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L’oracolo di Hualice. Le maschere tessili di Alisa Gorshenina, musa istrionica nel cuore del villaggio.

C’era una volta, in un piccolo villaggio russo chiamato Yakshina, una ninfa bucolica dal volto cangiante. Il suo viso era costantemente adornato da orpelli appariscenti ma ogni maschera, anzichè nascondere la sua identità, ne rivelava teatralmente il tumulto. Il fermento eclettico, ispirato dalla tradizione e dal subconscio, che ne tramuta l’esistenza in un’apparizione conturbante.

Alisa Gorshenina, è nata all’interno del bosco, e sin dall’infanzia a imparato ad esplorare la natura come fosse un universo da proteggere, ma al tempo stesso una scenografia simbolica da cui lasciarsi tempestrare d’incanto. Sedotta dal fascino vibratile del creato, ha allevato nella sua mente un immaginario stilistico permeato di culto e di spirito, per devolvere la propria sensitività all’arte e moltiplicare le connotazioni del proprio io .

La sua immagine e il suo ingegno cooperano nello stesso processo di ideazione artistica e dalle sue mani prendono vita opere tessili che accrescono il corpo di un mezzo d’espressione fatale. Non costruisce un proprio alter ego ma coesiste, all’interno e in superficie, come creatura fertile di estro, in totale commistione con l’ambiente in cui è immersa. Attraverso un intrigo di motivi folk e spunti mnemonici, Alice indossa la sua storia per aggiungere al suo volto lo spettacolo del proprio vissuto e riflette nell’aspetto il labirintico pozzo della sua immaginazione.

L’inquetudine umana diventa la materia malleabile con cui confeziona accessori straordinari che potenziano la sua presenza di ispirazione e significato. Il travestimento diventa un invito ad ammirare la diversità ed approfondire la conoscenza dell’altro come se ogni incontro avvenisse ai lati opposti di uno specchio deformante.

Accogliere l’esteriorità è la missione con cui, nelle vesti di “oracolo” Alice Hualice, la ninfa di Yakshina allestisce una propria estetica antropomorfa e destabilizzante, non per questo temibile.
È allora che il mistero si avvolge di carisma e la realtà assuma l’aura di una dimensione ancestrale.

Come nasce la tua passione per la fotografia: quando hai capito che la tua sola immagine non bastava e avresti voluto espanderla con applicazioni e grafica?

“Inizierò dicendo che sono un’artista che opera ben oltre Instagram. Lo faccio fin dall’infanzia, ma un percorso più serio è iniziato intorno al 2013. Inizialmente disegnavo illustrazioni, poi ho iniziato a creare sculture volumetriche che si sono gradualmente trasformate in qualcosa che puoi mettere addosso e così, alla fine, fotografia e video arte son venute da sè! Su Instagram mostro solo parte dei miei lavori, che nel mondo reale vivono una vita diversa, viaggiano per mostre e tutto quel genere di cose.

Uso raramente Photoshop; mi avvicino alla mia idea di surrealismo lavorando a mano, ma al momento, nella mia attività creativa, la fotografia sta diventando un elemento importante quanto gli oggetti stessi. Mi capita spesso di usare le foto insieme alle creazioni anche nelle mostre, perché attraverso di loro diventa visibile come prendono vita.”

Qual era il tuo gioco preferito da bambina? L’idea di travestimento ti affascina da allora?

“Forse ce l’ho un gioco preferito… me lo inventai da sola e non so se fosse un vero gioco. Avevo creato un’organizzazione chiamata «Molla»: i membri di questa società avevano il compito di proteggere la natura, curavano gli alberi e io stessa proibivo a tutti di camminare sull’erba perché dicevo che le faceva male. C’erano anche dei rituali mistici attorno a questa missione. Non si trattava di qualcosa davvero associato al vestirsi, tranne per il fatto che già mi definiva come persona simbolica nei confronti di tutto ciò che la circonda.

