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Imperfetti alla perfezione: la suggestione della verità nei ritratti di Claudia Loreti.

Imperfetti alla perfezione: la suggestione della verità nei ritratti di Claudia Loreti.

Claudia Loreti ha 25 anni e un destino scritto nel DNA. È iscritta al secondo anno di Decorazione presso l’Accademia di Belle Arti, dopo aver conseguito il diploma di tatuatrice professionista, e attualmente svolge tirocinio in oreficeria ma la sua propensione al disegno era chiara già dall’infanzia. Era solo una bambina infatti quando a guardare i suoi disegni si poteva già sbirciarle nel futuro e immaginare che quella passione sarebbe diventata la sua strada. C’è un gene magnifico infatti nel suo corredo, destinatole dai nonni prima ancora che nascesse, che la dota di un talento naturale per la fedeltà, una qualità nello sguardo grazie a cui riesce straordinariamente a riprodurre corpi e espressioni. L’arte rappresenta nella storia di Claudia il punto cardinale di una bussola orientata alla creatività, un dono ricevuto in eredità che lei investe nella potenza del ritratto. Nelle sue opere non solo copie impeccabili di ogni lineamento ma echi di personalità che risuonano fuori dal foglio, diretti dalla mano di Claudia come in un’orchestra di segni.

Il suo tratto riproduce lo stesso magnetismo che la cattura nella scelta dei suoi soggetti: dettagli o momenti imperdibili, unici per la disinvoltura della loro vulnerabilità. Icone dal carisma ruvido e conturbante o scene di vita quotidiana in cui Claudia rintraccia la sfida a cogliere l’attimo come un fiore rarissimo e ricostruirlo poi come una mappa per non disperdere la bellezza improvvisa di un dettaglio, l’estetica inconsapevole di una posa. Claudia incide sul foglio le increspature, gli spigoli, le fragilità, le rughe, dedicandosi con la massima attenzione all’impresa di rendere alla perfezione ciò che è imperfetto. Sicura che anche il particolare più effimero possa conferire carisma a un’immagine, perché proprio nell’irregolarità risiede il privilegio di essere unico.

Claudia seleziona per il suo studio personaggi del cinema e della musica, il cui successo rivela una complementarietà con le ombre di un ego incompreso, ma teneramente ripropone anche istantanee domestiche del gatto sulla finestra o della madre che dorme. Protagonisti discreti, dal fascino sussurrato, a cui Claudia tende l’orecchio e offre le mani per delinearne meticolosamente silenzi e contorni.

Da dove nasce la tua devozione all’arte? Che cosa hai dovuto imparare per levigare il tuo talento e quanto invece senti d’innato?

Tutto nasce grazie alla mia famiglia, al fatto di essere cresciuta in un ambito artistico. Aver visto i miei nonni dipingere nel loro studio e vivere circondata da quadri e sculture mi ha indirizzato. È il passato dal quale ho deciso di sviluppare poi quella stessa passione per conto mio.

Della scuola quello che mi è servito più di tutto il resto è stato fare pratica nel disegno dal vero, un’attività fondamentale per allenare la mano. La maggior parte di quello che so l’ho imparato da autodidatta, con impegno, esercitandomi a casa.

Qualcosa d’innato c’è: me ne accorgo dai disegni di quando ero piccola in cui già si riconosceva “la mano” e infatti anche i miei familiari lo notavano, riconoscevano in me un talento.

Quando hai capito che un passatempo di bambina sarebbe diventato il tuo futuro?

Da subito. Mi piace fare tante cose ma il disegno l’ho considerato il mio futuro da sempre. Questo spinta anche dalla mia famiglia che ha creduto sin da subito fossi l’erede del tocco artistico di mio nonno.

La tua produzione si focalizza perlopiù sui ritratti: com’è iniziata questa tua passione? Ricordi qual è stato il primo?

Per imparare ad allenare la mano, e poi c’è una questione personale che dipende da quello che trovo nei soggetti e mi fa venire voglia di ritrarli.

I primi disegni li conservo nella casa dei nonni paterni. C’è una foto di me da bambina che copiavo le illustrazioni da un libro. Non sceglievo mai paesaggi o oggetti però, solo persone.

Cosa ti conquista dei personaggi che scegli di rappresentare? Ti è capitato che un volto ti catturasse senza che ne conoscessi la storia?

