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Da Pasolini a Drake: Il talento della curiosità e la passione scintillante di Jacopo Olmo Antinori.

Jacopo Olmo Antinori ha solo 22 anni ma quando parla di sé spesso usa il passato. E con un entusiasmo abbagliante si prefigura il futuro.

La sua avventura nella cinematografia inizia prestissimo, quando frequenta solo le medie, e nel giro di un paio d’anni lo catapulta dal viale di scuola al red carpet di Venezia.  È appena un adolescente, infatti, quando la sua vita sterza sulla strada del cinema d’autore. Siamo nel 2012 e la sua esperienza artistica comincia ai massimi livelli nei panni di Lorenzo, protagonista di Io e te, la pellicola tratta dall’omonimo romanzo di Niccolò Ammaniti per la regia di Bernardo Bertolucci. Un ruolo intenso, per cui Olmo si aggiudica il Nastro d’Argento, che subito lo incastona tra le promesse del cinema italiano come un diamante grezzo dall’espressività marcata e irresistibile. La sua faccia non passa inosservata ma quello che le si nasconde dietro è una mente brillante. Con umiltà e determinazione Olmo studia e lavora, si misura con i grandi colleghi e con i ragazzi della sua età, osserva giorno dopo giorno gli ingranaggi della macchina da presa e se ne innamora perdutamente, al punto di destinarle ogni sua aspirazione.

Ho incontrato Olmo per caso e scambiare qualche chiacchiera con lui è stato un contagio di passione! I suoi ricordi e la cura con cui coltiva le sue ambizioni mi hanno rivelato quale sia il segreto per non perdersi tra le luci della ribalta. È necessario non lasciarsi investire dal successo ma attraversarlo con dedizione, per raggiungere la piena consapevolezza di ciò che vuole diventare. Nel caso di Olmo, senza ombra di dubbio, un professionista al servizio del Cinema, suo unico e incantevole grande amore.

Partiamo dal principio e dalla miccia che ha incendiato la tua buona stella.
Fu il caso o un provino a muovere il tuo primo passo nel mondo della cinematografia?

“Entrambe le cose. Sono finito a fare Io e Te perché all’uscita di scuola una ragazza mi consegnò il volantino per un casting. Avevo letto il romanzo di Ammaniti che mi era piaciuto tantissimo e già venivo da piccole esperienze teatrali ma fare l’attore di professione era l’ultimo dei miei pensieri – quello era già il lavoro di mia madre… Fu proprio lei ad entusiasmarsi e ad avere fiducia in me, così un giorno trovai il copione sulla scrivania. Feci il provino, poi un altro, un altro ancora e il ruolo divenne mio.”

Il tuo rapporto con la macchina da presa: quando ha smesso di farti paura, semmai te ne ha fatta?

Non mi ha mai fatto paura, mi affascinava. Io e Te è uno degli ultimi film girati in pellicola e la macchina analogica è una meraviglia della tecnica. Passavo molto tempo a farmi spiegare come funzionasse e sono stato educato da Bernardo a guardarla con un occhio amorevole. Ho cominciato a considerarla una compagna di ballo e fare film, da allora, è stato come un valzer.”

Si dice che recitare sia per alcuni uno specchio, per altri un’evasione dalla propria persona. Per te come funziona il gioco delle parti? Resisti o ti trasformi?

Non posso negare che ci sia un forte elemento mio in tutto quello che faccio. Qualcuno sostiene che recitare voglia dire uscire da se stessi ma per me significa innanzitutto esprimersi. Tirare fuori qualcosa e sublimarlo in quello che si fa, non trovare un modo per darsi alla fuga. L’attore è il veicolo di un personaggio ma di fondo è un essere umano. Portare il cuore sul set, comunicare chi siamo è alla base del nostro mestiere, perché semplicemente non possiamo smettere di essere chi siamo. Sarebbe assurdo.”

Della vita di chi fa questo mestiere, in particolar modo sin da giovane, fa spesso parte il compromesso. Ci sono state delle rinunce per le quali hai ritenuto valesse la pena?

Sono un idealista. Di natura non mi piacciono i compromessi ma se mi guardo indietro oggi un sacrificio ha a che fare con gli studi. Sto per laurearmi in letteratura inglese ma avendo frequentato un liceo scientifico mi sarebbe piaciuto proseguire con una laurea in fisica. Il mio lavoro mi ha portato ad essere girovago: è un mestiere libero, con delle dinamiche favolose per certi versi incomprensibili, incompatibili con il corso ordinario. Andare e venire ti fa perdere dei cambiamenti, ti distacca dalla normalità. Mi sono perso delle cose forse ma, a parte fisica, direi che non ho grandi rimpianti!”

Qual è per te un sinonimo di talento: quanto c’è di innato e quanto di studio nella propensione di un artista a fare spettacolo?

Non prendiamoci in giro, il cinema è governato da un fattore innato. Bisogna avere un viso che buca lo schermo, la naturalezza di muoversi davanti alla camera…Il talento, però, di per sé è neutro e come un qualunque valore va capitalizzato. L’ultima parola spetta alla gestione che si ha della propria fortuna. Non si tratta di una lotteria, la propria fortuna va costruita perché faccia la differenza.

