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Poesia a domicilio: L’estetica limpida e confidenziale di Sandra Lazzarini.

“Addomesticare” significa rendere consueto un incontro occasionale e trasformare, in tal modo, l’evento in un rito. Ma addomesticare la bellezza ha tutto un altro senso… Ha il sapore agrodolce di una mela al primo morso, il candore grezzo dell’infanzia trascorsa in cortile, l’odore del bucato, il suono della chiave che fruga nella serratura e lì trova il suo nido. Vuol dire imparare ad apprezzare la scenografia casalinga come una galleria d’arte povera e aggirarsi tra le proprie mura alla scoperta di un batticuore, in quello scrigno privato di confidenze e memoria.

Sandra Lazzarini ha uno sguardo fedele, capace di non scrostare via lo smalto dell’entusiasmo dalle cose di tutti i giorni. La sua fotografia è un rebus apparentemente illogico che salta la corda del tempo e dispone nella stessa cornice oggetti indimenticati, creando quadri dalla leggiadria perfettamente accordata. L’originalità della sua delicatezza è capace di rendere un minimalismo raffinato qualcosa di divertente e l’improvvisazione una forma di assoluta poesia.

Il suo viaggio ai confini della meraviglia si svolge tra le pareti domestiche, museo di nature morte impolverate dall’abitudine. Nel suo equipaggiamento creativo ricorrono, come firme d’autore, pezzi di biancheria e guanti da cucina, e la visuale che ne deriva, di riflesso, appare proprio così: intima e palpabile. Mentre per strada le automobili s’inseguono nel traffico, sul terrazzo di Sandra le idee, come lenzuola stese, si agitano al vento dell’ispirazione e poi si adagiano al sole, in posa per uno scatto.

Composizioni estemporanee prendono vita come ensemble graziosi tipici di un’estrosità ludica, e talvolta simbolici di una femminilità per antonomasia. La gentilezza invade ogni immagine, come ad evocare il ricordo di una memoria collettiva a cui non potrebbe rimanere immune neanche l’osservatore più distratto. Impermeabile all’indecenza e intrisa di libertà, Sandra gioca con gli oggetti dando libero sfogo al suo più irreprensibile desiderio di esprimere quello che sente. Ogni significato in codice le appartiene nel profondo come un patto di sangue con la propria fantasia, rivendicato in quel laboratorio magnifico che è l’astrazione.

La Sandra professa il culto di un’arte devoluta al benessere, e ci riesce in pieno deliziandosi della complicità della luce e di una spudorata sintonia con il proprio subconscio. Nei suoi autoritratti, così essenziali eppur magrittiani, s’intravedono gli scorci di un’evasione con sè stessi alla ricerca di quell’angolo di euforia in cui il diritto al gioco è un presupposto d’identità. Basta saper ascoltare i segreti di familiarità bisbigliati dallo spazio abitato e innaffiare le idee come gerani sul balcone. È allora che l’aquilone dell’ingegno libra leggero dal cuore oltre il comignolo e la creatività diventa poesia a domicilio.

Com’è cominciata la tua passione per la fotografia? Qual è stato il momento decisivo il cui la macchinetta fotografia è diventata la tua migliore amica?

“Premesso che mi diletto con la fotografia da diversi anni, all’incirca dal 2000 quindi ormai un ventennio, la vera svolta è arrivata di recente. Era il 2014 e venivo da un periodo di profonda crisi esistenziale, così decisi di recarmi a New York per un workshop sulla street photography. Sebbene fosse uno stile che non mi è mai appartenuto, era un modo per mettermi alla prova e per cambiare aria…È stato lì che ho riscoperto la mia vocazione e ho ripreso il file rouge del nascondimento che aveva sempre caratterizzato la mia ricerca creativa. Quello stesso concetto provai a trasporlo sulla strada, tra gente sconosciuta a cui chiedevo di posare per me.
Poco prima di mettermi in viaggio ero lì lì per appendere la macchina fotografica al chiodo, ma  quell’esperienza mi ha illuminata! Mi sono riaffezionata a quello che la fotografia rappresenta per me.”

Sembri spesso evocare un immaginario popolare, fatto di condomini e panni stesi: Quali sono le fotografie che ricordi di aver scattato con gli occhi, da bambina, a cui sei più legata?

“Credo che, inconsciamente, questo aspetto popolare, quasi vintage, mi faccia tornare in mente il ricordo meraviglioso che ho di quand’ero bambina e facevo visita ai miei nonni. Casa loro si trovava proprio in uno di questi condomini popolari, con i muri scrostati, e c’era un grande albero da frutto dietro il quale noi bambini giocavamo a nasconderci.

Quel tipo di atmosfera è un tema che ripropongo nelle mie fotografie, come una memoria sommersa.”

Dove nascono le idee per i tuoi progetti? Le trovi per caso o c’è un processo introspettivo che le accompagna fino all’obiettivo?

