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Mitologia Minimale: L’estetica dell’inconsueto nei collage surrealisti di Matei Octav

Matei Octav nasce in Romania e cresce tra le colline umbre, ma è alla Civica Luchino Visconti di Milano che prende forma come artista digitale. Nel suo percorso creativo si succedono fasi differenti, in cui per comunicare il suo estro sceglie mezzi d’espressione occasionali ma che alimentano in lui la ricerca costante di un proprio linguaggio ideale. Passando dalla scrittura alla fotografia, il suo tragitto prende la deviazione multimediale e lo conduce all’incontro decisivo con la tecnica che gli aprirà il varco su un orizzonte stilistico originale e concretamente legato all’origine: il collage.

Attraverso il collage, Matei brevetta un elisir di lunga vita per rendere immortale il repertorio fotografico raccolto negli anni, consegnandone le sorti alla rigenerazione in patchwork. L’istantanea estende i confini della propria durata, riformulando la propria natura in chiave virtuale e finemente simbolica. Il lavoro di Matei parte dallo scatto per poi declinarsi in inventiva assoluta.

 L’attenzione al dettaglio è la cifra distintiva della sua estetica e ogni recupero procede come un intervento  di chirurgia “illuminata”. Sezionando i suoi file e contaminando i frammenti, il risultato è quello di dare alla luce figure mitologiche, realizzate dagli estratti del suo materiale. Corpi di interior design e teste animali (o viceversa), appartenenti all’ibrido mondo dell’utopia surreale.  

La sua missione di salvataggio si svolge interamente al computer, vero laboratorio di grafica che gli consente di trasmettere al tocco digitale la stessa autenticità di un artigiano che manipola la materia. Ogni taglio mantiene l’imprecisione della forbice e per ogni assemblaggio il risultato è quello di un ritratto minimale, in cui il soggetto domina lo spazio e gode, oltre il proprio contorno, di un margine di respiro ed elegante sobrietà.

Il suo desiderio di manipolazione sposa lo stile della misura e così si realizza il progetto di una rianimazione visionaria che, del vero, fa qualcosa di infinitamente altro.

Come nasce la tua passione per il graphic design? Hai mai impugnato un pennello prima di trasformare il computer in un laboratorio d’arte?

“Potrei suddividere il mio percorso di formazione in due parti. Quando ho scelto che scuola superiore frequentare mi sono iscritto al liceo classico, credendo di avere molto da dire in quell’ambito. Ero un appassionato di libri e pensavo di riuscire ad esprimermi al massimo scrivendo. In realtà dopo poco tempo ho capito che avevo bisogno di un mezzo differente per comunicare e l’ho capito stringendo una macchina fotografica. Così mi sono trasferito all’artistico, e lì ho gettato le basi della mia vera passione che è la fotografia, ma ancora meglio la contaminazione tra più discipline. Unire foto, video e grafica è l’indirizzo verso il quale mi sto dirigendo nell’ultimo periodo, mi stimola tanto. In generale, ho sempre preferito lavorare al computer piuttosto che tenere un pennello in mano.”

Qual è stato il percorso di formazione che ti ha permesso di trasformare le potenzialità del mezzo digitale in un linguaggio creativo?

“La Civica è stato il vero punto di svolta. L’indirizzo multimediale mi permette di mischiare i media e questo genera impulsi creativi, oltre a darmi insegnamenti precisi che partono dalla cinematografia per arrivare a tutto il resto. È un percorso che mi sta aiutando a trovare la mia direzione.”

Creare e comporre, nella tua dimensione artistica, sono sinonimi: esiste secondo te una differenza di fondo tra queste due forme di raffigurazione?

“Non credo ci sia una differenza significativa. Di base con il collage posso comporre qualcosa che tira fuori un’immagine che avevo già in mente e non avrei potuto estrarre altrimenti. Posso creare nuove sensazioni, alcune delle quali nemmeno io avrei mai pensato di provare.
Componendo è come creare: non si tratta di una strada ad unico senso ma che implica entrambi i versi.”

