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AMELIA: Gli Ultimi e il viaggio in fuga dalla normalità

Amelia è un nome di donna, adattato a un artista che le donne le insegue, in una rincorsa senza fiatone, in cui si disegnano intenzioni e caratteri “come bambini, unendo i puntini”. Con un congelatore al posto del cuore si lascia ammaliare da sorrisi senza impegno e punta il dito sul mappamondo per fissare gli scenari di emozioni al tramonto e incontri fatali al gusto di thè al limone. Non è l’amore ma la scommessa sul domani il nervo della sua produzione cantautorale.

Lorenzo Di Pasquale, 30 anni non ancora compiti, spolvera la laurea di ingegneria e in un soffio di vento con la mente già è altrove, in viaggio con la sua immaginazione, perchè sa che le parole a volte contano più dei numeri, specie per uno come lui che di musica non vive ma attraverso la musica dà vita a nuove storie.

Il suo disco “Gli Ultimi” è il diario di bordo di un cantautore che ama definirsi classico piuttosto che indie. Nelle sue canzoni si intrecciano pensieri e città e ogni passione è descritta come una tappa bruciata dal tempo. Il sentimento del cambiamento incalza, sotto forma d’ipotesi o di ricordo improvviso, e il ritmo lo sostiene, traccia dopo traccia, come in un album musicale di fotografie.

Partiamo dal principio: Com’è cominciata la tua esperienza da musicista?

“Inizia a 16 anni, tra i banchi di scuola, insieme ad un mio compagno che suonava la chitarra. Mettemmo su un gruppo, Le Ceneri, e in principio nasco batterista, prima di spostarmi al centro dell’attenzione come cantante. In gruppo mi sono fatto le ossa fino al 2015, dopodichè ho proseguito da solista portando con me il bagaglio accumulato in quegli anni ma cambiando metodo di approccio alla musica. Mi sono appassionato alla scrittura e ho cominciato ad apprezzare la musica italiana che fino a quegli anni avevo trascurato. Poi ho anche deciso di cambiare nome…”

Quando e perchè avviene il battesimo in Amelia?

“Mi chiamo Lorenzo Di Pasquale e la verità è che non mi suonava il mio nome, così mi sono convinto a scegliere un nickname, come va tanto di moda. Cercavo un nome che non fosse casuale o solo bello esteticamente ma ne volevo uno che racchiudesse un senso profondo. Amelia è il nome di mia madre: lei è pittrice e ha il merito di avermi introdotto sin da piccolo alla creatività. In qualche modo mi sembra di portare avanti un filone generazionale nella direzione dell’arte, per così dire.“

Quali artisti ti hanno formato nell’ascolto e quali apprezzi oggi tra i tuoi coetanei?

“Ho iniziato con il rock classico dei Led Zeppelin, Deep Purple, fino ai Queen che rimarranno sempre nelle mie influenze come si sente dall’album. Ho sviluppato anche passioni per altri generi come il punk rock o il metal, ma sempre nel panorama inglese. Poi a 23 anni mi sono innamorato  della musica italiana: Battisti, Dalla, Vasco Rossi, ma anche Cremonini. Fino a quel momento scrivevo poesie in italiano e canzoni in inglese, quando si sono unite lo hanno fatto sulla strade del cantautorato.

Dei miei coetanei apprezzo Calcutta, che ritengo per alcuni versi un visionario…”

Da quando scrivi canzoni in italiano continui a scrivere poesie o hai trasferito definitivamente l’ispirazione nella musica?

“Devo dire di no, non le scrivo più ma non credo sia legato alla musica quanto all’età. A scuola mi divertiva scrivere sonetti, adesso tutt’al più mi capita di scrivere qualche pensiero.”

La prima esibizione in pubblico?

“BOOM! Mi ha fottuto per sempre, è stato il concerto più bello della mia vita! Era il 22 dicembre del 2008 e con la mia prima band ci esibimmo nel mio paese di origine, Isola del Gran Sasso (TE). Eravamo sotto Natale, e forse anche un po’ per spirito provinciale, fu un successo pazzesco. Il pubblico era coinvolto e ci mostrò tutto il suo entusiasmo. Pensai che se quella era la vita del musicista era quello che volevo fare!”

Scrivere o suonare: quale attitudine ti appartiene di più?

“Direi scrivere: ho imparato a suonare per accompagnarmi mentre cantavo. Il canto è la vera valvola d’espressione. La scrittura invece ha un momento esatto, che è quello in cui hai finito di scrivere, che credo sia in assoluto il più bello perché hai creato qualcosa che prima non c’era. Prima di quel momento mi sento agitato, finchè finalmente non vedo venire alla luce quello che avevo dentro.”

Quando hai capito che la passione per la musica si stava trasformando in ambizione?

“Subito. Dal primo giorno, da quel primo concerto…Prima forse non ne avevo la coscienza, era più un sogno. Adesso vorrei svegliarmi la mattina e farlo di mestiere, sapere che posso viverci.”