Tuttavia, nei ricordi della mia infanzia ci sono riferimenti legati al cambio d’abito. Ad esempio, la festa nazionale russa “Kolyada”, molto simile ad Halloween, in cui ci si traveste con diverse maschere e si cammina per il villaggio (già, sono cresciuta in un villaggio!), raccogliendo torte e dolciumi, o il Festival di Maslenitsa.  Per quel giorno, in cui la gente dà il benvenuto alla primavera e saluta finalmente l’inverno, ci si “spoglia” di lui bruciando un enorme spaventapasseri di paglia. Queste feste popolari mi sono sempre piaciute, si riflettono molto anche nel mio lavoro.”

La dimensione evocata dalla tua fotografia è mistica e fascinosa: quali sono le ispirazioni che guidano la tua creatività?

“Creo solo una mia realtà, dal mio punto di vista non c’è misticismo. Molto di quello che realizzo sono i miei sogni, ma in generale, non so da dove provenga esattamente tutto ciò che mi passa per la mente: sono abituata a pensare che è il mio cervello che è fatto così e mi fa avere fantasie di quel tipo in ogni momento! Le ispirazioni che ho riguardano perlopiù immagini che fanno parte della mia storia, di ciò che amo e custodisco, di ciò che ho visto e degli eventi che mi sono accaduti. In altre parole, la mia arte è uno specchio della mia vita, ma uno specchio surreale. E non riesco ancora a portare alla luce tutto, il chè mi rende triste.”

Come realizzi gli scatti? Hai un team fidato di assistenti o è un rituale intimo e solitario?

“Svolgo il mio lavoro interamente da sola, dalle sculture e le maschere tessili alla videoarte. Anche per quanto riguarda le fotografie, al 90% vengono realizzate da me. Il mio unico assistente è mio marito, che a volte mi fotografa e lo fa molto bene, sarà perché in parte oramai vede a modo mio, quindi so che posso fidarmi.

Il più delle volte, però, lavoro in solitaria e sì, è un processo piuttosto intimo, spesso imprevedibile. Inoltre esistono foto diverse: a volte realizzo degli shooting veri e propri in vista di una mostra, ma la maggior parte vengono scattate mentre sono a casa da sola. Non ho nemmeno un cavalletto, appendo costantemente il telefono su alcuni vasi e sistemo degli specchietti per vederci il riflesso attraverso. Ciononostante penso che questo non renda le mie foto poco professionali, anzi, al contrario, che rifletta pienamente il mio modo di vivere l’arte.”

Quale ruolo gioca la natura nella tua ideazione creativa?

“Non so quale ruolo abbia nella mia arte, ma nella vita gioca un ruolo davvero importante. Sono una ragazza cresciuta in villaggio, la mia personalità si è formata sulle distese sterminate dei campi e nelle foreste russe. Questi spazi mi sono molto vicini e spesso uso simboli bucolici nelle mie opere, proprio perché sento la mia connessione con la natura. Ora vivo in città, non è grandissima e c’è molto verde intorno, ma ancora sto valutando seriamente di costruire una torre dipinta da qualche parte, in piena campagna. Quello sarà il mio museo. Avrei dovuto iniziare i lavori quest’anno, ma per ovvie ragioni ho dovuto rimandare a quello prossimo. Spero che questo mio sogno diventi presto realtà.”

Che creatura immagini di essere stata nella tua vita precedente e in cosa ti piacerebbe rinascere?

“Tutti i pensieri riguardanti la vita dopo la morte, la reincarnazione e la religione sono inaccessibili per me. Lo considero un grande lusso, quando qualcuno ci crede, ma sfortunatamente non è il mio caso. Mi sento strettamente legata alla realtà perchè è qualcosa che comprendo, ma non potrei credere in null’altro. La realtà certo è più triste, ma purtroppo è la sola cosa che esiste.
Come fantasia, però, se dovessi immaginare di rinascere di nuovo, allora vorrei diventare ovviamente ancora una volta un’umana ma poter vedere il futuro, volare nello spazio e realizzare tutto ciò che non avrò tempo di realizzare in questa vita!”

Nella tua concezione estetica la maschera è l’accessorio che fa del volto un’opera d’arte: quali sono gli orpelli che usi per adornare i tuoi ritratti? Quale valore attribuisci agli astri e alle perle?

