’ispirazione diventa sinergia magnetica e l’illuminazione fiamma viva.

L’8 maggio, con Sarabe, la bussola di Nava tende l’ago all’atmofera esotica del deserto, rivivendo acusticamente l’immaginario di un viaggio tra le dune, alla volta del tramonto. Un nuovo album che evolve ma non tradisce lo spirito libero di quattro musicisti eclettici, immersi dentro un unico corso. Una strada abbagliata dal miraggio di un ballo scatenato, nell’oasi della disinibizione creativa. Dal caffè all’oro grezzo, andata senza ritorno.

In che modo è cominciata la vostra avventura nel mondo della musica? Come vi siete conosciti e quando avete deciso di investire sull’unione del vostro talento?

F. Ci siamo conosciuti all’Accademia della Musica, quasi casualmente. È nato tutto davanti a una macchinetta del caffè, quando Nava mi chiese di arrangiarle dei pezzi…

N. In quell’occasione si trattava di una cover, ma qualche tempo dopo ci siamo risentiti perché c’erano dei pezzi miei, un po’ folli e decisamente più dark, che volevo fargli ascoltare.

F. Dopo che li ho sentiti ho capito subito che si poteva intraprendere un progetto comune e delineare insieme una strada personale, per unire i diversi timbri sonori. É stato così che di lì a poco si sono aggiunti, oltre a me (produzione) e Nava (voce), anche Marco ed Elia, i due batteristi, e la formazione è giunta al completo.

Quali sono le influenze che hanno nutrito il vostro immaginario creativo (musica, cinema, letteratura)?

N. Ognuno ha un suo mondo. Io sono innamorata delle beauty queen, sullo stile di Lana del Ray, ma apprezzo molto anche l’arte contemporanea, in particolare Chagall…

F. Questo passaggio dal romanticismo a un panorama iper dark è una contaminazione che ci accomuna tutti, credo. Io, ad esempio, sono stato un appassionato di dark wave ma ho seguito anche tutta quella corrente di musica sperimentale tipo Aphex Twin. Inoltre sono affascinato dalla biogenetica, dal tema della materia organica esplorata in profondità, ma poi tutto si tramuta in musica. Forse inizialmente eravamo più trasgressivi, ora invece il focus è diventata la commistione dei nostri interessi. La band è diventata il vero nucleo produttivo, in cui i riferimenti  individuali si fondono per definire un’espressione di gruppo.

N. Abbiamo acquisito un carattere più forte, una direzione più personale, che funziona proprio grazie al mix di noi quattro insieme.

Quali sono stati i vostri idoli da adolescenti e com’è cambiato, secondo voi, il valore attribuito alla musica negli ultimi dieci anni?

F. Parlo per me e per mio fratello Marco. Noi siamo cresciuti in un ambiente totalmente beatlesiano. Nostro padre è un devoto dei Beatles al limite del nauseabondo! Provenendo da quella culla siamo rimasti appassionati a quel tipo di suono e di scrittura, è un linguaggio che ti porti dentro per sempre.

Poi si è spalancata l’era del 2000, con il movimento tedesco che ha contribuito alla rinascita dell’elettronica, ma già prima si era aperta la scena bristoliana del Trip Hop con i Massive Attack. Un gruppo fondamentale per me…

N. Io sono persiana ma i miei nonni vivono in America. Sono cresciuta nel pieno del pop, tra Backstreet Boys, Spice Girls, Britney Spears e Christina Aguilera. POP POP POP! Non so nemmeno io da dove sia uscito il mio lato elettronico, ancora me lo chiedo.

F. In fondo anche noi non siamo poi così incompatibili con il pop. Quel movimento fluido del suono ci appartiene, forse non sarà intellegibile per tutti ma c’è. Cerchiamo di mantenere un’estetica interessante, ma senza snobbare i canoni della musica più fruibile.

N. Mischiare le influenze ci aiuta a non toccare mai tangenti estreme.

F. Esatto, ci aiuta a non relegarci nell’intellighenzia degli alternativi, ma a sfruttare al massimo i nostri impulsi.

Lavorare in gruppo vuol dire mescolare di continuo un crogiolo di idee, ma richiede anche decisioni e confronto: qual è il segreto per mantenere la rotta e convergere prospettive diverse verso un’orizzonte comune?

N. La verità è che ormai siamo una famiglia, non solo un gruppo di amici. Quindi si condivide tutto: ci si confronta, si litiga, ci si prende bene. Quello che ho notato io è che con il tempo abbiamo imparato a parlare prima di arrivare allo sclero! Comunichiamo di più proprio per evitare che la situazione degeneri.

