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Soldatini di seta: Leggiadria senza scrupoli e l’orgoglio della nudità nelle trasparenze di Simone Cagiati.

Simone Cagiati stringe l’ago tra le mani da quand’è poco più che un bambino, quando seguendo le movenze della mamma sarta impara meticolosamente l’arte del cucito e intuisce la possibilità di dirigere il filo come un progetto creativo o una sinfonia d’ispirazioni. Sfogliando Vogue e seguendo incantato le cavalcate in passerella sviluppa la passione per la moda come una fiamma, fin quando il fashion design diventa non solo l’oasi dei suoi interessi ma la destinazione professionale a cui approdare per sentirsi finalmente al timone della sua inventiva. La fiamma divampa, incendiando il suo tempo e la sua abnegazione. Ogni pensiero delinea un concetto di abito e le ore trascorrono fluide, sulle note di Bjork, chino sulla macchina da cucire per dare sostanza a ogni impulso d’immaginazione.

All’età di 22 anni intraprende il percorso in Accademia di Belle Arti, dove perfeziona la tecnica sartoriale e comincia a proiettare sui suoi bozzetti l’ideale estetico di un romaticismo garbato e energico. Attraverso le sue ideazioni tesse le trame di uno stile naturale e disinibito, che fa della leggiadria la sua cifra distintiva per una concezione dell’abito evanescente e fatale. La nudità rappresenta nelle sue creazioni un prerequisito di eleganza e libertà perchè è nel disvelamento oltre la trasparenza che il corpo, come una statua, rivendica l’impalpabilità delle sue forme, seduce lo sguardo senza tentarlo.

I suoi capi sono nuvole vaporose e folate di vento. Pepli, tailleur e tutù fusi in un’idea di gentilezza genderless che si agita nella corrente della possibilità, in fuga dallo stereotipo di una sessualità a poli opposti.

Come nasce la tua passione per la moda? Disegnare manichini è sempre stato un tuo passatempo, prima di diventare un’aspirazione?

“La mia passione nasce quando avevo all’incirca 5 anni. Mia madre è stilista e sarta e guardando lei che cuciva – all’epoca si occupava di abiti da sposa – ero lì a catturare con gli occhi quello che sapeva fare. Ricordo che mi allenavo con i punti lenti, le basi della sartoria…Crescendo lei ha abbandonato la moda ma io ho continuato a interessarmi attraverso le riviste. Prima di cominciare il percorso in Accademia all’età già di 22 anni ho fatto altro ma posso dire che è stato il mio cuore a portarmici, anche se un po’ in ritardo. Ora mi sento finalmente realizzato e guardandomi indietro non cambierei niente perché in fondo ogni cosa che ho vissuto fino a qui mi ha reso quello che sono adesso.”

Prima di intraprendere la strada del fashion design ti capitava di commissionare modelli o apportare modifiche ai tuoi abiti?

“Sempre fatto. Non avevo capacità sartoriali ma apportavo le mie modifiche, in modo blando. Tagliavo gli orli, per esempio, o eseguivo piccole riparazioni a mano, come sistemare i bottoni…Mettevo in pratica gli insegnamenti di mia madre, poi con gli anni e soprattutto con la pratica mi sono perfezionato.”

Raccontaci la storia del primo capo che hai realizzato, per te o per qualcun altro.

“Il primo capo è stato la camicia che ho realizzato il primo anno in Accademia. Partii dal cartamodello di una camicia da uomo, per trasformarla poi in blusa, eseguendo lavorazioni tipiche del confezionamento per abiti femminili. L’idea di “gender fluid” mi rappresenta particolarmente, perché io stesso non mi pongo mai il problema della tipologia di abito che vado a comprare, scelgo quello mi piace e lo indosso! Più che di unisex, parlerei proprio di genderless. Nella creazione di quella camicia misi insieme plissè, una lavorazione tipicamente femminile, e tessuto georgette che nella moda da uomo si vedeva ancora poco. Solo di recente, con il fenomeno Gucci, questo concetto di contaminazione ha fatto il boom.”

Cosa ti appassiona della moda? Quali sono le emozioni o i messaggi che l’abbigliamento è capace di trasmettere?

“Le emozioni che provo io, per la moda, sono enormi. Se guardo una sfilata solo il fatto di trarre delle ispirazioni mi emoziona, soprattutto se ritrovo qualche caratteristica che mi appartiene. In termini di disegno, riesco a proiettarmi nel futuro e mi fa sorprendere di come si possa creare qualcosa che prima esisteva solo nell’immaginazione. Riuscire a riprodurre un disegno, sin dal momento in cui si sceglie il tessuto, quello perfetto, è qualcosa che ti porta al settimo cielo e alimenta la voglia portare a termine il lavoro, cucendo anche 15 ore di fila, finchè l’abito non è fatto. E quella è una sensazione WOW!

Nelle mie collezioni, in particolare, cerco di mettere in mostra il corpo femminile. Mi piace lavorare sulle trasparenze, far sì che le forme non vengano coperte ma siano lasciate svelate. Non lo trovo volgare, lascio che l’abito si adagi sul corpo mettendolo in evidenza, come una statua, e per questo ricorro a tessuti leggeri, colori neutri, misure oversize. L’effetto vedo non vedo ha un chè di elegante, trasmette la sensazione di libertà di un corpo nudo, pienamente in sintonia con la natura.
L’uomo invece lo immagino romantico, più femminile, svincolato dalle aspettative di un’apparenza virile. Un uomo libero di essere leggiadro e di non seguire lo stereotipo del macho.”

Cosa ti ha insegnato il percorso in Accademia, oltre alla preparazione professionale? Ti è servito a definire la tua idea di gusto?