“Nel mio lavoro, la maschera è uno strumento che aiuta a rivelare le diverse sfaccettature di se stessi. Ed è anche un modo ideale per manifestare arte attraverso di sè. Per farcela, ci dev’essere una connessione molto profonda. Uso materiali diversi per il mio lavoro, ma tra i miei preferiti ci sono il kapron e la pelle artificiale, che sono il più possibile simili all’aspetto umano, perchè mi piace quando la maschera rifrange la realtà. Molto spesso sento dalla gente che il mio lavoro risulta inquietante. Non mi trovo d’accordo con loro; i miei lavori mostrano come le persone giudicano l’altro dal suo aspetto, come non sappiano guardargli dentro. Forse nei confronti degli stranieri si è spaventati perché si teme ciò che si nasconde sotto l’apparenza. Le mie maschere non sono inquietanti, le mie maschere dicono “guardami, guarda più a fondo dell’esteriorità e capisci che siamo diversi, che ogni maschera è solo una parte di come siamo, una parte della natura”.

Cosa si vede attraverso il terzo occhio? Di quanti sguardi è provvista la sensibilità umana?

“Il terzo occhio è un simbolo che, nel mio caso, non si riferisce solo a qualcosa che presumibilmente fa vedere di più di altri, ma riguarda la sensazione di riconoscere il vero, dentro di sè. Sin dall’infanzia sono sempre stata certa di avere un dono nel sentire le energie negative che mi venivano rivolte. Puoi chiamarla paranoia, ma sono sicura di avvertirlo davvero quando le persone pensano male di me. Molte volte ho scoperto dei tradimenti da parte di amici, altre ho chiarito quale fosse il reale pensiero di qualcuno, perché a distanza percepivo che aveva cambiato idea su di me. Quindi, il terzo occhio per me ha a che fare con questo: saper leggere le persone e capire la verità. Forse non sarà vero, ma mi piace almeno pensarlo.”

Cos’è per te l’alter ego? Come lo intendi nella vita e nell’arte?

“Non ho un alter ego. Anche se molte persone pensano che Alice Hualice sia un alter ego – e non nascondo che un tempo lo dicevo anche io – col tempo mi sono resa conto che tutti questi concetti non sono realmente importanti e che Alisa Gorshenina e Alice Hualice sono due nomi che identificano la stessa cosa, la stessa me. Tutto qui.”

L’arte rappresenta per te un canale espressivo o istintuale? Qual è la differenza tra astrazione e spettacolo?

“Per me l’arte è uno stile di vita. Sì, agisco istintivamente, ma allo stesso tempo ho il controllo su tutto. Dal momento che la mia arte è cresciuta con me ed è ormai radicata nella mia vita, a volte ho l’impressione di essere in balìa di un flusso, ma lo tengo a bada. È come fare surf, sembra che tu sia guidato da un’onda ma allo stesso tempo se tu che scegli come nuotare.”

C’è un messaggio che cerchi di trasmettere attraverso il tuo lavoro o tieni fede alla cifra stilistica dell’enigma?

“Il mio lavoro è il mio mondo personale. L’ho costruito per anni, mattone su mattone, come un urbanista. Non mi aspetto che possa avere un messaggio globale per l’umanità. Piuttosto, cerco di mostrare come una persona dotata di fantasia possa darle forma, rendendo visibile l’immaginario che ha in testa. Non vorrei apparire misteriosa al pubblico, anzi provo a spiegare quale sia il mio approccio, e cioè che non ci sono sempre concetti chiari dietro ogni lavoro, ma tutto ciò che faccio segue un suo filo, indipendente e fondamentale.”

Spirito e Immagine: la tua composizione sembra trascendere il corpo. Quali filosofie hanno nutrito la tua vena esoterica? Ti consideri più spirituale o concettuale?

“Lavoro con soggetti diversi. Molti di questi, come l’occhio, la lacrima, gli astri e il serpente, sono simboli ripresi dall’antica cultura egiziana, che è una passione che ho sin da bambina e mi ha molto influenzato in quello che faccio. Ma creo anche delle figure personali, come la donna dalle braccia lunghissime o il serpente con i seni multipli e la stella in fronte.

