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Pic-coli tra i Grandi: la fotografia come linguaggio e prestito affettivo

Non per tutti l’infanzia è uno spot dei cornflakes. Esistono bambini che diventano grandi senza sapere cosa significhi non esserlo in fondo sempre stati e ci sono grandi che non smettono di ammirare la meraviglia dei bambini, sentendosi come un loro riflesso attempato. Quei bambini e quei grandi spesso si osservano nella stessa persona, uniti a filo lento da un rimpianto di leggerezza. Si dice che l’età sia solo un numero ma per alcuni rappresenta un valore, sia quando si cresce che quando si ricorda la versione precedente di quello che siamo diventati. Esistono mancanze che restano bicchieri mezzi vuoti sul comodino e l’acqua è la vita che passa ma non li riempie. Stanno lì come una natura morta, ad adornare la nostra esistenza di nostalgia che non deve suonare come un sentimento temibile ma come una lente che aggiunge poesia dove si nasconde (e talvolta anche dove non c’è). È l’eco dei giorni perduti a raccogliere gioie come conchiglie. Le gioie piccole, ma preziose, da farci un ciondolo che poi si culla sul cuore e lì, negli anni, resterà assopito ma mai ceduto all’oblio.

Capita che certi nidi siano ruvidi al tatto, che la distanza sia un parametro non solo spazio-temporale ma anche affettivo, che le carezze latitino come ricercati speciali e tra fratelli non ci si prenda a lungo per mano. Può succedere che la natura umana non sviluppi l’istinto della morbosità, del contatto viscerale, della coccola scrocchiante. Che i genitori siano orsi polari e i loro cuccioli, pur sempre cuccioli, ma allevati nel clima artico della discrezione, della mitezza che tace i sentimenti e zittisce l’entusiasmo della condivisione perché si può stare insieme, amandosi tanto, ma farlo in silenzio, composti.

E in realtà non fa niente ma poi tutto un po’ fa.

L’immaginazione consente d’inventare i ricordi, la fotografia di estrapolarli dalla vita degli altri. Prendere in prestito la gestualità altrui e restituirla con gli interessi dell’espressione poetica. Si raccolgono per strada quegli estratti di tenerezza veloci e casuali, che rallentano il passo di chi li resta a guardare.  L’obiettivo li cattura ed è un rapitore gentile che fa della cura disinvolta il suo bottino dolce.

I primi passi tra le mani del papà che come un burattinaio premuroso dirige la scoperta del mondo, gli indici materni sempre puntati per segnalare un pericolo o l’orizzonte, le gambe a penzoloni per scavalcare le frontiere della meraviglia oltre il muretto, con una mano sul fianco per imparare ad avere coraggio e affrontare con prudenza la paura.

Affacciarsi alla vita adulta è un processo silente di cui nessuno è il vero autore ma solo un attore distatto da quello che gli capita. Non è uno spot dei cornflakes, ma è capire l’importanza della colazione. A guardarsi indietro spesso s’inciampa nel rischio della recriminazione ma ciò non succede se muove la rincorsa per cercare nel presente le istantanee di cui non siamo stati protagonisti. Se diventa la folgorazione, tutt’altro che triste, che rinnova il passato all’improvviso e lo completa, collezionando gli scatti di un album universale.

Questo discorso è pensiero fluente ma esistono sguardi che sanno allenare l’attenzione al dettaglio della disinvoltura, della cura ordinaria con cui si sincronizza il passo e si cammina vicino. È il caso di Stefano, la cui fotografia è un mezzo per redigere un dizionario d’immagini, con cui riscrivere i dialoghi di una familiarità poco parlata. Colmare d’ispirazione un vuoto comunicativo lasciato a galleggiare nella memoria di quand’era bambino. Attraverso il suo realismo  ravviva i toni di un’infanzia trascorsa in uno di quei focolari a tinte fioche, dove il calore si alimenta di un tipo di confidenza fatta d’implicito più che di complicità verbale. Lo sguardo si posa lì dove il bicchiere era rimasto asciutto e sorseggiare l’assenza diventa una forma di linguaggio, timida ma forse matura abbastanza per coniarne uno proprio.

 Nitido e normale, com’è condividere un viaggio, il tempo, un gioco. Com’è sedersi di fianco al risveglio e passarsi muti la scatola dei cornflakes.

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Instagram: @inno_del_perdersi

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Categoria:Basilico
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