Ventidue anni è un’età in cui si è nel pieno dell’evoluzione. In cosa senti di essere diverso rispetto ai tuoi coetanei e in cosa ti senti distante dagli adulti?

Di solito mi definisco “vecchio dentro” perché se penso a una serata ideale me la immagino steso di fronte al camino a leggere un libro. A parte questo quello che più mi distingue dai miei coetanei è la familiarità con il mondo del lavoro, soprattutto se indipendente. Per il resto non sento di essere molto diverso. Nello spettro dei miei amici esistono personalità così differenti che mi capita spesso di trovare interessi in comune con ognuno di loro. Rispetto agli adulti, per ragioni anagrafiche, quello che cambia è l’esperienza di vita, sapere dove portano le cose, capire gli atteggiamenti. Oggigiorno però viviamo in una società fluida in cui le differenze generazionali quasi si appiattiscono. Non ci sono più limiti invalicabili: l’affinità non ha a che fare con l’età ma con chi ti trovi davanti.”

Stai per laurearti in Letteratura Inglese all’Università americana John Cabot di Roma, perciò parliamo di scrittura, e anche di cosmopolitismo. Qual è la differenza tra letteratura e cinema: è vero che il libro è sempre meglio del film? Potendo scegliere, dove ti piacerebbe abitare?

“No, non è vero! Parliamo di due medium diversi…Sono forme narrative che seguono regole differenti quindi per certi versi sarebbe addirittura sbagliato paragonarli. La differenza sta nel ruolo dell’immagine che nel cinema è imposta, mentre nella letteratura è suggerita. Paradossalmente un libro consente di avere una libertà maggiore…ma il film è un’esperienza più totalizzante, che ti avvolge completamente.

Quanto alla città in cui mi piacerebbe vivere, dunque, potendo scegliere spassionatamente direi che mi piacerebbe provare a vivere in Giappone! Non parlando la lingua mi rendo conto che non si può fare ma mi affascina molto e lo trovo affine alla mia personalità. In realtà poi non mi dispiace vivere a Roma, con tutti i problemi che si porta dietro: è un po’ la mia relazione tossica, quell’amore da cui non ti riesci a separare anche se ti fa soffrire!”

Restando sulla tua passione per la letteratura…Se è vero che la visione, in parte, limita il libero sfogo della fantasia, come compensa il cinema questo “freno” d’immaginazione?

“Il cinema è un amplificatore di sensazioni. Capita spesso che gli orizzonti immaginativi siano ampliati perché ci troviamo proiettati in qualcosa che non pensavamo nemmeno potesse esistere. L’imposizione dell’immagine è compensata dall’esperienza del film, che è qualcosa che assorbe completamente e fa entrare in un altro mondo. Se la letteratura può essere concepita e fruita in modo frammentario, il cinema è un’unità avvolgente che si regge da sé, è come un viaggio. La cinematografia rappresenta un’enciclopedia di suggestioni, ma ciò non toglie che queste possano essere rimodulate, quindi piuttosto che da freno agisce da spunto per analizzare i messaggi soggettivamente.

Aggiungerei che si tratta di un linguaggio altamente mediato, con una qualità di sintesi potente, per cui attraverso l’immagine, ma grazie anche al suono, si può creare in un secondo quello che un libro impiegherebbe pagine a raccontare. Ha un impatto più diretto, è più denso!”

Se provi a immaginarti dall’atra parte della macchina da presa, che storia ti piacerebbe raccontare? C’è un sentimento o un momento storico che vorresti indagare? Un’ambientazione in particolare?

“Ci sono un bel po’ di idee che mi frullano in mente…Innanzitutto mi piacerebbe realizzare un adattamento del romanzo di Victor Hugo “Novantatrè”. Un’opera che racconta la brutalità della Rivoluzione Francese, ambientata durante la guerriglia controrivoluzionaria in Vandea del 1793, e che trovo rappresenti un periodo particolarmente affascinante della storia dell’Occidente europeo.

Poi dipende. A volte penso al western, altre a un indirizzo più intellettuale, incentrato su emozioni e dolcezze. La corruzione, per esempio, è un tema politico e morale molto attuale, che mi piacerebbe indagare…e anche il racconto di formazione è un genere che prima o poi andrei a toccare perché sono molto legato al periodo dell’adolescenza, al processo di crescita.

L’idea dell’adattamento in generale, mi ha interessato negli ultimi anni sempre di più, proprio come progetto di rimodulazione di un testo.
Spesso mi chiedo anche perché nessuno abbia mai pensato di sviluppare sullo schermo il mito: è un repertorio di storie meravigliose, anche se primitive. Fino a 40 anni fa in tv andava ancora in onda l’Odissea, oggi chissà perché è molto più raro.”

Come si chiama il punto d’incontro tra estetica e significato? Credi di averlo mai ammirato?

