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Di aria e di pelle: Le confessioni fotografiche di STELLA GERMANA.

Germana Stella è un magnete per gli occhi. La sfrontatezza della sua intimità fa di lei una musa aliena all’estetica artificiale del web, come un candelabro soffuso tra le lampade al neon.  

Nel suo diario fotografico si susseguono i ritratti laconici di una donna che, giorno dopo giorno, impara ad abitare la propria immagine, arredandola di consapevolezze e desideri raggiunti.
Abbracciare se stessi. Essersi compagni, né schiavi né padroni. Disubbidire ai tentacoli della perfezione.

Attraverso la fotografia Stella confessa le conquiste di un lungo percorso di auto-analisi che l’ha portata a ricongiungersi allo specchio e ad accarezzare il proprio riflesso senza sfidarlo a duello. Quello che era un appuntamento col nemico diventa un rito d’identità, l’armistizio con la propria immagine, una culla per le fragilità che nell’essenziale trovano conforto.

Senza filtri e disinteressata ai canoni, ogni posa si concede alla macchina fotografica senza intenti di seduzione, dettata solo dall’impulso di immortalare il momento e preservare la nudità come atto d’amore verso se stessi, mai merce di scambio da barattare col giudizio di chi osserva.

La metamorfosi fisica si presta solo in apparenza a documentare la rivalsa di un’anima che si slega dalle catene dell’insoddisfazione per mostrarsi, nuda e fiera, al suo io.

Da 10 anni Stella si presenta ogni mattina all’obiettivo per sorprendere il suo stesso sguardo con una diapositiva che è una dichiarazione d’appartenenza. “Questa sono io”, e non volersi diversa è la sua massima espressione di libertà.

Il tuo diario ha una natura ideologica, ma anche spirituale. Con quale stato d’animo hai scattato le prime pose e qual è stato il momento in cui hai deciso che una pratica privata poteva trasformarsi in progetto artistico?

“Ho scattate le prime foto senza pensare. Sentivo il bisogno di esprimere qualcosa che mi veniva da dentro e in quel momento il modo più facile per riuscirci mi sembrò premere il grilletto della macchina fotografica. Probabilmente se avessi saputo ballare o cantare avrei fatto quello…Quello che m’interessava era fermare un’emozione precisa, senza preoccuparmi dello sfondo o di riordinare la stanza. Volevo un’istantanea di quell’istante per riguardarla anni più tardi e poterlo rivivere.

È stato l’interesse che suscitava negli altri a convincermi di portarlo avanti come progetto. Quando hanno cominciato a contattarmi galleristi e blog per esporre il mio lavoro ho capito che non riguardava più solo me ma che quello stesso sentimento di malinconia accomunava tutti. È stato allora che per me è diventato un vero studio sull’essere umano, un modo per confrontarmi non solo con me stessa ma per comunicare agli altri.”

Poni l’idea di bellezza in un limbo tra libertà d’esposizione e mistero. A cosa pensi quando affronti l’obiettivo? Quale destinatario t’immagini all’altro capo dello sguardo?

“Come ho detto non penso a niente, né m’immagino che qualcuno mi guardi. Scatto per me. Quello della fotografia è stata per me una forma di psicanalisi che mi ha accompagnata negli anni: per scoprirmi, per piacermi, per imparare a volermi bene. Se avessi dovuto immaginare di mettermi in posa per qualcun altro non ne sarei uscita viva, invece non m’importa. Non m’importa il giudizio di chi guarda.“

Tra i tuoi interessi quello di attirare l’attenzione o di abituarla ad un “uso” essenziale del corpo?

“Entrambe. So che un corpo nudo attira l’attenzione, quindi mi aspetto che in questo modo il messaggio di abituare lo sguardo ad un certo uso del corpo arrivi prima.”

L’idea da cui nasce il tuo progetto è la dignità dell’immagine immune da canoni artificiali. Ti sei sempre piaciuto o la tua self-confidence è frutto di una conquista sofferta?

Decisamente la seconda. Non mi sono mai davvero piaciuta con il mio corpo e per anni mi ci sono sentita come un’estranea dentro. Di solito non mi fermo davanti allo specchio per più di un minuto, giusto il tempo di controllare che gli abbinamenti di quello che indosso non siano troppo bizzarri, e poi scappo via. Scappavo via…poi devo dire che grazie alla fotografia e all’aiuto di una psicoterapeuta ho piano piano iniziato ad accettarmi. So che può sembrare il contrario per una che espone il suo corpo come faccio io ma il messaggio che cerco di lanciare è: “questo siamo e accettiamoci così, senza ambire a una perfezione che tanto non esiste!” Quello che vorrei trasmettere è non essere superficiali nel pensare che la bellezza sia tutto.”

