15 49.0138 8.38624 1 0 4000 1 https://www.navelmagazine.it 300 0
theme-sticky-logo-alt
theme-logo-alt

Bambole in penitenza: La quarantena come simulazione di solitudine.

“L’ultima volta che siete stati in pizzeria, in stazione, nel baccano di una manifestazione in piazza era prima del 9 marzo ma io già non c’ero. A quel concerto in cui si cantava all’unisono, stretti e stonati, a ridosso del palco io non sono venuta. E nemmeno in discoteca a scatenarmi in centro alla pista come Tony Manero. Non c’ero a Porta Portese ma mi sarebbe piaciuto scegliere un cardigan brutto appartenuto a chissà chi da sfoggiare tutto l’inverno. Non c’ero al flash mob, al gay pride, alla fiera di paese. Non c’ero allo stadio, e nemmeno al sushi bar. Non c’ero al centro commerciale la settimana dei saldi e non ho beccato il traffico di sabato pomeriggio. Ho dato forfait anche al bar che fa angolo in centro, quando all’ora di punta dell’aperitivo a malapena si passa e bisogna sbracciarsi per avere altre due patatine. Non sono andata al cinema, il film l’ho visto in streaming. Non ho seguito le lezioni in facoltà. Ho studiato da casa.

Sono a casa anche adesso ma stavolta so che ci siete anche voi, e analizzo le cause della vostra frustrazione che non è uguale alla mia, perché la mia ha un altro nome e fa danno in incognita: si chiama abitudine. L’abitudine malata di chi si rassegna a consegnarsi all’oblio. Stare soli è una condizione imposta per arginare un’emergenza nazionale o patita per scelta, come un percorso di ascesi per punirsi di non essere stati capaci di costruire legami. È la routine di chi indossa la paura di sentirsi smarrito tra gli altri, è una forma di auto-difesa distruttiva, un’ammissione di vulnerabilità serrata tra i denti. C’è chi la chiama depressione, chi sociopatia, forse è solo una coincidenza per cui tutto d’un tratto ci si ritrovi a galleggiare nel vuoto.

Esco appena sveglia con il cane e me ne vado per stradoni desolati a respirare l’aria del mattino. Prima come adesso non incontro nessuno. Faccio spesa per mangiare da sola, sempre negli stessi posti, spesso le stesse cose. Tutto di fretta, come se avessi qualcuno che mi aspetta e invece la verità è che mi sbrigo a rientrare nel porto sicuro della mia isola deserta. La sera invento la scusa che le luci artificiali mi danno fastidio e il pomeriggio rifletto tanto, mi prometto di cambiare e che il giorno dopo andrà meglio ma poi l’emarginazione ha un andamento così pigro che all’apatia ci si fa il callo e nell’attesa di quel giorno è già passato un altro anno.

Esiste, da prima che la pandemia ci lasciasse così di stucco, la decisione vile di alcuni di ritagliarsi uno spazio indifferente per non affrontare il panico che può generare la socialità, la corsa al successo, l’impazienza di sentirsi amati. È lo stile di vita degli infelici asintomatici, uno stile di non vita silenzioso e strisciante.

Il covid-19 è un virus, ma la depressione è il più infame dei parassiti.

Ti reclude senza decreto. Ti lascia barricare dentro in un mondo a parte, imbottito di ansie. Ti convince che fuori ci sono le giostre ma che non c’è posto per i giocattoli rotti. Che uscire vuol dire sentirsi inadeguati, diversi, distaccati. Che la distrazione non esiste perché il male di vivere è difficile da sorvolare, è un pensiero costante.

Beh, oggi che le giostre sono chiuse io so che la fila per l’altalena vale la pena farla. Ho capito che c’è qualcosa di importante che mi sto perdendo e ci sono riuscita grazie a voi, perché so che può sembrare sadico e paradossale ma non mi sono mai sentita tanto compresa come ora che anche voi provate sulla vostra pelle gli scompensi dell’isolamento. I timori, i tarli, i sogni agitati.

Tra le mura di casa io ho imparato a non sentire la mancanza. E ora il vero contagio è percepire la vostra e rimproverarmi di non aver voluto per anni nessuno vicino. Sento di non esservi stata affianco quando per strada ogni giorno era festa e io abbassavo le tapparelle per non invidiare quel caos così ordinario e prezioso che dava senso al sole, altrimenti potrebbe piovere sempre che non farebbe differenza.

 Nella vita di qualcuno il contatto umano è una luce fioca e dall’altra parte della luna si precipita in un buco nero chiamato agorafobia. Perché la paura di avere qualcuno vicino può essere invalidante, come una deformazione che ci rende insicuri o un’inabilità relazionale. Chi sta solo non fa del male a nessuno, non contagia ma appassisce.

Andrà tutto bene è la promessa di non tirarsi più indietro. Di temere il distacco più che la compagnia.

Non si contano i giorni negli ultimi anni in cui sono andata a dormire senza sapere se avessi parlato o sorriso, chiedendomi se qualcuno mi avesse pensata o si fosse accorto di non avermi vista passare. Solo oggi che in tanti vi sentite amputati del rapporto con l’altro ne comprendo l’assurdità. Non è accettabile un giorno senza sorriso, senza darsi la possibilità di poterselo scambiare.

Quando tutto questo sarà finito la maggior parte di voi tornerà ad affollare le strade, le spiagge, i locali ma  ci sarà anche chi si sforzerà di farlo di più perché avrà imparato che stare chiusi in casa è un sacrificio, non può essere la normalità. Che rinunciare alla condivisione è un prezzo troppo spietato anche per chi abita scollato e lontano in penombra sulla faccia spenta della luna.

Lì forse non ci sono le giostre, ma qui riaprono presto e c’è posto per tutti. Anche per le bambole in penitenza.”

Condividi:
Categoria:Cannella
PREVIOUS POST
Da Pasolini a Drake: Il talento della curiosità e la passione scintillante di Jacopo Olmo Antinori.
NEXT POST
80’s Mon Amour: l’electro-beat di Occhiopigro, in moonwalk da Latina fino al Sonàr.

0 Comment

LEAVE A REPLY