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CHI FA LO SNOB NON è FIGLIO DI MARIA: Per una televisione della responsabilità

Quello che apprezzo dello stile comunicativo della De Filippi è che lascia che le persone si mostrino come vogliono. Non necessariamente per quelle che sono ma per come intendono rappresentarsi. In questa sua quieta tolleranza dell’uso che ognuno decide di fare di sé non c’è mai la pretesa di promuovere modelli esamplari ma anzi piuttosto persone disgraziate, con obiettivi discutibili e carisma la maggior parte della volte non da vender ma da acquistare.

Maria De Filippi nei suoi programmi non si è mai fatta problemi a parlare di sponsor o serate che illuminano gli occhi a tronisti e spasimanti, non ha mai nascosto di avere i suoi pupilli, non tutti però, solo quelli che effettivamente la conquistavano guadagnadosi fiducia e un’occhio di riguardo. Non ha mai aizzato il pubblico a dare il peggio di sè ma ha lasciato all’espressione popolare modo di sgolarsi e trascendere, seduta per terra, senza scandalizzarsi per le cadute di stile di un pubblico non addestrato all’applauso in modalità silenzioso. Non ha mai assolto né condannato nessuna famiglia malfamata o bigotta sui puff di “C’è posta per te”, ha dispensato “è vero, ha sbagliato, ma hai provato a metterti nei suoi panni?” che non giustifica mai ma rende illuminata la via del perdono.

Non ha censurato i deliri di onnipotenza degli allievi di Amici, ha lasciato fallire quelli acerbi e consacrato gli artisti maturi, né ha edulcorato il sadismo dei professori, lasciando al pubblico e al palco i rilevatori del talento. Ha sviscerato le ragioni dietro un paio di corna, con un racconto pepato e struggente sul corso naturale dei sentimenti, sui mutamenti delle coppie tutte, non solo quelle sedute su un ceppo di legno davanti al falò, non solo quelle che durano ma anche quelle che non reggono all’urto della tentazione. Ha invitato nei suoi programmi attori di Hollywood che avevamo visto solo al cinema, muniti di assegno per regalare un po’ di fortuna a chi non ne ha avuta da un po’ e accolto in prima serata i leader politici di turno introducendoli a malapena, permettendo loro di esprimersi senza paroloni, con un linguaggio informale magicamente né provocatorio né maleducato. In totale par condicio, ovvero intimiditi per una volta perchè a Maria non gliela fai, anche se ti lascia fare.

Per non parlare di quando tollera pazientemente la competizione dei vecchi che si sfidano a valzer, le loro crudezze nel manifestare pulsioni sessuali, le contrattazioni patrimoniali, la mitomania, dando prova di quanto gli anziani abbiano bisogno di essere ascoltati e di creare ricordi nuovi di zecca per non stancarsi di combattere quella bestiaccia che è la solitudine. Mai ridicolizzandoli ma dimostrando sempre una divertita compassione.

Trovo che ci sia in questo repertorio, talvolta discutibile, di temi e persone un messaggio di fondo che è massimamente importante ed è quello della responsabilità. Non voglio peccare di sintonia – non posso sapere se la ricambierebbe – ma sono quasi convinta che Maria sarebbe d’accordo con me nel pensare che il mezzo televisivo non può fare le veci dell’educatore (famiglia, scuola, etc) ma che il suo prerequisito per essere fruita in modo sano sia lo sguardo dello spettatore, messo alla prova nella sua autonomia. La televisione ti intrattiene innanzitutto, ma un po’ pure ti esamina nell’abilità di distinguere il bene dal male, il vero dal falso. Chi non capisce questo ma la ingurgita senza assaporarne i contenuti e le strategie paga lo scotto della sua ignoranza o, al contrario, la rigetta come fosse una scatoletta per gatti quando invece il vero superficiale non è chi si nutre di tutto ma chi limita il proprio giudizio all’evidenza, senza assumersi l’onere di uno sguardo profondo su quello che gli si prospetta davanti.

La televisione della De Filippi, in questo senso, ha il merito di non indicare miti né impartire principi ma di proporre uno scenario in qualche caso imbarazzante dell’umanità che, a pensarci bene e senza voler fare gli snob, è poi la stessa identica di cui facciamo parte noi. Con le ripicche sentimentali, la vanità, i parenti scomodi, i traumi dell’infanzia, i ricordi di scuola, le pene d’amore e i pensieri proibiti (che però per nostra fortuna nessuno filma mai).

Ogni televisore in fin dei conti è solo un elettrodomestico che si accende e si spegne, e goderne è possibile a patto che il nostro pensiero non faccia altrettanto. La distanza di sicurezza tra il divano e lo schermo io la scorgo spesso nell’atteggiamento di Maria. Una donna apparentemente fredda ma palpabilmente sincera, senza reazioni forzate ma che vi assiste riportando in auge l’equilibrio del pacato buon senso. Senza smancerie ma con un istinto materno in incognita sempre in allerta. Senza la minima vergogna di ridere per il soggetto strano di turno, perché che ci sia o che ci faccia, ridere è sempre più onesto farlo a viso aperto che alle spalle.

Maria accoglie nei suoi programmi cani e porci, lasciandogli il tempo di smascherarsi da soli o di farsi apprezzare. Non contesta le maschere, non le esclude, ma vede le persone che ci si nascondono dietro e lascia loro il costo/beneficio di venire allo scoperto, prima o poi, migliori o peggiori di quello che sembrano. Dico questo non lo so più neanche io perché ma forse perché do massima importanza al concetto di responsabilità, ecco. Ognuno lo è per sé, chi si mostra e chi lo giudica, alla pari. Il problema non è mai l’oggetto in sé ma la lucidità di chi lo definisce, la sensibilità di chi lo comprende.

La televisione fa male se sottovalutiamo il potere del nostro cervello. La De Filippi, invece, fa sempre bene perchè non ha paura di sedersi per terra.

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