Si parla spesso di rivoluzione femminile in atto: a che punto siamo, secondo te, nel processo di legittimazione della donna e della sua autonomia? Esistono ancora stereotipi soffocanti, sia fisici che morali, a cui è sottoposto il gentil sesso?

“Sì, penso che se da un lato abbiamo fatto dei progressi per andare avanti, dall’altro ogni giorno ascolto frasi o assisto a scene che, oltre che farmi tristezza, mi dimostrano quanta strada ci sia ancora da fare prima che la rivoluzione sia conclusa.”

Cos’è per te il narcisismo e cosa la censura? Quali sono le cose che, al giorno d’oggi, meriterebbero ancora di fare scandalo?

“Quello del narcisismo è un concetto che non ho mai considerato granchè ma se dovessi definirlo direi che è la caratteristica di quelli che pongono se stessi al centro di tutto. La censura, invece, è ciò che impedisce di essere liberi di esprimersi e che vieta a qualcuno di dire la sua, per esempio, attraverso il nudo. Lo stesso fatto di oscurare i capezzoli, nel mio caso, è un po’ come impedirmi di pronunciare delle parole. Per evitarla ho trovato un escamotage che è quello dei disegni e degli scarabocchi con cui ricopro le mie fotografie.

Credo che la censura dovrebbe valere per la pornografia vera, quando la donna viene mercificata. Ma anche per le parole, per la pedofilia, per la violenza contro gli animali.”

Quali sono i confini del pudore nella tua concezione del corpo? Lo consideri un limite o un valore?

“Entrambe. Non si deve mai superare una certa soglia, oltre la quale si trascenderebbe nella volgarità e allora non si tratterebbe più di arte o di trasmettere un messaggio sensato. Anzi, sarebbe più facile per gli altri a fermarsi in superficie, all’immagine di un pezzo di carne, senza andare oltre.”

Quando, dove e come realizzi i tuoi scatti? C’è una routine o la scelta del momento è casuale?

“Può cambiare tutt’al più la location, a seconda del posto in cui vivo, ma in genere è una routine che si ripete. Mi sveglio, faccio le mie cose, porto fuori il cane, poi al ritorno piazzo la macchina fotografica sul cavalletto già impostata x9, e scatto. Tra quelle prime nove c’è il ritratto che scelgo. Mi fotografo sempre la mattina, è il momento in cui mi sento più ispirata.”

Quali differenze riesci a notare nella metamorfosi del tuo aspetto? Il cambiamento ti spaventa o affronti con coraggio la possibilità di mutare?

“Mi spaventa ma questo progetto mi serve proprio per accettarlo. È la natura: non possiamo fermarla.

La metamorfosi che vedo sta per prima cosa nelle dimensioni, nelle variazioni del peso. Avendo sofferto per anni di disturbi alimentari all’inizio mi concentravo soprattutto su quello, poi con gli anni ho cominciato a notare il cambiamento anche negli occhi, nell’umore, se ero triste o felice…Nelle foto riesco a guardarmi meglio che allo specchio per scoprire cosa ho da dire.”

Pensi che il corpo sia più uno specchio o un’armatura per l’anima? Il tatuaggio, in un certo qual senso, può rappresentare una maschera per la nudità?

“Un’armatura. E anche il tatuaggio, in effetti, è stato un modo per coprire un corpo che non mi piaceva.”

In che modo la commistione tra fotografia e grafica ti aiuta a d esprimerti?

“Come dicevo, inizialmente volevo trovare una soluzione per aggirare la censura e così ho inventato un modo che poi, col tempo, è diventato il tratto distintivo dei miei scatti, qualcosa che rende riconoscibile il mio stile. È una firma. ”

Qual è la differenza tra fotografare gli altri e fotografare se stessi?

“Nessuna. Quando fotografo gli altri cerco comunque qualcosa di me, solo che non sempre riesco a trovarla e così torno a fotografarmi da sola. Resta una connessione di fondo perché con le mie fotografie cerco di comunicare agli altri e negli altri percepisco qualcosa di me. L’analisi mi ha insegnato a sviluppare una certa empatia, per cui spesso riesco a dire agli altri quello di cui hanno bisogno, solo immaginando ciò che vorrei sentirmi dire io. È come uno scambio tra persone che riconoscono qualcosa di simile.”

In che direzione ti piacerebbe spingere la tua propensione artistica?

“Mi è capitato già di esporre in galleria e mi piacerebbe continuare su questa strada: inaugurare la mostra, far circolare le mie foto e poi tornare al sicuro nella mia stanza. Per ora mi basta così.”

CONTATTI
Instagram: @Je_suis_bordeaux
Facebook: Germana Stella

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Categoria:Cannella, Life, Woman
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