“Assolutamente sì, anche se molto è legato alla mia curiosità. Leggo molti libri, biografie di stilisti famosi, e poi vedo documentari, seguo le sfilate. La vita accademica mi ha dato modo di conoscere professori validi che mi hanno fatto amare ancora di più questo mondo e mi hanno reso meno scettico su alcune cose che prima non mi convincevano. Diciamo che ci sono sempre stato dentro. Certo, la maturità e soprattutto la conoscenza mi sono servite, ma il più mi apparteneva già, grazie anche alle mie frequentazioni milanesi, all’esperienza di modello, all’interesse che ho sempre sviluppato per conto mio.”

Estetica e Sartoria vanno di pari di passo nel mondo del fashion design. Quali sono le abilità che entrano in gioco nella composizione di un moodboard: è la mano che guida il concept o viceversa?

“Prima c’è l’idea e da lì si parte per capire come lavorarla. Il progetto nasce con l’ispirazione, dopodichè si sceglie quello che è idoneo per realizzare una collezione, le immagini e i motivi da inserire nel moodboard . Estetica e sartoria vanno di pari passo, sì, ma è il pensiero che guida la mano.”

Uomo o donna? Quale target di abbigliamento preferisci realizzare?

“Uomo”

Credi che esistano ancora delle differenze di stile tra genere maschile e femminile o propendi per una concezione libera e asessuata dell’abito?

“Come dicevo prima mi piace seguire un mix che sia genderless, in cui uomo e donna potrebbero far parte della stessa linea, senza distinzione.”

Quali sono le tue ispirazioni? Ci sono epoche o figure particolari dalle quali prendi spunto per immaginare le tue collezioni?

“M’ispiro spesso all’antichità sia per i tagli e per i tessuti, che per gli aspetti estetici. 700 e 800 sono le mie epoche di riferimento, come per la mia ultima collezione ispirata ai corpi plastici del manierismo in cui ho messo insieme le forme sinuose della silhouette femminile agli spigoli classici dell’architettura. E poi c’è Bjork, lei è la mia musa! Mi sento molto legato a lei e ci penso anche in funzione di quello che non ho ancora disegnato.”

Quali sono i designer che apprezzi nel panorama del fashion contemporaneo?

Raf Simons, Ann Demeulemeester, Dries Va Noten. Ecco, lavorare per lui sarebbe il massimo!

C’è un’icona di stile che ti ha folgorato o con la quale ti piacerebbe collaborare?

“Bjork. Mi rilassa, mi concentra, la ascolto sempre mentre disegno.”

Come si è trasformato il tuo approccio all’abito da quando hai preso il comando sartoriale?

“Sono più pignolo. Diventare professionista significa fare caso a cose che prima non notavo. Ora so guardare le cuciture e riconoscere la qualità, distinguere il cheap da quello che non lo è. L’approccio è cambiato tanto, perché cucendo a mano o a macchina impari ad apprezzare la fattura, a partire dal tipo di filo, dalla sua resistenza. Il mio occhio è diverso, ora sono un perfezionista.”

Cosa distingue la tua idea di look tra quello che indossi e quello che crei?

“Io non bado a come mi vesto, ho talmente tante cose che non mi vesto mai nello stesso modo. Il mio stile non coincide con quello che creo, fondamentalmente perché non sono romantico nella vita tanto quanto ricerco il romanticismo nell’idea di moda.”

Cos’è per te l’originalità?

“È un concetto complicato perché ormai di originale non c’è nulla, è già stato inventato tutto. Forse sta nell’unicità di quello che sai di aver creato tu, che è rigorosamente tuo. È qualcosa di personale che racchiude in sé un pensiero e lo trasmette a chi la osserva, pur restando un’espressione molto soggettiva.”

Cos’è l’eleganza?

“L’eleganza è il corpo che si esprime liberamente, lasciando intravedere le sue forme naturali. Sta nel portamento, non solo nell’abito. Non ha a che fare con la formalità, ma sta nel connubio tra abito e persona. È non avere paura di mostrare la nudità, percepirla con naturalezza.”

In moda è tutto concesso o credi nella sacralità di certe forme classiche?

“È tutto concesso. Personalmente non amo il bondage, le aderenze, il latex: non m’interessano, più che altro. Non sto mai lì a denigrare il gusto altrui, perché se esiste vuol dire che a qualcuno nel mondo piacerà, anche se quel qualcuno non sono io.”

Su quale passarella sogni di portare le tue collezioni e in quale paese ti piacerebbe lavorare?

“Ovviamente il sogno sarebbe Parigi, l’emblema del romanticismo per eccellenza. Al momento non penso tanto a sfilare con un brand mio quanto di lavorare per qualcuno, Dries Van Noten sarebbe il massimo. Non m’immagino in Italia, ma per ora andrebbe benissimo lavorare anche qui. Però Parigi è Parigi!”

C’è un progetto in corso sul quale stai lavorando?

“In vista della prossima stagione sto lavorando su una collezione che si ispira ad un racconto. È la storia di un’attesa tra un marinaio in spedizione e la moglie che credendolo morto si trasforma in vedova, fino al suo ritorno. Per l’uomo ho ripreso alcuni elementi del mondo nautico, ad esempio l’utilizzo di nodi per le allacciature. Per la donna invece ho sviluppato il tema del lutto attraverso il nero e la rivisitazione in chiave moderna dei tagli dell’800: il damascato sul bomber, cappelli grandi e ornamentali a partire da coppole e berretti da baseball. È un progetto in corso d’opera ancora…”

CONTATTI
Instragram:@simonecagiati

Models: Gae Giudice, Francesco Cupini
Ph: Chiara Ricciotti

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Categoria:Cannella
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