F. . Mi vengono in mente diversi episodi di confronto in cui siamo arrivati alla lite e ci siamo tolti la parola per un paio di giorni…Però siamo diventati bravi a capire quali sono gli obiettivi e a cooperare per raggiungerli, il che significa mettere i nostri quattro caratteri in un barattolino e chiuderci in una stanza per sfruttare i vantaggi che ognuno di noi può portare al progetto. Siamo una famiglia, ma anche un’impresa, quindi è importante instaurare delle dinamiche di ruolo e assumerci ognuno un grado crescente di responsabilità. Credo che sia questo l’ingrediente fondamentale per raggiungere degli obiettivi. Parlo di un equilibrio sia creativo che manageriale per riuscire ad andare avanti.

Viviamo nell’epoca dei progetti solisti, poche band riescono a capire come organizzarsi per farsi strada….La nostra politica interna è stata sin da subito quella di scegliere l’immagine di Nava come volto del gruppo, perché è l’unica figura femminile e perché ci piaceva essere rappresentati da lei come estetica e come nome. Lavoriamo uniti, su questo indirizzo.

Il vostro sound è carismatico e energico. Un ballo solitario o un viaggio: se doveste descrivere la vostra dimensione sonora quale metafora usereste?

“Il primo EP era più un ballo solista, mentre il secondo fa pensare proprio a un viaggio con la mente. Siamo sempre noi ma sotto due filtri diversi. A livello sonoro, nel primo c’era un timbro grezzo, quasi aggressivo; l’impressione che dava era quella di partecipare ad un rituale spiritico! In quest’ultimo disco, invece, quella del viaggio è la metafora perfetta. Il suono evoca l’immagine della strada deserta al tramonto e di un tragitto in macchina, con la testa persa altrove. C’è stata una modifica netta, anche a livello visuale, tra l’azzurro glaciale dei primi pezzi ai toni caldi di un ritmo più sinuoso.

Il bello del live è proprio questo passaggio di mood tra i brani, unito al dj set. Non c’è nulla di monotono, anche perché la componente di ballabilità per noi è estremamente importante. Ci piace il groove! Ci sentiamo affini a quel genere di suggestione acustica che, in qualche modo, ti culla dentro un’atmosfera ovattata e ti trascina in un immaginario ambientale che scorre…C’è qualcosa di poetico in tutto questo.”

Cos’è il flow e cos’è il beat?

N. Il flow siamo io e Fra, il beat sono i nostri batteristi. Siamo anime precisamente complementari!

F. Concordo. Si potrebbe anche dire che il beat è quella cosa che ti fa muovere, mentre il flow è la spina dorsale di una traccia. Sono imprescindibili l’uno dall’altra, perché concorrono insieme alla scioltezza di un pezzo. La sintesi finale è racchiusa nel concetto di groove. Personalmente mi ricorda qualcosa di simile all’andatura dei ballerini di tip tap, che si muovono a tempo di musica ma su un ritmo scandito delle loro scarpe…

Esiste un concept dietro il vostro progetto musicale o la ricerca del suono è già un concept sufficiente per chiudersi in sala prove?

“Eh, qui è un po’ come chiedere se è nato prima l’uovo o la gallina…La verità è che non ci siamo mai posti questa domanda. Sin dalle prime demo la linea musicale è sempre cambiata ma è stata un’evoluzione che è avvenuta in maniera assolutamente naturale. Il suono non è un concept, ma il concept è attingere dall’esperienza pregressa di ognuno e rimescolare tutto nell’atto compositivo. Sono le singole suggestioni che, nel momento in cui emergono, delineano il corso della ricerca. Noi ci limitiamo ad assecondarle e metterle in connessione tra loro.”

Qual è il vostro genere di appartenenza? In che modo si può abitare comodamente in un genere senza sentirsi tarpate le ali della sperimentazione?

“Non sappiamo mai come rispondere. C’è così tanta roba in mezzo che non è facile avvicinarla ad una cosa sola e dire: <<ok, noi siamo questo>>. Forse è anche un’arma a doppio taglio…Definirsi può essere utile delle volte, ma da un punto di vista creativo non ci siamo mai posti la questione di quale genere siamo. Nella nostra predisposizione ai pezzi non esistono barriere di etichetta che tengano.”

Lo stile, in musica, rispecchia una tendenza o un’indole?

“È l’indole. Nel nostro caso completamente indole! Qualche tempo fa riascoltavamo i nostri album insieme e ci siamo resi conto, con una certa soddisfazione, di non aver mai seguito nessuna tendenza, anzi di essercene disinteressati del tutto. Non vogliamo essere trendsetter, vogliamo fare semplicemente quello che ci viene. È un approccio più onesto – crediamo – dettato solo dalla reale ispirazione di un momento, e nient’altro.”

Se la musica fosse un superpotere sarebbe ipnosi o teletrasporto?

