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Venice in reverse: gli scorci e i capogiri nelle doppie esposizioni di Giulio Gattuso

‘’Alcuni progetti sono nati come se avessi avuto delle intuizioni, non ci penso su due volte, sento che devo fare un genere di foto e quindi le faccio’’

Giulio Gattuso è un giovane fotografo, siciliano di nascita e friulano d’adozione. Si trasferisce a Gorizia nel 2010 per frequentare il corso di laurea magistrale presso il DAMS del capoluogo e si laurea regolarmente qualche anno più tardi con una specializzazione in restauro cinematografico.

Lo studio dell’audio-visivo incrementa nella predisposizione di Giulio una passione di vecchia data per la narrazione fotografica. È infatti dai cimeli di famiglia che, già ai tempi dell’infanzia, prende origine un interesse sempre più serio per l’immagine impressa su fotografia, pratica artistica che avvia il suo sviluppo concreto nel giorno in cui impugna tra le mani la sua prima Reflex. Con l’obiettivo fotografico stringe un rapporto solidale di avanscoperta tecnica e percettiva, mettendo a punto un proprio laboratorio di sperimentazione che presto fonde con il video. È proprio allora che intercetta nel panorama creativo un ruolo che veste a pennello la sua inclinazione professionale, ossia quello di direttore di fotografia per il cinema.

‘’Quando ero piccolo mio padre aveva da poco smantellato la sua camera oscura e mia madre dipingeva di rado: forse per questo sono sempre stato attratto da ciò che ne era rimasto ovvero le foto e i quadri’’

Si serve perlopiù della tecnica digitale per eseguire i suoi lavori ma rivolge alla disciplina fotografica un’attenzione a tutto tondo, che ne svisceri la teoria per poi appropriarsi del potenziale di ogni sua modulazione. L’analogico rappresenta per lui un terreno fertile: pellicole, tempistica, accessori, sviluppo e stampa entrano nel suo bagaglio di informazioni per meglio approcciarsi ad una prassi complessa, che a seconda delle procedure offre risultati particolari, congeniali di volta in volta a realizzare effetti diversi.

‘’Credo che per capire veramente la fotografia nell’epoca del digitale bisogna conoscerne il suo concetto fisico e chimico, come nel passato bisognava pensare dove prima di scattare’’

Per caratterizzare il suo indirizzo stilistico Giulio si serve di una Fujifilm Instax mini 90, camera che consente di produrre doppie esposizioni, una vera cifra distintiva nel suo immaginario sdoppiato. Con tale funzionalità è infatti possibile, coprendo a metà l’obiettivo con una darkslide, avere un’impressione ribaltata dello scorcio di realtà catturato, dando vita ad una rappresentazione paesaggistica sottosopra.

È  Venezia il luogo prescelto per capovolgere la visuale in un saliscendi di angolazioni contrapposte, dinamica fluttuante che cavalca le calle e le ondulazioni del Canal Grande mettendo a frutto la capacità fantasmagorica della strumentazione fotografica. Ne deriva un’illusoria galleria di cartoline sensazionali, che omaggiano la città veneta di un alone trascendentale. Magica, come la fama che la precede, la laguna si fregia di un incanto suggestivo ed attuale che nulla ha a che vedere con gli scatti tradizionali che la ritraggono di una soavità senza tempo. La poesia sposa la tecnologia istantanea e ne vien fuori un connubio surreale di Venezia, quale inedita ambientazione di una favola moderna.

‘’Quello che faccio non ha il fine proprio di comunicare veramente qualcosa, ma quello di creare una suggestione o un pensiero, o nel migliore dei casi un’emozione a chi guarda’’.

Utopia e metodo sono i due poli propulsori all’ingegno creativo di Giulio, un estro mediato dalla tattica sapiente e dalla maestria dei prodigi di cui l’apparecchio fotografico dota chi lo imbraccia. Un percorso in ascesa dalle istruzioni per l’uso del mezzo alla progettazione di vedute ideali che ogni volta si spingono oltre gli orizzonti della virtualità, della fantasticheria, della professionalità applicata all’immagine.

Una devozione all’esperienza tecnica più che un disperato bisogno sensibile entusiasmano Giulio alla ricerca di formule di rappresentazione. Il suo interesse per la sperimentazione è radicato e poliedrico, per questo produce scatti pervasi da un senso di trasformazione tangibile, sintomo di un fermento creativo puro. Una fame di sapere e di saper fare che conquista chi non conosce i trucchi del mestiere ma si lascia condurre in un universo parallelo di virtuosismo, come in un gioco di prestigio eseguito ad arte.

L’elemento dell’acqua, in particolare, ti ha interessato per la sua versatilità estetica (dinamica, luce) o per la sua simbologia?

Essendo nato in Sicilia credo ammirare le acque di Venezia ha suscitato in me un senso di familiarità, senza volerlo ho sentito il legame con il mare. È un elemento di nostalgia ma, al tempo stesso, anche esteticamente gli ho sempre attribuito dei significati reconditi di riflessione e doppiezza. Mi affascina la mitologia dello specchio, immaginarlo come uno scorcio su una dimensione alternativa, una via d’accesso per un mondo in cui tutto si svolge al contrario.

Il tuo è un immaginario caratterizzato dalla trasformazione: qual è per te il valore aggiunto della dinamica nella fotografia?

Nei miei scatti il movimento è dato perlopiù dall’espediente della doppia esposizione e spesso dalla sovrapposizione delle cornici. Il cambiamento lo ricreo attuando una sperimentazione continua sul mezzo, il mio è un processo di scoperta infinito delle potenzialità della fotografia istantanea. Mi piace provare, intervenire, togliermi delle curiosità e capire quello che succede se…

Nella tua produzione ricorre il formato della polaroid. Qual è il motivo di questa predilezione?

Innanzitutto, per essere precisi, le mie non sono Polaroid ma Instax. La fotografia istantanea prevede un tipo d’impressione immediata, che salta la fase dello sviluppo sulla pellicola. Questo la rende una forma artistica sperimentale per eccellenza, perché al risultato si aggiunge la componente dell’incognita.

Ti stai dedicando ad altri progetti in questo momento?

Attualmente lavoro nell’audio-visivo in qualità di assistente alla fotografia. Ho messo a fuoco che quello che mi interessa è la fotografia inserita nel cinema e piano piano aspiro a diventare direttore di fotografia. Nel frattempo ho avuto anche un’esperienza da co-regista per il documentario “La fiaba perduta”, di Cristan Natoli, sul terremoto che colpì il Friuli nel ’76. La trama, ispirata a un fatto reale, affronta lo smarrimento di un film, che un’antropologa ormai novantatreenne denuncia mentre riordina il suo archivio… È una storia incredibile ed è stato inaspettato tanto risolvere il mistero quanto per me prendere parte a questo progetto.

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Categoria:Cannella
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