Cosa cerchi di trasmettere con le tue canzoni: racconti storie o racconti di te?

“Racconto di me, ma dipende dalle canzoni. Parlo sempre di me, di sfoghi o di vicende che ho vissuto, a volte però può capitare di romanzarle per rendere tutto più cinematografico.”

Descrivici le tue muse. Sembri rivolgerti sempre a pupe disilluse, in fuga dall’amore…

“Il mio percorso solista comincia in coincidenza con la rottura di una storia importante. In realtà io non scrivo d’amore, scrivo di donne perché ritengo che la figura femminile riscuota un impatto emotivo diversa e abbia un altro passo a livello poetico. Nella trasmissione delle mie sensazioni riferirmi a chiunque altro non renderebbe lo stesso.”

Nei tuoi pezzi evochi spesso degli scenari fotografici: c’è il lungomare, Seoul, Berlino.  Si tratta di mete immaginarie o attraverso la musica componi un diario di bordo?

“Di solito ho delle immagini chiare nella mia testa e descrivo quello che vedo. Averle vissute spesso mi aiuta a immaginare ma a volte le invento perché calarle in un certo scenario aumenta la resa emotivo. È un “diario di bordo” sì, tra virgolette.”

Partire, scappare, cambiare sono concetti che ricorrono spesso nei tuoi testi. Ti spaventa più il domani o la routine?

“Forse la routine. Come dico in un mio testo “Domani sarà tutto uguale, nient’altro che un giorno normale” e con questo concetto credo di rintracciare un pensiero comune alla generazione che rappresento. La paura di essere catapultati in una dimensione che offre un ventaglio infinito di possibilità e l’incapacità di sceglierne una fa sentire inermi, davanti a un mondo che ci bombarda. È così che la routine diventa cancerogena a lungo termine.”

Quanto hai aspettato di incidere un album e cosa ti aspettavi dopo averlo pubblicato?

“Vengo già da un EP uscito nel 2017 ( in collaborazione con lo studio di produzione aquilano ALTI Records), contenente 4 canzoni, autoprodotto, auto-suonato, auto-tutto. A distanza di 3 anni è uscito Gli Ultimi e non mi aspettavo niente. Senza una spinta mediatica e pubblicitaria forte purtroppo i dischi tendono ad avere vita breve. Quello che mi premeva era uscire per non ingolfarmi di pezzi inediti perché sarebbe stato frustrante. Volevo tirare fuori il mio lavoro, non vedevo l’ora, e poi concentrarmi su altro.”

Hai già nuovi brani nel comodino? In quale direzione sta evolvendo il tuo stile cantautorale?

“Sì. Nelle ultime canzoni calco molto sulle ruvidezze dell’essere umano. Il mio sguardo a tutto tondo sull’umanità mi porta a contrappore due sfere complementari: una platonica, eterea e una invece più carnale, sanguigna. Mi piace sia trascendere che mettere le mani nel fango e recentemente sto insistendo proprio su questo binomio.”

All’interno del panorama musicale, nelle file di quale genere ti porresti? Indie?

“Sì, cioè no. Non mi sento indie, credo che il mio sia un disco classico (con qualche sfumatura indie).”

Credi nel matrimonio tra cantautorato e pop?

“Sono un sostenitore della contemporaneità, in tutte le sue forme. Non disdegno neanche la trap, per esempio, e non escludo di inserire qualche sua influenza nei miei prossimi lavori. Non sono per il razzismo musicale, certo è che non so se sarà mai raggiungibile il livello di certi capolavori del passato.”

Cos’è per te la gavetta?

“La gavetta è distruggersi il fegato. È la cosa più tosta del mondo e debilitante a livello morale. Finchè non raggiungi i numeri e la credibilità resti l’ultima ruota del carro. La costruzione di un sistema che regge è la difficoltà più grande per un artista che vuole fare musica .”

Qual è la differenza tra aspirazione e progetto?

“Progetto viene dal latino, è una proiezione quindi una visione futura. L’ambizione è volerla raggiungere. Direi che una cosa serve a realizzare l’altra.”

Qual è la marcia in più degli ultimi per diventare primi?

“Gli ultimi si sentono primi nell’essere ultimi. Nel cercare dal basso, in quella spontaneità, la bellezza così come viene, all’acqua di rose.”

A proposito di ultimi, last but not least, perché il thè al limone è migliore di quello alla pesca?

“A me veramente piace quello alla pesca, ma cromaticamente mi sembrava che quello al limone rinfrescasse di più la scena del tramonto. Perché è vero che è più rifrescante di quello alla pesca.”

CONTATTI:
Facebook: AMELIA
Instagram: @ameliacanta
Spotify: https://open.spotify.com/artist/7Hw9yAOIemeihHp2QQbgan?si=__pImaKJRSWkYxoGgUTZ-w

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Categoria:Basilico
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