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LA PANACEA DI TUTTI I MALI È LA DISTANZA: Quando l’emarginazione è un messaggio eco-solidale

Ci eravamo convinti, fino a qualche giorno fa, che per coesistere non fosse necessario essere fatti in carne ed ossa e che l’eremo, tutto sommato, fosse un’opzione auspicabile visti i tempi che corrono. Tutto troppo caotico, precario, indisciplinato e allora “quasi quasi lo sai che farei? Me ne andrei sperduto su un’isola deserta e chi s’è visto s’è visto, brutto mondo aurevoir”. Ma poi capita che da un giorno all’altro si fa quell’incontro che non ti aspettavi e che, senza preavviso, ti fa rimettere tutto in discussione: bisogni, rituali, stile di vita. Lo spirito di sopravvivenza torna ad essere un impulso avvertito in modo più o meno naturale ma, se non altro, politicamente doveroso. E badate bene: per “politico” stavolta non si intende niente di inaffidabile e pretestuoso ma di etico per la città, la grande città di cui siamo tutti residenti e ospiti. Il Corona Virus arriva in Italia senza invito, fa una di quelle improvvisate che non sai come liquidare all’uscio, quando Sanremo è appena finito, l’inverno pure, e la pazienza non ne parliamo. Proprio in un periodo storico in cui ci sentiamo tutti vulnerabili e stanchi un tarlo s’insinua nella nostra condizione di umani, abitanti, essere viventi ed ecco che la notizia di un virus rilevato dall’altra parte del mondo assedia il tuo mondo e, senza che si possa ridicolizzarla per molto, quella che era un’ipotesi remota di contaminazione diventa una vera e propria prassi cautelativa per arginare il contagio.

Ci ricordiamo, tutto d’un tratto, che siamo corpi. Non solo etere, elettorato, lavoro. Siamo corpi singoli da tutelare, che rivendicano un po’ di attenzione se li vogliamo indossare e farci strada nel futuro. Così, per prevenire l’epidemia, ci convinciamo in un primo momento che l’Amuchina possa funzionare da arma di distruzione di massa contro i batteri, dopodichè il provvedimento arriva al cuore, sia del problema che nostro: ci fanno capire che dobbiamo limitare le uscite, contare i cm che ci separano da chi abbiamo vicino, usare tanto sapone ma soprattutto prudenza. Devo ammettere che lo scetticismo iniziale aveva sedotto anche me, perché respingere il potenziale di pericolo con un approccio superficiale è un tentativo di auto-difesa tra i più diffusi, purchè si mantenga l’umiltà di farsi seri quando memare non può essere più un rimedio accettabile per sfrattare l’agitazione.

Mi sono trovata a riflettere poco sulle cause dell’isteria che ha colpito alcuni al principio, ma molto sulla riluttanza nel mettere in pratica i dettami governativi oggi. Credo, come al solito, che ci siano dei motivi radicati, imputabili non solo all’ignoranza del singolo (che comunque non cessa mai di stupire) ma anche ad uno stampo culturale di cui siamo tutti oggetto, per non dire vittime perché l’intelligenza è un potere che tutti dovremmo consultare più spesso.  

Ho pensato a tre argomenti in particolare, guardandomi intorno, dietro, e un po’ anche dentro.

Innanzitutto al nostro imprinting di ceppo etnico mediterraneo. La fama che precede gli italiani nel mondo è quella dei compagnoni simpatici e affettuosi, e effettivamente lo siamo – anche se fa strano dircelo da soli se non quando dobbiamo controbilanciare all’estero la vergogna dei disastri finanziari. Lo siamo non per carattere (esistono gli orsi polari anche qui), ma perlopiù perché siamo stati allevati così. Siamo un popolo di mamme chiocce che puliscono i cuccioli con la saliva, cresciamo come piccoli marsupiali sempre in braccio, attutiti dai colpi esterni nella bambagia della coccola e del focolare.  Siamo addestrati alla condivisione, a assaggiare il sugo dallo stesso mestolo, a accatastare gli spazzolini, a dispensare paia di baci a amici e conoscenti. A stringerci nel lettone, in ascensore, nella calca davanti al buffet, ammucchiati come sardine non solo in piazza e non solo per protesta ma per beata convivialità. Siamo quelli del Tuca Tuca, del buffetto sulla guancia, della confidenza all’orecchio. Il concetto di privacy è tarato sulla prossemica che un gruppo, all’interno di un perimetro locale, adotta e si tramanda per comunicare, non solo da un punto di vista verbale ma anche pragmatico. La distanza con cui ci si rapporta è una variabile che nel nostro caso è altamente ravvicinata, come se ci muovessimo sempre nella sfera dell’intimità, e questa nostra invadenza connaturata, chiamiamola esuberanza, sarebbe impensabile in una società diversa. Un orientale avrebbe timore, uno scandinavo forse orrore… Siamo una nazione di compaesani che non si fanno scrupoli a sgomitare, vuoi per prepotenza o per manifestare complicità. Non siamo tantissimi ma ci piace stare vicini, tallonare chi ci precede in fila e sentire il fiato sul collo di chi aspetta dietro, comodi nella morsa. Quasi intiepiditi. Ecco perché se ci dicono di mantenere la distanza obbligatoria di 1 m l’uno dall’altro in un attimo sentiamo freddo e non resistiamo a fare un passetto in avanti per accorciare il distacco.