Spesso mi capita di evocare motivi folk russi, il fatto di mantenere un legame con le radici mi sta particolarmente a cuore; allo stesso modo, mi sento vicina al tema del corpo umano, dell’anatomia e della biologia, perché, quando ero piccola, io e mio padre avevamo l’abitudine di raccogliere le alghe e poi guardare insieme i microbi al microscopio. Insomma, tutto ciò che creo è strettamente legato alla mia vita, alla mia infanzia o ai miei hobby. Sono immagini estrapolate dalla mia biografia personale.”

A quale mood ti piacerebbe che venisse associata la tua espressione artistica?

“Qualcosa di simile alla malinconia, ma con un tono più positivo. Sono una persona che, giorno dopo giorno, prende coscienza della bellezza e della bruttezza del mondo. Accetto l’impotenza e, contemporaneamente, realizzo la mia importanza. Mi dispiace sapere così poco sull’universo ma sono felice di avere accesso ad almeno una piccola parte di esso. Vorrei che le persone percepissero nelle mie opere sia la confusione che ho nell’anima, sia la curiosità della mia mente. Voglio che comprendano che sono felice ed inquieta allo stesso tempo.”

Quale colonna sonora e quale colore sceglieresti per definire la tua anima creativa?

“Non sarebbe una colonna sonora, ma un intero concerto: Nirvana Unplugged di New York, trasmesso da MTV nel 1993, con il gruppo seduto tra le candele e i gigli bianchi. Per descriverei il colore, sceglierei un arcobaleno sbiadito dal sole, quando la luce si affievolisce e la saturazione del colore diventa tenue ma ancora più piacevole.”

Quando non vai in scena come “oracolo” com’è Alice, nella sua versione normale? Cosa ti piace fare in jeans e maglietta?

“Non direi che esistono due Alice diverse. Più che altro è la mia vita che è divisa tra il tempo in cui creo le mie opere e il tempo in cui le faccio vedere. In un modo o nell’altro, ogni giorno che vivo è collegato all’arte ma la mia esistenza procede come una persona normale.  Faccio le cose che fanno tutti i comuni mortali: in inverno pratico snowboard nei monti Urali, in estate vado in bicicletta. Gioco a basket con mio marito e mi diverto al computer con i videogames di pesca! A casa coltivo fiori, ho molti gerani. Accudisco i miei due gatti, Boris e George, e faccio riparazioni nel mio appartamento e in laboratorio. Nonostante tutto questo, circa l’80% del mio tempo lo dedico all’arte. Disegno,creo, cucio, ritocco i video. Questa è la mia vita di tutti i giorni, pertanrto è difficile tracciare una linea di confine tra l’oracolo e Alice.”

A cosa ti piacerebbe destinare la tua produzione artistica? Ti affascina il mondo dell’esposizione museale o della body art?

“Come ho detto, oltre allo spazio virtuale, espongo il mio lavoro anche nel mondo reale. La mia prima mostra si è svolta nel 2013 e, da allora, il semplice collocamento delle opere nello spazio ha gradualmente smesso di soddisfarmi. Sto cercando nuove soluzioni di allestimento. L’anno scorso, ad esempio, ho organizzato una mostra personale nel mio villaggio natale di Yakshina. Lo spazio espositivo in quel caso non era una stanza singola, ma l’intero villaggio. Era un’installazione totale, i miei lavori erano situati ovunque, nelle case abbandonate, lungo il fiume, in mezzo al verde, etc. Dopo questo evento, ho compreso che la mia vita non sarebbe stata più la stessa, perchè questa è la formula con cui voglio lavorare d’ora in avanti. Certo, non rinuncerò alle mostre in galleria, ma non sono più così interessanti per me adesso. Inoltre, ho intenzione di “ravvivare” il mio lavoro attraverso la fondazione di una compagnia teatrale, che vedrà al mio fianco mio marito in qualità di musicista, come accompagnamento strumentale alle mie performance.”

Cos’è il talento per te?

“Il talento è solo un concetto inventato da qualcuno. Sfortunatamente, ai nostri tempi, coloro che sono riusciti a ottenere l’attenzione del pubblico sono considerati di talento, ma per me una persona di talento è principalmente qualcuno che può creare, senza il bisogno di guardare gli altri. Purtroppo solo in pochi ci riescono, e quando succede, nessuno ci crede.”

CONTATTI
Instagram: @alicehualice

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