Quali sono le ispirazioni che smuovono in te l’ideazione di un collage?

“Prendo ispirazione da tutte le parti. Dalla cinematografia, dalla musica tantissimo, e poi sfrutto il mio passato, ma anche il lavoro che ho raccolto nel tempo. Non uso mai materiale esterno ma solo di repertorio, per cui sono le mie fotografie che, contaminandosi, rappresentano una fonte d’ispirazione in continuo riciclo.”

Che tipo di figure mitologiche cerchi di costruire unendo oggettistica e umanità?

“Spesso si vedono busti umani con degli oggetti al posto della testa. M’ispiro al mistero che c’è attorno al volto, che è la parte che di solito esprime o conferisce un certo tipo d’immagine o di storia. Sostituendo quel “nocciolo” d’identità, cambia tutto.”

Quali sono gli elementi ricorrenti nelle tue composizioni? Hai coniato un tuo codice simbolico per esprimerti?

“Il mio è un mondo chiaramente surrealista. Non rispetto canoni consueti. Mi è piaciuto sin da subito l’idea di creare un universo a parte, che fosse la rappresentazione di ciò che sono. Questo significa anche mantenere una certa confusione di impulsi ma in maniera ordinata, è il mio modo di ribellarmi alla struttura più solita.

Un aspetto che fa parte di quell’universo in cui sono immerso e che vorrei si percepisse anche dall’esterno è l’attenzione alle figure femminili, o comunque a un tipo di mascolinità lontana dalla virilità classica. M’interessa mostrare la fragilità, la preoccupazione, le paure e a volte anche i sogni. Spesso sono proprio quelli che mi suggeriscono cosa creare: mi capita di fare sogni assurdi e non avrei altri metodi per esprimere l’esperienza che ho vissuto se non attraverso il collage.“

Cosa ti colpisce, in generale, nel mondo che ti circonda? Quali sono le cose per cui provi ammirazione estetica?

Dipende dallo stato d’animo del momento. A volte il bello si trova banalmente ovunque, nelle cose più semplici. Cerco di trasmettere questa semplicità anche io, infatti per questo non voglio mai strafare.

La tua palette è delicata, i contrasti moderati, i contorni netti e geometrici: nelle tue opere nulla è lasciato al caso. Hai mai avuto la tentazione di rompere con i tratti distintivi della tua produzione per concederti qualcosa di più “spettinato”?

“Ci sto pensando…Vorrei stravolgere un po’ di cose nel mio universo creativo. Ad esempio i bordi netti, che sono sempre stati una caratteristica dei miei collage perché mi piaceva che apparisse nell’insieme un lavoro geometrico, ultimamente li eseguo ma senza una cura super-particolare. Vorrei trasmettere l’idea di non smussare totalmente gli angoli, lasciare qualcosa di tagliente…Che si veda che la composizione dichiara tutto in maniera evidente, anche il processo di taglio che c’è dietro che poi, in fondo, rivela il senso del progetto.
Partendo da materiale mio ho la possibilità di riciclarlo per tirare fuori sempre un punto di vista nuovo. Ogni volta mi affeziono alle mie creazioni e non vorrei mai che morissero, il collage mi aiuta a portare avanti il loro processo, a prolungargli la vita.

C’è da dire, poi, che l’intuito è alla base della creatività ma ci sono molte cose che forse devo ancora capire. Sono “piccolo” in fin dei conti e ho tanto da scoprire…Anche sulla visione minimalista, andando avanti con lo studio, mi sto ponendo delle domande.”

Quali sono state le influenze che hanno affinato il tuo gusto nel design e nell’arte?

“Il lavoro di Hannah Höch mi ha molto ispirato. Durante l’iter progettuale, infatti, prediligo lasciare sempre degli spazi vuoti intorno a ciò che creo. Centrare un punto focale, così che la mente possa viaggiare.”