“Generalmente non lavoro per progetti ma mantengo, tra una foto e l’altra, un collegamento continuo con la mia estetica. Procedo a sentimento, guidata dall’ispirazione del momento. Non c’è una regola fissa, l’idea nasce da un oggetto casuale che mi colpisce o dalla voglia improvvisa di mettermi a cercare nei cassetti qualcosa in particolare. A volte sono dettagli, magari anche brutti, a stimolare la costruzione di un’immagine, come ad esempio la biancheria stesa dei vicini. Quando viaggio, poi, una grande fonte d’ispirazione sono i luoghi che incontro e allora mi capita di catturarli con il kit fotografico che porto sempre con me. Allestisco la scena e scatto! Ogni foto è dettata da un input estemporaneo, non c’è mai un’elaborazione antecedente.”

Cosa ti piace osservare nella vita di tutti i giorni? Ammirare e contemplare sono sinonimi o sfumature distinte dello sguardo?

“Mi piace osservare un po’ tutto quello che mi circonda nel mio quotidiano vivere. Ci sono oggetti che abbiamo comunemente in casa che possiedono un fascino incredibile, eppure restano visti e mai guardati, anche se hanno un loro spessore. A volte mi chiedo quante nature morte abbiamo nelle nostre abitazioni e non notiamo, per mancanza di attenzione. Penso a una mela sul tavolo o a un fiore lasciato a morire in un vaso. La vita domestica è un’ambientazione che non mi stancherei mai di guardare, ma mi piace molto anche la natura, specialmente in primavera.

Ammirare e contemplare sono due cose distinte: l’ammirazione è rivolta a qualcosa che sta fermo lì, mentre la contemplazione pone di fronte ad un oggetto con maggiore interesse, al punto di ricavarne uno spunto per la fantasia.”

La tua vena creativa pulsa quotidianamente o ti capitano periodi di stand-by, in cui l’ispirazione si dà latitante?

“La seconda, purtroppo. Capita e ammetto di starci anche molto male. Magari sento l’esigenza fisica di creare, di ideare, di realizzare un pensiero e invece proprio non riesco a dargli forma. Allora vado in fermento, ma più cerco la chiave creativa più non la trovo. A quel punto capisco che la mancanza, delle volte, va assecondata perché solo non aspettandosi nulla l’ispirazione arriva, improvvisamente.”

C’è un rituale, di solito, con cui svolgi i tuoi shooting? Scatti in solitaria o hai degli assistenti di set?

“Scatto pressochè in solitaria, perché una buona parte dei miei lavori sono autoritratti. Cerco la situazione ideale, salgo su in terrazzo condominiale e allestisco la scena, con i miei oggetti prescelti. Il rituale è assicurarmi che non ci sia affacciato in finestra per sentirmi totalmente libera di dare sfogo alla creatività. Quando, invece, fotografo qualcun altro la regola è: patti chiari e amicizia lunga, si fa come dico io! Chi si presta ai miei deliri fotografici deve farsi guidare dalle mie iniziative e lasciarsi andare. Dopo il terrorismo iniziale devo dire che si condividono momenti divertenti e spesso si passa la si tramuta in amicizia.”

Quali influenze hanno alimentato la tua sensibilità artistica (arte, musica, cinema)?

“Sicuramente, innanzitutto la mia formazione universitaria. Sono laureata in conservazione dei beni culturali, quindi l’arte mi ha influenzato molto più di qualsiasi altra cosa. Non amo etichettarmi ma il mio stile fotografico è stato associato più volte all’ immaginario magrittiano, e in effetti sia il surrealismo che la metafisica sento che mi appartengono. Sono riferimenti che fanno parte di un retaggio culturale particolarmente vicino alla mia estetica.”

La tua fotografia è espressione in prima o terza persona? Quanto c’è di te nelle scelte che fai e quanto detta l’armonia estetica?

“Ci sono al 100%. Io sono quello che fotografo, non lo nego e l’ho sempre pensato. Anche nelle scelte che sembrano meno legate a me, qualcosa c’è. Sono sempre io, punto.

È un modo di esprimere qualcosa che mi rappresenta in generale o in un determinato momento. Ad esempio, poco tempo fa ho immortalato una rosa incollata sul muro con il nastro adesivo, proprio sopra una crepa, con la scritta <<fragile>>. Era il periodo in cui era appena scoppiata l’emergenza del Covid e io mi sentivo esattamente così. Era una forma di autoritratto anche quella.”

Cos’è per te l’innocenza?

“Nella mia fotografia credo si manifesti come sensualità mai esplicita. Spesso nei miei scatti compare un nudo accennato ma l’esposizione della sessualità resta innocente. È un richiamo che non dà mai fastidio, perché latente, a tratti fanciullesco. La ragione è che vivo quel genere di costruzione fotografica come un gioco, in maniera totalmente serena. L’innocenza, in questo senso, è data dall’assenza di scandalo.”