“Qualità? Forse pregnanza…ma soprattutto semplicità. Chi è capace di unire questi due aspetti necessariamente lo fa attraverso un’assoluta semplicità, altrimenti si trasborderebbe da una parte o dall’altra. L’equilibrio perfetto l’ho trovato in Jane Austen, anche se non è perfetta Jane Austen! La semplicità è la cosa più difficile da ottenere, non la più complessa ma la più difficile.”

Di recente abbiamo visto nei Medici interpretare il ruolo di Bastiano, giovane figlio di un banchiere fiorentino del II secolo. Qual è la differenza tra recitare in costume e vestire i panni di un personaggio contemporaneo?

“Il costume! È quello che detta la tua mobilità e fa un grossa differenza. Non c’è una distinzione antropologica fondamentale tra me e un altro essere umano nato cinque secoli fa. Il costume, per estensione, è il mondo che ti circonda, è ciò che limita o amplia le tue potenzialità espressive. Il substrato umano è lo stesso. Quello che cambia è il contesto materiale, più che le dinamiche relazionali. Sentire il luogo che il corpo abita, in primis il costume.”

In quale epoca ti piacerebbe rinascere? Cosa ti aggancia al tuo tempo e cosa invece ti delude della società in cui vivi?

“Nel I secolo a Roma, durante il periodo aureo dell’Impero Romano, nonostante fosse un’epoca di una violenza terrificante. Ma anche fine 700 e – perché no – nel basso Medioevo, prima della peste! Il Medioevo viene spesso sottovalutato ma era un tempo vivace, per certi versi anche molto libero.

La cosa che mi delude della società in cui vivo è la pressione esagerata verso la produttività. Un’ossessione giustificata solo in parte. E poi il caro vecchio problema dell’atomizzazione: siamo caratterizzati da un individualismo eccessivo, che sarebbe una grande conquista se fosse bilanciato da un sentimento della comunità: essere uno, ma all’interno di un gruppo sociale. Diventa un danno nel momento in cui non si raggiunge questa via di mezzo.

Di positivo riconosco l’oggettiva possibilità di realizzare impulsi e desideri, per noi che viviamo nella parte ricca del mondo. La facilità con cui possiamo permetterci di soddisfare i nostri istinti è qualcosa di inedito rispetto al passato. Così come la facilità di comunicare con persone distanti, di fare tante cose contemporaneamente, di fare cose contemporaneamente con persone distanti! Passare del tempo metaforicamente insieme a qualcuno che è lontano produce un significato che va al di là della separazione fisica, non sostituisce il fatto di incontrarsi ma è qualcosa di nuovo, che acquisisce un suo valore. Un altro aspetto che apprezzo moltissimo è l’accessibilità alle fonti, che è un modo per recuperare film vecchi dagli archivi, di fare ricerca e stimolare la vorace curiosità di sapere. È una possibilità meravigliosa!”

Qual è in questo preciso momento la tua la direzione? Hai un’idea di dove vuoi arrivare o sei concentrato sul viaggio?

“Ho assolutamente un’idea di dove voglio arrivare. Negli ultimi quattro anni le mie prerogative si sono allargate dal mestiere d’attore alle varie dinamiche con cui prende forma un film. Metterne insieme i pezzi insomma. Quello che mi accende è la creazione: scrivere, produrre, lavorare sul set come tecnico o, magari, dirigere la regia. In generale, non escludo nulla che sia nella sfera della cultura. È il mezzo fondamentale per arricchire il dibattito sociale, ci orienta e credo che possa guidarci. Di certo, il mio “centro di gravità permanente” resta il cinema.”

Quali sono gli attori o le attrici che ti hanno ispirato, quelli con cui ti piacerebbe lavorare e i colleghi appartenenti alla tua stessa generazione che stimi?

“Sono stato molto ispirato da Robert De Niro degli anni 70, da Vittorio Gassman e da Christian Bale.
Tra gli attori con cui mi piacerebbe lavorare penso a Amy Adams, Marion Cotillard e Ryan Gosling e tra i colleghi della mia generazione stimo tantissimo Matilda De Angelis, Eugenio Franceschini e…Zendaya!”

Quali sono le altre influenze, artistiche e musicali, che hanno appassionato e nutrito la tua personalità creativa?

Qualsiasi cosa, gente diversa di provenienza diversa! Le mie influenze spaziano da Pasolini a Drake. E in mezzo ci butto Artemisia Gentileschi, Mozart, Akira Kurosawa, Antonioni, William Friedkin, Jean Renoir, Anthony Hopkins, Lorenzo Olivier, Giustiniano, David Bowie, Gino De Dominicis, Napoleone, ma anche Karl Marx, Franklin Delano Roosvelt, Bernie Sanders! Una cerchia assurda!

È giusto potersi portare via qualcosa un po’ ovunque.”

Ph. : Elisa Garosi
Styling: @siamsiamvintage

Vedi anche: https://www.npcmagazine.it/intervista-a-jacopo-olmo-antinori-da-bertolucci-ai-medici/

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Categoria:Creativity, Curry, Life
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