Cosa vuol dire “minimal”? Qual è, a tuo parere, la parola d’ordine per evocare il minimalismo, in ogni sua forma?

“Ho cambiato idea diverse volte nel tempo sul concetto di minimalismo. Attualmente lo interpreto come una mission per me stesso di riuscire a trasmettere, con poco, tutto. Spesso mi vengono milioni di pensieri e non so dove afferrare cosa, per questo mi sono imposto dei paletti per fare ordine nel disordine, senza però esagerare o sconfinare nella rigidità. Scegliere pochi elementi e metterli insieme per esprimere al massimo ciò che volevo comunicare. L’insieme deve essere pulito, non necessariamente preciso perché è proprio l’imprecisione che fa viaggiare l’estro creativo.”

Se l’arte, come la concepisci tu, fosse una pietanza quale sarebbe? Se fosse un animale? Se fosse un pezzo d’arredamento?

“Per il sapore direi amaro dolciastro: un contrasto tra gusti diversi che dia un’unione forte, non stucchevole. Qualcosa che susciti sgomento magari all’inizio, ma poi eleborandolo riveli un effetto diverso dalla prima impressione. Per l’animale me ne sta vendendo in mente uno che al posto della testa abbia un pezzo di arredamento.
Vediamo un po’: m’immagino un gatto…con la testa di una padella!”

Cos’è per te l’eleganza?

“È la capacità di mettere insieme più cose e saper dire “basta, mi fermo qua”. È un aspetto spesso collegato al minimalismo.”

Che differenza c’è tra stile e istinto (se ce n’è una)?

“Lo stile dipende, in fondo, da quanto lo hai affinato. Agire d’istinto può bastare, ma la differenza la fa l’esperienza. È quello il collante tra i due.”

Qual è la chiave per rivisitare i criteri della misura e della proporzione, tipicamente classici, con originalità?

“Non c’è una chiave precisa. Al giorno d’oggi si vedono tante cose, siamo bombardati di idee e di sperimentazioni già portate a termine. Per ottenere un risultato originale bisogna dare un’immagine nuova a qualcosa di già visto. Non fissarsi sulle regole ma nemmeno accontentarsi della casualità. Lasciarsi trasportare dall’estro, ecco.”

A quale atmosfera associ la tua arte? Descrivila con un’ambientazione e un sottofondo musicale.

“Campagna danese. Cielo grigio ma non troppo, quasi bianco. Piano in sottofondo che alterna ritmo vivace e malinconico.”

Esiste un messaggio dietro la tua cura del dettaglio o sei piuttosto un esteta che insegue l’equilibrio perfetto?

“Entrambe, per forza. L’unione di queste due cose mi tiene in equilibrio, in modo che l’attenzione al dettaglio non diventi mai maniacale.”

Qual è il valore aggiunto del digitale nell’espressione artistica?

“Lavorandoci, in realtà, la sento personalmente come una peculiarità. Il mio obiettivo è quello di rendere a tutti i costi il collage quanto più simile alla sua realtà precedente, quella della carta o del cartone. Pur lavorando unicamente al computer sono legato all’essenza del cartaceo. Lo stesso lavoro non precisissimo sui bordi vorrei che trasmettesse proprio l’idea della forbice, come se fosse stata la mia mano a tagliare.”

Quale destinazione immagini per le tue opere? Pubblicazione editoriale o allestimento in museo?

“Quando ho iniziato immaginavo di lavorare ai contributi video da proiettare durante i concerti. Poi, di fatto, mi è capitato di realizzare diverse copertine per una raccolta di poesia e quello è un settore che mi attira molto. La stampa ha un altro valore, oltre che un altro aspetto…”

Se dovessi definire il tuo progetto con una parola o un suono quale sarebbe?

“Rumore bianco.”

Cos’è, per te, il talento?

“Direi che è, in qualche modo, la capacità di distinguersi col proprio operato, di qualsiasi genere questo sia.”

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Instagram :@octhem

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