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Sanremo goodbye. le pagelle di VALERIO MARIANI

Prima di salutare la 70° edizione del Festival, per Navel Magazine, scavalca in cattedra Valerio Mariani, critico musicale inedito pronto a impugnare il matitone rossoblu per giudicare le canzoni della più prestigiosa sagra di casa nostra… perchè un musicista a riposo è pur sempre un ascoltatore serio a cui dare credito, non necessariamente retta!

Rancore – Eden

Antico testamento, Iraq, 11 settembre, Isaac Newton, Siria, Paride, Giunone, mafia. Sembra un foglio su cui Thomas Moore dopo aver fatto binge watching di tutte le stagioni di Xeena abbia scritto appunti deliranti per il suo prossimo film, ma non è così. Potrebbe essere una lavagnetta su cui Roberto Calasso abbia fatto brainstorming cercando ispirazione per il prossimo libro, ma neanche. È la canzone di Rancore a Sanremo 2020, una canzone terribile.

Riki – Lo sappiamo entrambi

La cosa migliore di Riki in questo Sanremo è stata quando ha chiesto ai suoi fan di non votare la sua canzone.

Paolo Jannacci – Voglio parlarti adesso

 Allora, Paolo, mi stai simpatico, ti voglio anche bene, però la canzone non va.

Zarrillo – Nell’estasi o nel fango

Dai, che gli vai a dire a Zarrillo? La parte migliore comunque è quando sembra Mango.

Alberto Urso – Il sole ad est
Carina quando modula di tonalità al minuto 2.37, il problema è che i precedenti 2.36 minuti dell’esibizione sono scarsamente convincenti. Apprezzo comunque il coraggio e il temperamento.

Enrico Nigiotti – baciami adesso
Belli gli archi, però la canzone non arriva, forse anche complice una performance un po’ così così.

Irene Grandi – Finalmente io
Mi era piaciuta di più “Bruci la città”.

Achille Lauro – Me ne frego
Ci sono due modi per diventare un’icona: il primo è diventarci in base a quello che si dice o si fa, il secondo è decidere  arbitrariamente di diventarlo, dire a sé stessi: “da domani sarò un’icona!” E via, dal giorno dopo ci si inizia a comportare da icona. Achille Lauro fa indubbiamente parte della seconda categoria, si è fondato da solo, e la cosa è senza dubbio interessante, però la canzone non è bella, e declinare la femminilità come candore ed eleganza può essere senza dubbio condivisibile, poetico, romantico, ma forse ad oggi abbiamo bisogno di sentire nuove narrazioni sulla femminilità.

Levante – Tikibombom

Imbarazzante. Ma non voglio essere cattivo, anzi, da un certo punto di vista dico che il pezzo spacca e sono sicuro che funzionerà, è che davvero, se avessi scritto io una canzone così mi sentirei in imbarazzo a cantarla.

Pinguini tattici nucleari – Ringo Starr

Dentro questa canzone non ho trovato nulla che mi piace, da nessuna parte, però è una roba dance talmente orecchiabile che potrebbe averla scritta Dj Francesco. Potenziale tormentone.

Elettra Lamborghini – Musica (e il resto scompare)

Quello che ci si aspettava da lei, niente più niente meno, parliamo di una canzone da balli di gruppo estivi, ma comunque gradevole.

Junior Kelly – No grazie

Dai, ci sta.

Raphael Gualazzi – Carioca

Vuole essere una canzone fusion italia-brasile, ma forse pecca di sofisticatezza, o forse semplicemente arriva poco, fatto sta che non viene da ballarla, il che è tutto dire sulla riuscita dell’esperimento.

Rita Pavone – Niente (resilienza 74)

Se penso a Rita Pavone la prima cosa che mi viene in mente è il suo Gian Burrasca, ovvero questo elfetto androgino prodotto dalla rai negli anni ‘60 che non è né uomo né donna, né adulto né bambino, ne parla anche Umbero Eco in un suo saggio del 1964 (Apocalittici e Integrati). Ora, invece, appare in tutto lo splendore di donna ultrasettantenne, piena di talento e cazzimma e con la canzone giusta per portare questi sul palco.

