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Pezzopane, il “cantautore scanzonato” e l’ironia come chiave di Sol.

Quella del “cantante scanzonato” potrebbe suonare come una contraddizione in termini ma per Pezzopane è più una carta d’identità. Francesco Pezzopane, questo il suo nome all’anagrafe, è un cantautore aquilano che come le dive mantiene il mistero sulla propria età, ma non per vanità, solo per assoluto spirito d’attualità. La sua esperienza di musicista risale ai tempi delle scuole, quando si barcamena tra le prove con la band di turno e sessioni di religioso ascolto di tutto il repertorio cantautorale italiano. Con la musica instaura un rapporto di reverenza e confronto, che presto la rende l’arma di dissimulazione ideale con cui sfidare i piccoli drammi dell’esistenza. È infatti attraverso i suoi brani che Francesco impara a sdrammatizzare la realtà e farlo a tempo di musica diventa il lato B  di tutta la sua evoluzione personale e d’artista.

La musica è l’oasi in cui Pezzopane allestisce con disinvoltura un salotto di aneddoti e riflessioni goliardiche, ma anche la meta delle sue aspirazioni più tenaci. Il soggiorno a Milano, il tour per i locali, l’esibizione in apertura al concerto di Gio Evan sono solo alcuni dei tasselli di una carriera caparbia, che a passo lento ma deciso raggiunge i suoi traguardi. Come l’album lo scorso giugno, e prima ancora l’uscita dei videoclip per 4 dei suoi singoli o, a breve, la finalissima del premio “Pigro” nel concorso intitolato a Ivan Graziani che si terrà il prossimo febbraio a Sanremo, in concomitanza con i giorni della prestigiosa kermesse.

Nel panorama contemporaneo si schiera tra le file più radicali dell’indie, in mezzo a chi rivendica con orgoglio il sapore agrodolce del sacrificio e conosce il gusto impagabile della fatica, quando il successo non è un’offerta di fortuna ma un investimento sul proprio talento.  Con l’uscita di Caffeina Mon Amour, Pezzopane celebra la scommessa di andare lontano e arrivarci da solo, e lo fa con il solito atteggiamento di chi fischietta impunemente. Il suo è uno stile orecchiabile e disincantato, in cui si fa menestrello del paradosso, smascherando ironicamente delusioni e ideali. L’atmosfera è quella vintage del condominio giallo ocra, abitato da belle speranze e sentimenti precari, in cui le ispirazioni si spandono come l’odore del sugo o del caffè. Piaceri semplici e irresistibili come le melodie delle sue tracks.

Con la complicità del silenzio nel corso del suo ritiro milanese, Pezzopane compone pezzi ritmati di critica impertinente alla società e ai suoi vizi. Ricambia le beffe della vita con un suono allegro e testi che non le mandano a dire ma se la cantano di gusto. L’ilarità è la chiave di volta per entrare in un genere musicale a metà strada tra la satira e un entusiastico culto della banalità, quando essenziale e mediocre non sono sinonimi. Le sonorità strizzano l’occhio alle stravaganze cantautorali di fine secolo scorso, ma l’immaginario è quello senza tempo della tragicommedia umana. Ascoltando il suo album si ritorna ai sedili del pullman durante le gite, quando s’intonavano i cori degli evergreen popolari, o s’immagina un risveglio della domenica lento e spettinato. Trascinarsi dal letto allo stereo per cominciare la giornata con lo spirito giusto e ritrovarsi ad accennare un balletto solitario in pigiama. Cartoline di buonumore, firmate Caffeina Mon Amour.

Visto che ami i giochi di parole rompiamo il ghiaccio così… Cane pazzo o Pezzopane?

La seconda.

Quando comincia la tua carriera e dove sognavi di arrivare?

Non è mai iniziata, quindi posso continuare tranquillamente a sognare, soprattutto se l’impatto con la realtà non è all’altezza di quello che sogni. Di sicuro, tra le mille cose che ho fatto, posso dire che qualcosa è cambiato nel momento in cui ci ho messo la faccia.

Il primo colpo di fulmine è stato con la chitarra o con la scrittura?

Chitarra. Ricordo che ho sempre cercato di scrivere, magari partendo dal titolo, solo che poi non ci riuscivo allora tornavo a suonare.