Che cos’è l’autenticità?

“È il mio marchio d’autore, perché anche nei dettagli più grezzi io riconosco un fascino particolare. È quel brutto che mi piace, perchè risulta in qualche modo familiare.”

Definisce la tua dimensione fotografica con un suono, un sapore e una stagione dell’anno.

“La stagione è la primavera, con qualche sprazzo estivo. Il sapore aspro, perché amo i sapori aspri. Mi viene in mente una mela Granny Smith: un gusto acido, pungente, quasi acerbo. Il suono è il cinguettio degli uccellini nell’aria. Solo quello, senza neanche un soffio di vento.”

La tua fotografia colpisce lo sguardo come una carezza. La superficie delle cose te la immagini ruvida o liscia?

“Liscia.”

Sei solita associare singoli dettagli e fondali neutri ma mai casuali. Che relazione simbolica c’è tra il soggetto e lo sfondo?

“Una relazione d’amore, prima di tutto visivo, ma poi anche simbolico perché s’instaura un legame inossidabile. La parete dietro i panni stesi che utilizzo spesso come fondale è stato amore a prima vista, mi piace il contrasto tra la superficie grezza e i soggetti in primo piano. Oppure il lenzuolo azzurro che compare in molte mie foto…quella è stata una scoperta tirata fuori dal cassetto. Adoro la palette cromatica di quel blu, è un colore che mi trasmette benessere. In generale, esiste sempre un rapporto di amore nelle scelte che faccio e si sposa perfettamente con me, con quello che sento.”

Utilizzi la pelle come tela o come scenografia?

“Una tela, perché fa parte integrante dell’opera. È la base su cui costruire la complessità della creazione.”

Adoperare pochi oggetti è un modo per focalizzare l’attenzione sulla versatilità del minimo indispensabile. Possiamo dire, nel tuo caso, che l’essenziale si rende visibile agli occhi?

“Penso di sì. L’unica risposta che posso dare è che genericamente, quando inizio a pensare a una foto, riempio la scena con mille oggetti. Parto carica, eccessivamente carica, e poi come accade nella scultura si va a togliere…così alla fine mi ritrovo solo con quello che basta, per fare la differenza.”

Quali sono gli elementi ricorrenti che ti piace immortalare e quale significato rivestono?

“Sono oggetti che fanno parte della mia memoria, legati perlopiù al mondo femminile. Ci sono i classici guanti di gomma, comuni a ogni cucina, e i collant color carne, osceni ma fonte continua d’ideazione perché dal mio punto di vista rappresentano la femminilità fatta oggetto. E poi tante mutande della nonna, che mi piace andare a pescare dalle bancarelle dei mercatini vintage. Tutti richiami a una femminilità del passato che mi ha circondata sin da piccola.”

Qual è il ruolo della luce nel tuo approccio all’immagine? Sei mai stata tentata di offuscare i toni, per esplorare un mood più lunare?

“No, perché la luce è tutto! Amo fotografare con la luce naturale. Piuttosto che usare faretti artificiali preferisco aspettare il momento propizio in cui il sole possa accompagnarmi nel mio cammino fotografico. Non tutte le luci sono utili, la luminosità del giorno è quella più sentita e che personalmente ricerco prima di mettermi al lavoro.

Che emozione racconti attraverso gli scatti? Desideri trasmettere una grazia leggera o un soffio di malinconia?

“La mia creatività non nasce come valvola di sfogo per esorcizzare dei mostri, io scatto quando sto bene! Cerco di trasmettere quello che sento, ma di farlo con positività.”

Quello della poesia è un linguaggio implicito o semplice?

“È un linguaggio semplice. Deve trasparire un’essenza essenziale, in cui il messaggio sia quanto più sintetico, per poter passare bene. Meno contorno c’è, meglio arriva.”

Quale destinazione sogni per la tua produzione? La piattaforma virtuale ti basta o progetti di esporre le tue opere in una galleria fisica?

“L’aspetto che mi entusiasma di più è proprio quello espositivo. Ho avuto già la fortuna di partecipare a diverse mostre, sia personali sia collettive, ed è quella la rotta che vorrei mantenere. Mi piace molto gestire anche l’allestimento, la composizione, mansioni che non mi competono in prima persona ma ci tengo a curare.  I social si prendono lo spazio che trovano… Di buono hanno che, per quanto demonizzati, sono stati un buon veicolo di comunicazione con i magazine e con le gallerie d’arte che poi mi hanno contattata.”

Cos’è per te il talento?

“Leggevo tempo fa che è una dote che va coltivata, e condivido questa definizione. Si può avere talento in qualche ambito ma se la creatività non viene alimentata costantemente alla fine è come una fiammella che si spegne. C’è bisogno di uno stimolo continuo, che nel mio caso non è l’esercizio quanto piuttosto la ricerca di idee da mettere in pratica.”

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Instagram: @_lasandra_

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