In secondo luogo penso all’illusione che la tecnologia potesse sostituire la realtà, che il progresso ci aveva servito su un piatto d’argento. Tutti connessi, tutti virtuali, tutti pronti a bistrattare la socialità corporea perché in Rete avevamo l’impressione che non ci mancasse niente. Ci sentivamo pionieri di un Paese dei balocchi in cui, tra lo streaming e il delivery, l’essere umano che esce di casa era una versione obsoleta di quello pigro. Poi però succede che quella di evitare il contatto non è più una chance, ma diventa una norma e allora ecco che all’improvviso si verifica la perdita di riferimenti. Come succede quando ci si lascia perché ci si dava per scontati ci rendiamo conto che Netflix non è il cinema, che Just Eat non è la pizzeria sul corso, che Fb non è la comitiva con cui ci si dà la punta al solito posto, che il solito posto addirittura per qualche giorno lo hanno chiuso e la chat di gruppo su Whatsapp per darsi appuntamento diventerà il luogo dell’incontro. Uscire diventa una compulsione e la casa in cui ci piaceva oziare a scegliere acquisti on-line o consumare la galleria di Instagram ci fa venire la claustrofobia. Il Corona Virus, che è una malattia, paradossalmente funge da terapia d’urto per chi si era convinto che la virtualità potesse soppiantare il dinamismo della strada, della gente, della dimensione sociale con la -e finale. Forse quando sarà finito questo allarme ci nasconderemo meno dietro un profilo e recupereremo il gusto di mostrare la faccia e sollevare lo sguardo, lasciarlo a casa ogni tanto il telefono e aprirci ad esperienze fisiche in via preferenziale, allenare l’attenzione, distendere la cervicale non incurvandoci sullo schermo. Un po’ come nel mito della Caverna c’eravamo quasi assuefatti a guardare le ombre e quando è capitato che sono stati decretati irraggiungibili gli oggetti ci è montata la smania di precipitarci fuori. La brama di nullafacenza ha ceduto il posto al desiderio di ripristinare la normalità. Quella analogica, solo oggi rivalutata straordinariamente ordinaria.

Terzo punto è il ribaltamento dei ruoli e la doccia fredda delle coscienze. Parliamoci chiaro: quest’emergenza ci ha colto di sorpresa come l’iceberg per il Titanic e disubbidire alle regole sarebbe pari a calarsi una scialuppa per conto proprio, affrontando l’oceano in preda all’incoscienza. La paura, come il rischio, è un livellatore sociale ma ecco che in quest’epoca di “vecchi al potere” e giovani disgraziati l’ordine dei privilegiati viene ridefinito. Siamo passati dall’invidia per la generazione dei nostri nonni, che pur avendo patito la guerra non ha mai conosciuto le pene della frustrazione, a doverla proteggere per obbligo morale, perché stavolta la fortuna ha graziato noi e abbiamo finalmente una chance per fare gli eroi. La malattia ci rende i vantaggi della giovane età e ci arriva come uno schiaffo a ricordarci che non siamo nati perdenti ma che siamo pieni di energie per reggere i colpi, anche se tante le sprechiamo per piangerci addosso. Dobbiamo dimostrare adesso di essere adulti responsabili e non bambini cresciuti, di saper preservare i più deboli come le nostre famiglie hanno fatto finora con noi che non abbiamo una lira ma speranze da vendere (peccato solo che quelle nessuno se le compri). Non esistono più capri espiatori: anche i politici si ammalano, i ricchi, gli stranieri…Lo stato di allerta collettiva agisce da disinfestazione della rabbia. Ci esorta a comprendere che non esistono sempre le colpe ma più importanti sono gli obiettivi e che egoismo e indignazione sono zavorre che allontanano dalla meta.

Per non avere paura in questo momento dobbiamo riscoprire l’innocuità della solitudine, la sua funzione catartica. Stare da soli e essere soli sono due condizioni profondamente diverse: la prima ha che fare con la distribuzione di persone nello spazio, mentre la seconda paga lo scotto di un risvolto deprimente. Sentirsi soli rappresenterebbe il fallimento della società, che lascia dimenticato un suo membro e lo consegna all’oblio. Ma in questi giorni nessuno è solo, siamo solo momentaneamente distanti.

Stare diversamente insieme per un po’ sarà un pretesto per riprendere familiarità con la nostra natura di essere umani, creature sensibili fatte di mucose, psicosi, noia e abbracci mancanti. Darsi alla fuga o agire nell’anarchia sono tentazioni spavalde dettate dal panico, soluzioni ridicole come l’ansia o l’ipocondria. Vanno compatite come reazioni immediate, purchè si convertano subito in qualcosa di sensato e non rappresentino mai una minaccia per qualcun altro perché questo allora non sarebbe più sciocco ma criminale.

Quello che sta succedendo non è un meme, né l’apocalisse. Prendiamolo come un esercizio di improvvisazione a tema surrealista e facciamo la nostra parte. Lucidi, calmi, ma seguendo il canovaccio.
E forse un giorno, chissà, questo episodio della nostra storia lo racconteremo ai nipoti, quando i nonni saremo noi e, ai loro occhi, sarà il nostro turno di apparire eroi…

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Categoria:Basilico
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