“Teletrasporto…ma anche ipnosi! Prima ti ipnotizza e poi trasporta con la testa da un’altra parte.”

Nel vostro album si avverte la contaminazione tra sonorità tipicamente elettroniche con un’eco esotica. Si può dire che il vostro caso il carattere dell’originalità sia strettamente legato alle vostre radici multietniche?

N. Devo dire che io ero all’oscuro di questo mio lato persiano, è venuto fuori nella composizione dei pezzi senza che io ne fossi davvero cosciente. Non avendo mai ascoltato musica iraniana all’inizio mi sembrava assurdo che mi appartenesse quel tipo di influenza musicale ma evidentemente ce l’avevo nel sangue. Solo di recente, ho recuperato tutti i dischi e i libri dei miei nonni e questa ricerca del mio subconscio mi sta aiutando ad indagare il misto che è in me. Pensavo ci fosse solo Britney Spears, invece scavando ho trovato tanto altro!

Chiudendo gli occhi che ambientazione vi viene in mente per il vostro indirizzo musicale? Esiste una componente visuale nella progettazione di un brano?

N. Il prossimo singolo lo abbiamo intitolato Sarabe, che in arabo vuol dire “miraggio”. L’immagine che avevo in mente era quella del deserto californiano, vicino Palm Springs, che attraverso ogni volta che vado a trovare i miei nonni. Passare tra quella sabbia così bianca, in contrasto con il cielo blu, mi ha riportato col pensiero al deserto che sta in Iran e non ho mai visitato. Il deserto, in generale, è un tema che ricorre spesso nel nostro immaginario, infatti ricordi legati a quest’ambientazione ce li ha anche Fra…

F. Sì, anni fa visitai il deserto di Giuda, in Israele, e ricordo quella distesa rocciosa come una visione fighissima e tristissima nello stesso tempo. Il video di Sarabe avrà a che fare con questo scenario dell’orizzonte irraggiungibile davanti e la vista che si perde tutt’intorno.

Come interpreta Nava il tema della sensualità?

N. È una componente legata anche all’immagine che portiamo sul palco, alla scelta dell’outfit…I nostri pezzi sono tutti o arrabbiati-sensuali o felici-sensuali, ma la sensualità c’è sempre!

F. Mi piace sempre mantenere una certa nota irriverente, mai frigida, nell’ambito della composizione. I brani vengono concepiti con un atteggiamento di pancia, poco cervellotico… In questo senso la musica è molto simile al sesso: ti metti a nudo per dare sfogo a un desiderio. C’è un coinvolgimento fisico, quasi carnale, con quello che ti dà modo di esprimerti.

L’ispirazione musicale è un lampo o un percorso?

N. Un lampo! La melodia viene in un attimo e se non mi sbrigo a registrarla con il telefono è persa per sempre. Devo bloccarla prima che svanisca!

F. Per me entrambe le cose. Mi capita ogni tanto di sentirmi bloccato, ma poi arriva un’idea all’improvviso che mi rimette in moto. A quel punto, però, comincia tutto un percorso di ricerca per sviluppare quell’input sotto forma di espressione consapevole. Prima c’è il lampo creativo, ma poi tocca elaborarlo con una buona dose di tecnica e impegno. Solo applicando l’artigianato all’idea si raggiungono risultati di qualità.

Quali sono i colleghi che stimate in particolar modo, nel panorama della musica contemporanea?

N. C’è Catnapp, con cui abbiamo condiviso l’esperienza del Moninga Festival e ricordo che spaccava! Poi i Tropea, che fanno sempre dei live spaziali, e anche i Queer Macete sono una bomba!”

Progetti futuri e sogni nel cassetto?

“L’8 maggio esce Sarabe, traccia e video. Per il resto molti eventi sono saltati e il tour è spostato a data da destinarsi. Un sogno nel cassetto…”

N. Per me suonare al Coachella, in assoluto. Solo quando arriverà quel momento potrò dire: Ok, ce l’ho fatta!

F. Io sono un tantino fanatico dei Massive Attack, quindi una collaborazione con loro sarebbe abbastanza il massimo per me.

Che cos’è, per voi, il talento?

N. A me viene in mente subito il carisma, e ognuno può mostrarlo in modo diverso: attraverso la musica, l’immagine, la personalità… Non importa come ma è quella cosa che quando ti cattura non ti fa staccare lo sguardo da ciò che stai vedendo.

F. Per me è questione di carattere, e di metterlo in atto. Ha a che fare sia con il bagaglio di conoscenze che abbiamo raccolto e che ci guida nelle scelte, sia con la volontà di assumersi un margine di rischio. Lo intendo proprio come quel tratto identificativo, frutto delle esperienze di vita passate e determinante per il nostro gusto.

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Categoria:Creativity, Curry
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