Quello che mi colpisce di più è la naturalezza delle persone, soprattutto quando non si accorgono che sto disegnando. L’atmosfera di quando puoi osservare qualcuno a proprio agio. Non mi interessa la bellezza ma subisco il fascino dei tratti pronunciati, delle particolarità, l’espressività colta nella vita di tutti i giorni. Per esempio, mi piacciono moltissimo i lineamenti degli orientali o ritrarre momenti di quotidianità come mia madre che dorme…

Preferisci disegnare uomini o donne?

Le donne. Preferisco esteticamente la figura femminile, il suo corpo, le movenze…

Come cambia l’approccio tra personaggio e persona nello studio dei tuoi soggetti?

Nei personaggi famosi manca la possibilità di conoscerli e ritrarli dal vero. In compenso puoi sentirti legato a loro per un ruolo che hanno impersonato o per un’immagine. Mentre quando ritraggo in casa i miei familiari, beh li conosco, è ovvio ci sia un affetto diverso.

 Ci sono poi alcuni modelli che scelgo solo sulla base dell’estetica per esercitarmi, allora scelgo delle loro foto e decido di riprodurle. In quel caso mi sto più mettendo alla prova che altro.

Cosa pensi che cambi studiare il soggetto dal vivo?

Da vicino il disegno lo senti più sentimentale, più vero. Hai il soggetto lì davanti e devi sbrigarti prima che vada via o cambi espressione.

Quali sono i dettagli su cui si sofferma il tuo sguardo? Quelli che ami perfezionare?

Mi piacciono tanto le mani, sia perchè sono difficili da riprodurre e quindi scatta la sfida, sia per come si muovono, la forma marcata che assumono quando si piegano o il tremore delle dita. E poi mi piace disegnare occhi, naso e bocca, anche senza contorno: fissarmi sull’incastro delle ciglia, le irregolarità delle sopracciglia, le rughe sulle labbra…

Cos’è per te la memoria? Quale valore attribuisci alla possibilità di catturare un momento preciso nel tempo che non tornerà?

Quando disegni dal vero sai che quel momento è breve e capita come nell’impressionismo, con le sue pennellate veloci, che devi affrettarti a catturarlo prima di perderlo per sempre. Non è facile perché ogni soggetto potrebbe cambiare, fare un minimo spostamento, o addirittura andare via se non sa che tu stai disegnando e invece hai ancora bisogno di guardarlo!

Cosa può cogliere lo sguardo che invece sfuggirebbe allo specchio?

Nello specchio ci vediamo tutti più belli, perché pur conoscendo i nostri difetti sappiamo concentrarci sui punti di forza. Dall’esterno invece possiamo piacere o non piacere, a seconda dei gusti e dei pregiudizi, ma lo sguardo di un passante sarà sempre più distratto mentre quello di un’artista di sicuro più attento, per isolare il dettaglio e studiarselo al meglio.

Senza una musa, il tuo istinto creativo dove altro porta? Cosa ti piace disegnare che non siano figure umane?

Quasi niente, in realtà. Potrei stare per ore col foglio davanti e lasciarlo bianco o riempirlo di scarabocchi piuttosto, come quando sei al telefono e muovi la matita a caso. Ho sempre bisogno di un viso, di una figura, di un qualsiasi essere vivente col suo modo particolare da raffigurare.

Qual è secondo te la differenza tra riprodurre e inventare?

Riprodurre ha bisogno di un po’ di osservazione in più. Inventare è più complicato, proprio perché immaginare un soggetto non è la stessa cosa che vederlo. Per mettere a fuoco un’idea bisogna avere fantasia e quella non si allena con le mani, devi averla!

Quale invece tra ritratto e fotografia?

Una foto, per quanto bellissima, possiamo farla tutti, soprattutto ora che viviamo nell’era dei cellulari. Il disegno ha qualcosa in più perché, perlomeno io, quando vedo un’opera d’arte mi emoziono a pensare “wow! Guarda questo qui quanto tempo ha dedicato a ogni singolo dettaglio!

Personalmente mi servo tantissimo delle foto, sono fondamentali come punto di riferimento per migliorarmi e affinare la tecnica. Quindi diciamo che dal mio punto di vista sono due cose diverse, ma collegate.

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Categoria:Basilico
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