Cos’è per te la gavetta?

Gavetta è fare la vita da musicista senza che gli altri ti dicano che sei arrivato.

Se pensi al futuro hai mai pensato a un piano B o vedi solo la musica nel tuo orizzonte progettuale?

I piani B ce li hanno tutti, se per avere un piano A s’intende camparci. La verità è che nella musica nessuno può permettersi un solo piano A.

C’è un palco in particolare a cui aspiri?

Un tour negli stadi non mi dispiacerebbe, anche se forse ancora non li riempierei!

Come definiresti la tua generazione?

La generazione di quelli che guadagneranno meno dei genitori. Una generazione che ha tutto e non apprezza niente.

Appartieni a quella fascia di giovani in piena era “revival”. Quello della nostalgia per i tuoi coetanei lo reputi più un freno o un motore?

È IL motore.

Nella vita reale sei un patito di assonanze e freddure, ma scrivi anche canzoni. Quale ruolo gioca la parola nel tuo modo di esprimerti: ti serve di più a prenderti poco o davvero sul serio?

Quando impari a sdrammatizzare è difficile farne a meno. Bisogna raggiungere un compromesso tra quello che si pensa e riuscire ad esprimerlo in maniera leggera, scanzonata…

Di cosa scrivi nelle tue canzoni e cosa ti colpisce della realtà?

Nelle canzoni scrivo le cose che mi sono successe o sono successe ad altri. Il primo disco ha un registro più che altro descrittivo. Ora vorrei impegnarmi per andare oltre, rileggere la realtà in maniera meno lineare.

Della realtà mi colpisce quanto io possa influenzarla, e quanto lei sia capace di colpirmi. Cerco di vedere quello che c’è, anche dove non c’è e questo significa avere una propria visuale. Se resti troppo ancorato alle cose, il pensiero non può andare lontano.

Lo sviluppo di un brano è più focalizzato sulla musica o sul testo? C’è un elemento che trascina l’altro o si realizza una simbiosi perfetta?

È una simbiosi perfetta delle parole con la melodia, di solito. L’idea principale nasce già insieme. Se però dovessi scegliere partirei dalle parole.

Ascoltando le tue canzoni si percepisce fortemente l’influenza del cantautorato. Sei stato un ascoltatore prima di diventare musicista? Quali sono stati i tuoi maestri e quali gli “aggiunti di recente” nelle tue playlist?

Ho consumato la storia cantautorale senza mai scendere nella mitizzazione. Il mio approccio è sempre stato quello di appassionarmi a tutti ma non rimanere vittima di nessuno. I miei maestri sono Sergio Caputo, Ivan Graziani, Chopin. Tra i miei colleghi stimo molto Niccolò Carnesi, Fulminacci, Giorgio Poi, Coma_Cose…e poi un altro cantautore aquilano che apprezzo tantissimo, che è Noce Moscardi.

Nelle tue canzoni l’amore è un tema che affronti discretamente. Dissimuli per timidezza o non ti definisci romantico?

Romanticissimo!

Vivi davvero in un monolocale? Come si svolge la vita di un cantautore scanzonato?

Ci ho vissuto, a Milano, quando ho cominciato a scrivere. La vita era bella perché non si faceva molto da un punto di vista lavorativo ma avevo tempo per pensare. La solitudine era la mia migliore compagna e grazie a lei ho scritto tutto quello che avevo da scrivere, in pace.

Prossimi obiettivi?

Ho dei pezzi pronti e l’obiettivo è quello di registrare un nuovo singolo entro due mesi. A febbraio poi sarò a Sanremo per la finale del concorso dedicato ad Ivan Graziani, nello stesso teatro in cui si terrà il Dopo Festival. È un traguardo a cui non mi aspettavo di arrivare ma è già stato emozionante partecipare, ora vedremo come andrà…

(https://www.youtube.com/watch?v=GXJrPNDeAm4)

Contatti

Instagram: pezzopane_canta_e_suona

Spotify: https://open.spotify.com/artist/4Gh48IwOjOkEOpFwNQnx4q?si=2nF2YY5rQky_sV8ngdUnJQ

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Categoria:Basilico
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