Elodie – Andromeda

Parte bene, l’arrangiamento cresce in maniera interessante, poi partono 10 secondi di disco music, poi abbiamo archi e percussioni, poi riparte la disco, il tutto lascia un poco confusi. Avete presente quel gioco in cui io scrivo una frase, ti lascio vedere solo l’ultima parola e tu continui? Ecco, questo brano sembra fatto così. Ma lei comunque è brava e nel pezzo tocca picchi interpretativi notevoli.

Piero Pelù – Gigante

Sembra la sigla di un cartone animato, e, nonostante l’eventuale nostalgia per i tempi di Bim Bum Bam, diciamo che questa non è proprio una cosa positiva. Però i suoni sono molto belli, l’arrangiamento è ben fatto, e, ultima ma non ultima per importanza: a cantarla è Piero Pelù. Questi sono tutti bonus non da poco per cui la canzone raggiunge comoda la sufficenza.

Bugo e Morgan – Sincero

Sono un fan di Bugo, o almeno di un certo Bugo, quello dei primi album pop-lo-fi. Poi da un certo periodo c’è stata una svolta verso un modo di fare canzone convenzionale, a quel punto ho smesso di seguirlo con interesse. Questa canzone segue questo modo di fare musica, ma ha qualcosa in più, che non è Morgan, bensì una manciata (Q.B.) di spensieratezza leggera che caratterizzava il primo Bugo. Questo è un bonus. Nel complesso canzone carina.

Tosca – Ho amato tutto

Che dire, voce pazzesca, ottima peformance, canzone senza lode né infamia.

Gabbani – Viceversa

È una canzone riuscita, molto orecchiabile, dotata di una struttura piuttosto elaborata e un ottimo lavoro armonico che la rendono una bella bombetta sanremese pur non essendo a mio avviso un pezzo pregiato.

Le vibrazioni – Dov’è

Finalmente una canzone bella. Soluzioni melodiche orecchiabili ma non per questo banali. Avevo pensato a una cosa da scrivere su questa canzone mentre guidavo, ora però non la ricordo più.

Marco Masini – Il confronto

Questo pezzo sembra un pezzo di Coez, solo che è scritto meglio arrangiato meglio e cantato meglio. Marco Masini dimostra che può fare le canzoni come le fanno i giovani d’oggi (ok boomer!) però meglio.

Giordana Angi – Come mia madre

Parte quasi come una crooner (ma esistono donne crooner?), poi esce fuori una grande interpretazione canora. Le cose che stanno nel passato non si possono cambiare, però voltarsi indietro e guardarle e capirle e cantarle in maniera catartica è un gesto che non è mai banale e attirerà sempre la mia attenzione.

Diodato – Fai rumore

Canzone che fa venire il classico brividino dietro la nuca. Mi ricorda un altro pezzo che ha vinto Sanremo: “L’essenziale” di Marco Mengoni. Con Diodato abbiamo più pathos, la canzone di Mengoni è un po’ più articolata in struttura e arrangiamento, ma come stile siamo lì. Una canzone bella, ma deve tutto al suo ritornello.

Anastasio – Rosso di rabbia

Questa retrospettiva critica su come investire la propria rabbia è un bel tema, poi chi si sabota da solo ha sempre il mio interesse. Il pezzo è figo, la linea melodica del cantato è sincera e rapsodica, suoni crossover, per la prima volta sento un po’ di saturazione bella nel festival di Sanremo. Ovviamente non è un pezzo da vittoria a Sanremo, ma va comunque dritto al primo posto perché è la canzone che mi ha colpito di più.

A cura di Valerio Mariani

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Categoria:Basilico
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